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Neuroscienze ed etica

© KPG Idream/SHUTTERSTOCK
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Il rapporto degli Stati Uniti

di Carlo Petrini

La pubblicazione, nel marzo 2015, del rapporto conclusivo della Presidential Commission for the Study of Bioethical Issues (Bioethics Commission) statunitense sul progetto Brain non può passare inosservata: qui di seguito si vogliono proporre alcuni spunti di analisi.

Nell’annunciare la «Brain Research through Advancing Innovative Neurotechnologies initiative» il presidente Obama disse: «Come umani, possiamo identificare galassie distanti anni luce, possiamo studiare particelle più piccole di un atomo, ma non abbiamo ancora svelato il mistero delle tre libbre di materiale che stanno tra le nostre orecchie». Il progetto, tramite lo studio dei cento miliardi di neuroni cerebrali, è finalizzato principalmente a trovare terapie efficaci per malattie neurodegenerative (tra cui, in particolare, Alzheimer e Parkinson) e altre disabilità neurologiche che comportano costi (non solo economici) altissimi. Date le implicazioni di etica che le neuroscienze sollevano, Obama incaricò la Commissione di esprimere un parere.

Il parere si compone di due rapporti. Il primo, pubblicato nel maggio 2014, proponeva alcuni orientamenti per l’integrazione dell’etica nella ricerca biomedica e, nello specifico, nelle neuroscienze. In particolare, si riconosceva che «la buona scienza richiede una precoce ed esplicita integrazione dell’etica nella ricerca».

Nel rapporto conclusivo la Commissione esprime, innanzi tutto, alcune considerazioni sia su neurotecnologie per il potenziamento (enhancement) neurologico (mediante, per esempio, dispositivi per la stimolazione cerebrale), sia su metodi, comportamenti e condizioni che possono mantenere o migliorare la salute neuronale (per esempio: l’esercizio, l’educazione, la dieta). La Commissione riconosce che, in genere, gli stili di vita non pongono particolari problemi di etica e anzi sono positivi se correttamente gestiti. Al contrario, le neurotecnologie mediante moderni dispositivi pongono gravi problemi di etica e non sono esenti da rischi. La Commissione suggerisce di valutare tali tecniche caso per caso.
Un secondo problema che è il consenso informato alla ricerca. Nelle persone con compromissioni neurologiche la capacità di esprimere un consenso consapevole è assente o offuscata o fluttuante. In assenza di regole uniformi, i ricercatori, e anche i comitati etici, sono spesso soli nel decidere sulle modalità con cui procedere.

Un terzo ambito è l’integrazione tra neuroscienze e diritto. Le neuroscienze possono offrire elementi importanti nello sviluppo di politiche sanitarie, per esempio fornendo informazioni utili su gruppi di persone con particolari caratteristiche. Occorre, invece, molta cautela nel gestire informazioni riguardanti singole persone. In particolare, in ambito giuridico, l’eventuale utilizzo di perizie neurocomportamentali, anche mediante test genetici, necessita di interpretazioni accurate e molto rigorose. Vi è, infatti, il rischio di sottovalutare i notevoli margini di incertezza che caratterizzano tali tipologie di indagine.

L’integrazione tra neuroscienze ed etica è certamente auspicabile non solo per i motivi sopra descritti, ma anche perché, soprattutto in settori all’avanguardia, le forti competizioni nell’ottenere fondi e nel pubblicare risultati possono minare il rigore scientifico e indurre a sopravvalutare, anche con sensazionalismo, risultati incerti.

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