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Il pepe, i barbari e l’impero romano

© Public Domain
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Il cibo è cultura e anche storia. La lezione del passato nell’incontro “Cibo e archeologia” organizzato dalla rivista Terrasanta

Sotto la lente del tema “Nutrire il pianeta, energia della vita” dell’Expo 2015 di Milano, sono molte le riflessioni che si intrecciano in queste settimane sul cibo guardando ai problemi alimentari di oggi e a come risolverli per il futuro. Un aiuto in tal senso può venire anche dal passato? Il 9 maggio si svolgerà presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano la Giornata  di Archeologia e Storia del Vicino e Medio Oriente organizzata dalla rivista “Terrasanta” e promossa da Fondazione Terra Santa, Biblioteca Ambrosiana  e Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme sul tema “Cibo e archeologia”. Una giornata di studio che vuole anche denunciare lo scempio dei siti archeologici che sta avvenendo in Medio Oriente a causa delle distruzioni operate dai terroristi del sedicente Stato islamico e dai conflitti in corso in Siria e in Iraq. Aleteia ne ha parlato con Maria Teresa Grassi, docente di archeologia all’Università statale di Milano, che nell’incontro affronterà il tema Dall’Oriente a Roma: le vie delle spezie.

Archeologia e cibo: cosa può insegnarci questo rapporto?
 
Grassi: A capire cosa c’era “prima”. Io insegno e sono a contatto con i ragazzi; molti non sanno da dove provengono i cibi che mangiano. Non è un caso che le scuole elementari di Milano portino i bambini a visitare le campagne per insegnare che le uova vengono deposte dalle galline e non dalle macchine. Molti pensano che patate e pomodori facciano da sempre parte delle nostra alimentazione, mentre sono arrivati solo dopo la scoperta dell’America. E il pepe può raccontare molto dell’impero romano.
 
Quale storia racconta il pepe?
 
Grassi: Racconta una storia di rapporti a lungo raggio dell’impero romano e dell’Occidente che va oltre il Mediterraneo, il Mare nostrum. Il pepe, arrivato a Roma in età repubblicana, era prodotto esclusivamente sulla costa sud occidentale dell’India e i romani ne importavano grandi quantità, perché ne facevano un uso amplissimo in cucina non solo per vivacizzare i sapori, ma anche per conservare i cibi. C’è un un famoso trattato di cucina ad opera di Apicio – “De re coquinaria”, L’arte culinaria – nel quale il pepe compare quasi in tutte le salse. Non per niente il direttore del British Museum, Neil MacGregor nel libro “La storia del mondo in 100 oggetti”, tra i pochissimi oggetti scelti per raccontare la storia di Roma ha segnalato la pepaiola del tesoro di Hoxne, contenitore in argento per il pepe. Le vie lungo le quali sono state commerciate le spezie e il pepe hanno determinato il sorgere e il decadere di importanti città carovaniere, come Palmira in Siria, nelle quali le grandi ricchezze accumulate in virtù dei commerci hanno incoraggiato ambizioni imperiali nonostante si trattasse di un piccolo centro nel deserto uguale a tanti altri.
 
Gli itinerari commerciali favorivano gli scambi culturali?
 
Grassi: La molla che muoveva questi itinerari era di natura affaristica, per dare ricchezza a chi si occupava dei traffici. L’attenzione all’altro e alla sua cultura è un concetto moderno: per i greci, prima, e per i romani poi, chi non apparteneva al proprio mondo era un “barbaro”. Qualcuno, cioè, che non sapeva parlare il greco o il latino e che, tra le altre cose, non sapeva stare ad un banchetto, non sapeva mangiare nel triclinio, una definizione che sottolinea l’importanza del cibo nelle culture. Secondo i romani i barbari non essendo abituati a mangiare civilmente, non riuscivano ad usare del cibo in maniera appropriata e quindi ne abusavano, come i celti con il vino. Sono le cattiverie dette dai vincitori riguardo ai vinti e in realtà i romani hanno imparato proprio dai celti a mettere il vino nelle botti, anziché nella ceramica come era in uso. Quanto questo atteggiamento di superiorità nei confronti dei “barbari” sia rimasto nel pensiero dell’Occidente è sotto gli occhi di tutti…
 
Però dai “barbari” l’Occidente ha preso il pepe – e non solo – modificando la propria cucina e l’alimentazione. All’Expo sono presenti cibi di tutti i paesi del mondo, anche molto diversi da quelli occidentali, e che si propongono come risorsa per il futuro e la sostenibilità ambientale: per esempio gli insetti. Si può imparare dal passato ad accettare nuovi gusti?
 
Grassi: Certo è necessario sperimentare. Oggi il sapore del pepe per noi è normale, ma probabilmente deve essere sembrato molto strano a chi, venendo dal mondo romano, lo ha assaggiato la prima volta. D’altra parte Apicio nel suo ricettario sostiene che la lingua dei fenicotteri in umido è una pietanza eccezionale e così le polpette di pavone…
 
Lei ha diretto per quattro anni la missione archeologica italiano- siriana a Palmira, interrotta dal conflitto. Qual è la situazione oggi?
 
Grassi: Non abbiamo molte notizie. Il sito di Palmira forse è stato risparmiato in parte dalle distruzioni grazie alla sua natura di oasi circondata dal deserto. Ci sono altri famosi siti, come Dura Europos e Apamea, che le foto satellitari mostrano largamente distrutte: “irrimediabilmente perdute”, come si è espressa una archeologa francese. Il nostro pensiero va ai tanti operai che lavoravano alla missione archeologica e alla popolazione che viveva di queste ricerche oltre che del turismo. Il sito web del Progetto Palmira che continuiamo a curare è il nostro modo per continuare a stare loro vicini e immaginare di poter tornare presto a parlare della Siria in modo diverso dalla guerra.

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