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È valido il matrimonio tra due persone atee?

Catholic marriage

© Louise ALLAVOINE/CIRIC

Toscana Oggi - pubblicato il 25/04/15


 che la nullità di un matrimonio celebrato tra battezzati che si professano atei non è data direttamente dall’esclusione della sacramentalità quanto piuttosto dalla mancanza almeno di un «vestigium fidei» che a sua volta determina la mancanza della «retta intenzione» e quindi del sacramento. In questo modo verrebbe superato l’automatismo sacramentale prodotto dalla semplice celebrazione di un matrimonio tra due battezzati anche in assenza di fede.

Nel contesto di quanto finora si è detto, è più facilmente comprensibile la norma che stabilisce che «tra i battezzati non può esistere un contratto matrimoniale valido che non sia per ciò stesso sacramento» (can. 1055 §2), che nella Chiesa è dottrina comune e teologicamente certa. Non è nelle facoltà del battezzato «declassarsi» per tornare alla condizione anteriore al suo battesimo, ma al massimo decidere di defezionare dalla fede cattolica senza però essere capace di rendere reversibile l’effetto del suo inserimento nel Corpo mistico di Cristo. È anche questa una delle ragioni che ha indotto Benedetto XVI il 26 ottobre 2009, con il «motu proprio» «Omnium in mentem», a introdurre una deroga ai cann. 1086, 1117 e 1124 là dove si fa riferimento a una persona battezzata nella Chiesa cattolica o in essa accolta, facendo decadere la frase che costituiva un’eccezione al can. 11: «e non separata dalla medesima con atto formale» nel senso che la libera decisione di separarsi formalmente dalla Chiesa cattolica oggi non la esime più dall’osservanza della forma canonica della celebrazione come le concedeva il can. 1117 prima della promulgazione del suddetto «motu proprio».

Detto in maniera più semplice: gli effetti che il battesimo produce restano autonomi rispetto alla volontà della persona battezzata di spogliarsi della sua identità ontologica (e per quel che ci riguarda, battezzata nella Chiesa cattolica o in essa accolta), ne è la riprova il caso di chi pur avendo abbandonato «notoriamente» la fede cattolica celebra con un’altra persona battezzata, osservata la forma canonica e ottenuta la licenza dell’Ordinario del luogo, un valido matrimonio che nel caso è anche sacramento nonostante l’abbandono notorio della fede cattolica (can. 1071 §1, n.4) che può andare dalla professione di ateismo, agnosticismo o al semplice rifiuto, ma ostinato, della pratica religiosa.

Pertanto, i nubendi battezzati nella Chiesa cattolica o in essa accolti, che tra l’altro sono anche ministri del loro matrimonio, possono agire «in nome di Cristo» soltanto se intendono voler fare ciò che Cristo ha istituito e che la Chiesa fa. Al contrario, chi celebra «a nome proprio» non intende entrare nel mistero sacramentale e diventare segno dell’unione sponsale che unisce Cristo alla Chiesa. La sacramentalità del matrimonio si realizza con la «intentio faciendi» dei nubendi, ma questa necessita almeno la presenza di un «vestigium fidei».

Detto questo, resta insuperabile la dottrina certa secondo la quale la condizione ontologica della persona battezzata non le consente di separare il matrimonio sacramento dal matrimonio naturale, cioè il contratto. Il matrimonio naturale, nel suo contenuto, è nel sacramento che a tale dignità viene elevato da Cristo Signore (can. 1055 §1) e non un duplicato sovrapponibile (can. 1055 §2). Non esiste per il battezzato un diritto al matrimonio naturale, ma il diritto naturale al matrimonio, lo «ius connubii», che per lui diventa diritto al matrimonio sacramento. Chi simula il consenso escludendo una proprietà o un elemento essenziale vuole celebrare un matrimonio benché lo voglia a sua misura, ma chi rifiuta il matrimonio in quanto sacramento, con una volontà prevalente rispetto a quella di voler contrarre il matrimonio, in questo caso si dà nullità proprio perché per i battezzati come tali se non si dà il sacramento non si dà neppure il matrimonio. In questo caso l’oggetto della volontà può essere ritenuto non più matrimoniale, coerentemente con l’errore radicato (can. 1099) e la simulazione del consenso (can. 1101 §2).

Bisogna avvertire che queste considerazioni vanno inquadrate in un più ampio dibattito soprattutto a livello accademico che ha orientato in epoche diverse il costituirsi di linee giurisprudenziali e dottrinali che coinvolgono nomi illustri quali Grocholewski, Navarrete, Burke, Stankiewicz, Rincón Pérez, Bonnet, Pompedda, Pinto, Faltin, Serrano Ruiz, Ortiz, Caffarra, Fumagalli Carulli, solo per citarne alcuni.

Ai giorni nostri la sensibilità pastorale, per l’impatto con i cambiamenti sociali, culturali e religiosi con la perdita di consapevolezza del matrimonio così come è stato istituito da Dio, sembra rendere sempre più urgente la ricerca di soluzioni. E’ evidente che la risposta non potrà essere data solo da valutazioni di prassi, che sul momento potrebbero apparire anche come soluzioni positive, bensì a partire da approfondimenti e valutazioni dottrinali.

In questo senso è illuminante l’ultimo discorso tenuto da Benedetto XVI alla Rota Romana appena due anni fa, il 26 gennaio 2013, il quale non azzarda soluzioni schematiche di tipo teologico o giuridico, ma ci dice che il campo d’investigazione è completamente aperto: «la chiusura a Dio o il rifiuto della dimensione sacra dell’unione coniugale e del suo valore nell’ordine della grazia rende ardua l’incarnazione concreta del modello altissimo di matrimonio concepito dalla Chiesa secondo il disegno di Dio […]. Con le presenti considerazioni non intendo certamente suggerire alcun facile automatismo sacramentale tra carenza di fede e invalidità dell’unione matrimoniale, ma piuttosto evidenziare come tale carenza possa, benché non necessariamente, ferire i beni del matrimonio, dal momento che il riferimento all’ordine naturale voluto da Dio è inerente al patto coniugale (cf. Gen 2,24)».

Il Papa sembra voler dire che se la sacramentalità del matrimonio non dipende dal grado di fede dei nubendi, tuttavia questa scarsa o assente loro disposizione può offrire indizi significativi che aprano l’orizzonte a un campo di indagine sulla presenza di altri eventuali capi di nullità.

Per terminare, vorrei capovolgere la questione posta dalla Lettrice e riferire il caso molto attuale di tanti battezzati non più credenti o lontani dalla fede che scelgono di celebrare il matrimonio soltanto con rito civile davanti al sindaco, rifiutando la dimensione sacramentale, ma senza l’intenzione di intaccare il consenso nella dimensione naturale cioè senza escludere le proprietà essenziali dell’unità e indissolubilità e gli elementi essenziali. Ovviamente il matrimonio è nullo per un vizio di forma, ma con la riscoperta della fede da parte di questi battezzati il ricorso all’istituto della «sanazione in radice» (cf. cann. 1161-1165) può consentire che questi matrimoni «civili» recuperino la dimensione sacramentale «ex nunc» senza la rinnovazione del consenso.

Riguardo alla seconda parte della domanda della Lettrice, la risposta è senz’altro negativa. Se un matrimonio nel suo costituirsi «in fieri» è nullo non potrà diventare valido per il solo trascorrere del tempo, secondo la ben nota Regula Iuris n. 18, in appendice al Liber Sextus di Bonifacio VIII: «Non firmatur tractu temporis quod de iure ab initio non subsistit».
Infine, la nascita di figli è una circostanza che non modifica il modo con cui si è formato il patto coniugale. La loro assenza può essere solo un indizio che introduce ad altre possibili ipotesi di nullità matrimoniale alle quali oggi viene fatto molto ricorso.

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ateismomatrimonio
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