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Lampedusa, porta di dolore e speranza

© HO / MARINA MILITARE ITALIANA / AFP

mons. Bruno Forte - Il Sole 24 Ore - pubblicato il 06/05/15

Quella “porta” ci sfida tutti, provocandoci a capire le ragioni dell’altro,

Lampedusa vuol dire ormai “porta”: per tanti, uomini, donne, bambini, in fuga dal loro passato carico di dolore, di prove, di privazioni, di attese, l’approdo a quell’isola significa la meta e il nuovo inizio di un viaggio della speranza, lo spazio di un ingresso, che chiede accoglienza, dignità, amore. Proprio così, quella “porta” ci sfida tutti, provocandoci a capire le ragioni dell’altro, il mondo interiore dell’emigrante, le ferite della sua anima, profonde al di là di ogni visibilità e di qualsiasi possibile calcolo. Porta del dolore, porta della speranza e porta dell’amore concreto e vissuto, Lampedusa ci convoca tutti a un esame di coscienza, che sia verifica della nostra storia personale e collettiva sulla misura che sola può veramente valutarla, quella aperta sull’orizzonte di Dio, Signore di tutto e di tutti.

Porta del dolore, custodito nel cuore della persona che l’ha provato e lo prova, Lampedusa accoglie storie di sradicamento, di estraneazione, di umiliazioni subite, quando non di torture inflitte dai mercanti di uomini. Chi ha lasciato la propria terra, si è sradicato da un’appartenenza che spesso era la sua sicurezza, il suo rifugio antico, la promessa tante volte priva di ogni certezza del suo domani. Chi affronta la sfida del mare infido e grande, visto come unico sentiero della speranza, ha lasciato dietro di sé un mondo, il suo mondo, intrecciato di affetti, di storie vissute, di racconti trasmessi, di desideri accesi: dietro i volti segnati dal vento, dal sole, dall’aria del deserto e del mare, dentro i cuori, ci sono legami spezzati, addii spesso laceranti e costosi, sacrifici superiori a ogni immaginabile calcolo, affrontati in nome di una sete di vita e di futuro diverso, voluto a ogni costo per sé e per quanti si amano o si potranno amare. La porta del dolore non cancella il passato, lo accoglie, custodendolo anzi nel profondo dell’anima come ragione per andare avanti e sfidare l’oscurità del domani, cercando la luce di un’alba diversa. Proprio così, Lampedusa, porta del dolore, è inseparabilmente porta della speranza: quelle donne e quegli uomini, sopravvissuti a innumerevoli rischi e pericoli, portano in sé un desiderio più grande di ogni ostacolo affrontato e superato. Li ferisce, certo, il ricordo dei tanti che avevano condiviso con loro la decisione difficile, la sfida ragionevolmente impossibile, e non ce l’hanno fatta.

I salvati non potranno certo dimenticare i sommersi, schiacciati dal male degli uomini e inghiottiti dalla natura indomabile. Sarà il ricordo dei morti a far compagnia ai loro sogni, a sostenere le loro speranze di una vita diversa, degna della persona umana, immagine del Creatore e Signore del cielo e della terra, unico Dio di tutti. E quelle morti grideranno nelle menti e nei cuori dei salvati per avere un futuro fra gli uomini, oltre quello che hanno nelle braccia dell’Eterno. Il futuro che i vivi aspirano a costruire per sé e per quanti amarono e amano, è anche un po’ il futuro di chi non ce l’ha fatta: lottare, sperare, andare avanti è debito verso i sommersi!

È dall’intreccio di questa memoria e di tutte le attese portate nel cuore che si alimenta la speranza di chi è arrivato al porto sospirato, alla porta di una nuova, possibile esistenza da figli dell’unico Padre di tutti. Perciò Lampedusa, porta del dolore e della speranza, è porta di amore: è l’amore che ha sostenuto lo sradicamento, la lontananza, la nostalgia, l’abbraccio asfissiante del caldo del deserto, e l’incontro con la terribile forza del mare, anche quando appare tranquillo. È l’amore che sostiene lo sguardo puntato al domani delle speranze e dei desideri custoditi nel cuore. È la solidarietà dell’uno verso l’altro, fatta di segni e di gesti che nessuna cronaca potrà registrare. È l’esperienza dolorosa del non amore di alcuni, alimentato dall’egoismo, dalla paura, dallo sfinimento di ogni capacità di riconoscenza e di dono. Ma è anche l’amore di voler tessere nuovi rapporti, di voler costruire un nuovo domani per sé e quanti si amano o si potranno amare. È l’amore di chi si sacrifica per cercare sulle acque e salvare le carrette del mare e il loro carico di dolore, di speranza, di desiderio e di voglia di vivere. Lampedusa diventa così la cartina da tornasole anche del nostro amore, di noi gente dell’Italia di oggi, dell’Europa che vorremmo, di un Paese che dimostri la sua grandezza precisamente nella sua capacità di accogliere, di comprendere il dolore, di organizzare la speranza. Il rispetto della dignità di chi sbarca nell’isola baciata dal “Mare nostrum” diventa misura della dignità stessa di chi accoglie e apre con la solidarietà le vie di un nuovo futuro a chi ha lasciato tutto per cercare una vita più degna dell’essere immagine di Dio.

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