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La “riscoperta” della Misericordia

© Flickr/Jess Pac/Creative Commons
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Come mai era quasi scomparsa, non solo dal “vocabolario”, ma dalla vita stessa della Chiesa?

Andate a leggere la voce “misericordia” nell’indice del Catechismo della Chiesa cattolica, quello ufficiale, uscito nel 1992, quindi neppure tanto tempo fa. Troverete soltanto tre citazioni, e oltretutto abbastanza anonime, se non insignificanti. Poi, spiegate per bene, ci sono le “opere di misericordia”, corporali e spirituali, cioè le azioni di carità verso il prossimo con le quali il cristiano attualizza l’insegnamento di Gesù. Niente, invece, niente di niente di quella che è la più grande espressione dell’amore di Dio, verità salvifica di fede, ultima parola dell’economia divina nella storia del mondo e nella storia dell’uomo.

Eppure la misericordia è stata uno dei temi centrali, e ricorrenti, nelle Sacre Scritture del cristianesimo. Lo era già nell’Antico Testamento, dove un passo dell’Esodo descriveva mirabilmente il “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà…”. E poi nel Nuovo Testamento, con Gesù che è portatore di un nuovo messaggio. Come nella parabola del figliol prodigo, con il padre che corre incontro al figlio, gli si getta al collo e lo bacia. Mostrando così – nello svelare Dio come Padre – che la misericordia divina è espressione trasparente di un amore superiore; e che, perciò, oltrepassa la porta – spesso troppo legalistica, troppo stretta – della giustizia umana.

Ricordate il quadro di Rembrandt? Nel dipingere il padre che abbraccia il figlio, tornato finalmente a casa, l’artista lo raffigura con la mano sinistra maschile e, quella destra, femminile. In Dio non c’è distinzione tra paternità e maternità, come tra gli uomini. E, appunto per questo, Dio è anche madre, è anche tenerezza. Dio ha anche una disposizione di misericordia essenzialmente femminile, come ci svela la Bibbia attribuendogli l’immagine delle “viscere materne”.

Ma com’è potuto accadere che, quello che rappresenta uno dei maggiori attributi di Dio, e che racchiude in sé il mistero della fede cristiana, e il contenuto fondamentale del messaggio messianico di Cristo, com’è potuto accadere che sia quasi scomparso, non solo dal “vocabolario”, ma dalla vita stessa della Chiesa cattolica? La risposta, molto franca e coraggiosa, l’ha data papa Francesco. “Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia”.

Le cause sono tante. Alcune esterne alla Chiesa, a cominciare dal tempo dei Lumi. Quando l’uomo nuovo, uscito dalle ceneri del Medioevo, si illuse di poter sostituirsi a Dio, di diventare padrone del proprio destino. E poi, arrivando all’oggi, c’è una mentalità contemporanea che prova sempre più disagio – disagio che spesso sfocia in un vero e proprio rifiuto – dinanzi al concetto stesso di misericordia; e, più ancora, dinanzi a un’esperienza del perdono nel segno di una gratuità assoluta, libera.

Ma, di questo “oscuramento” della misericordia, ne porta una qualche responsabilità anche la Chiesa: e specialmente da quando, per difendersi dalle minacce e dai pericoli che venivano da fuori, si rinchiuse nella sua “roccaforte”. Fu allora che l’immagine di Dio, da Padre misericordioso, cominciò via via a trasformarsi in quella di un Dio potente, giudice assoluto, padrone di tutto. E la giustizia divina subì una progressiva “riduzione” entro schemi eccessivamente rigidi, solo norme e basta, mera osservanza della legge che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, in buoni e cattivi. Di conseguenza, la Chiesa finì con il privilegiare il suo essere “maestra”, la difesa della verità rivelata, lasciando però in ombra il suo essere anche “madre”, e dunque, il saper comprendere, perdonare e, soprattutto, amare.

Ebbene, c’è voluto un Concilio perché avvenisse un’inversione di rotta. C’è voluto il carisma dei successori di Pietro, perché la misericordia ritrovasse la sua centralità nel cuore della vita della Chiesa e, per quanto possibile, della famiglia umana. Giovanni XXIII, nell’aprire il Vaticano II, ha tracciato il nuovo cammino che la Chiesa cattolica avrebbe seguìto, mostrandosi “madre amorevolissima di tutti”, e preferendo usare la “medicina della misericordia” invece delle condanne, invece delle “armi del rigore”. Paolo VI, richiamando la parabola del buon samaritano, ha chiuso il Concilio sottolineando la “corrente di affetto e di ammirazione” che da esso si era riversata sul mondo moderno.

E’ poi la volta di Giovanni Paolo II, il quale, ispirandosi al messaggio di suor Faustina Kowalska, ha dato una concretezza storica al mistero della divina misericordia. Il Papa polacco ha infatti riletto questo messaggio nel contesto della tragica stagione vissuta dall’umanità con la Seconda guerra mondiale e i due sistemi totalitari, nazismo e comunismo. “E’ stato – ha scritto in ‘Memoria e identità’ – come se Cristo, per tramite di suor Faustina, avesse voluto dire: ‘Il Male non riporta la vittoria definitiva!’”. E, da lì, è nata quella stupenda enciclica che è la “Dives in misericordia”. Da lì, è nata la decisione di papa Wojtyla di istituire la prima domenica dopo Pasqua come Domenica della Misericordia.

Ed ecco che arriviamo a Francesco. Con lui, il “recupero” della misericordia compie un formidabile balzo in avanti. Il Papa ne fa il motivo centrale del suo pontificato, e a sorpresa annuncia la celebrazione di un Giubileo straordinario, appunto come “tempo favorevole” per la Chiesa. Scrive nella bolla di indizione: “Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tener fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’amore del Padre… La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole… E’ questo di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono”.

In questo modo, Francesco non solo libera il concetto di misericordia dai rischi dell’astrattezza e di un livello a volte troppo alto (per la gente semplice) della dottrina, ma lo traduce concretamente nei comportamenti quotidiani, nella vita di ogni giorno. Facendone la forza attiva e dinamica per un rinnovamento sul piano propriamente pastorale (il linguaggio e i gesti della Chiesa, e in particolare la missione dei confessori), su quello sociale (come fondamento di un impegno che combatte la povertà e la giustizia in nome di una vera solidarietà) e del dialogo interreligioso (come fattore di riconciliazione e di pace tra gli uomini, tra i popoli, tra le culture).

Il vivere, il testimoniare la misericordia, potrà così aiutare il cristianesimo a sganciarsi da una religiosità solo formale, solo rituale, e tornare all’essenzialità – che è semplicità e, insieme, radicalità – del Vangelo. Così come potrà, la misericordia, ispirare un nuovo stile di vita del cristiano: non semplicemente alternativo alle mode correnti, ma segno visibile di chi, chiamando Dio per nome, riconoscendolo come Padre, sa anche riconoscere l’”altro” come proprio fratello. E dunque, sa amarlo, sa perdonarlo, sa come riconciliarsi con lui, e rispettarlo nella sua dignità.

 

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