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È valido il matrimonio tra due persone atee?

© Louise ALLAVOINE/CIRIC

Toscana Oggi - pubblicato il 25/04/15

Lo diventa comunque dopo qualche anno di matrimonio o con i figli?

Vorrei porre una domanda sul matrimonio e sulla sua validità. Se un matrimonio è stato celebrato in Chiesa tra due persone atee, perché è tradizione che così si faccia per far contente le famiglie, è valido? Lo diventa comunque dopo qualche anno di matrimonio? O magari lo diventa dopo la nascita di figli? Mi piacerebbe capirlo, ma non ho riferimenti certi. La domanda si riferisce ad atei dichiarati, ma battezzati.
Lettera firmata

Risponde padre Francesco Romano, Docente di Diritto canonico alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale. 
L'alta percentuale di matrimoni celebrati con rito canonico che ogni anno vengono dichiarati nulli e la diffusa e crescente disaffezione per il matrimonio che porta numerose coppie cristiane a fare la scelta della libera convivenza, interpellano prima di tutto noi che per fede siamo fermamente convinti che l’istituto del matrimonio sia insuperabile perché rientra nel disegno salvifico del Creatore e del Redentore, anche di fronte alle sfide estreme di oggi alla fede al punto che molti sembrano consegnarsi alla rassegnazione, ma ogni epoca ha sempre conosciuto le sue difficoltà. Per questo la Chiesa si è sempre impegnata ad approfondire lo studio di questo progetto divino sull’uomo, secondo le specifiche competenze di ciascuno, come servizio ai fedeli e alla verità che ci è stata rivelata. Facciamo tesoro della domanda della nostra Lettrice per tornare ad addentrarci in questa attuale, diffusa e cruda realtà.

La difficoltà a dare una risposta univoca al quesito è presente nelle stesse parole di Benedetto XVI quando il 25 luglio 2005 espose il problema parlando al clero della Valle d’Aosta e, pur riconoscendo che le situazioni sono sempre diverse tra loro, affermò che esiste «la situazione particolarmente dolorosa di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido, si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento». Il Papa ricorda che quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, personalmente riteneva che un matrimonio celebrato senza fede potesse trovare qui «un momento di invalidità» e per questo invitò le Conferenze Episcopali a studiare il problema. Il Papa non da soluzioni concludendo di aver capito che «il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito».

Giovanni Paolo II nell’Allocuzione alla Rota Romana del 30 gennaio 2003 affermava che «un atteggiamento dei nubendi che non tenga conto della dimensione soprannaturale del matrimonio, può renderlo nullo solo se ne intacca la validità sul piano naturale nel quale è posto lo stesso segno sacramentale».

Questo passaggio dell’Allocuzione può essere compreso nel contesto dell’Esortazione post-sinodaleFamiliaris Consortio del 22 novembre 1981 ove Giovanni Paolo II dice che «i fidanzati, in forza del loro battesimo sono realmente già inseriti nell’Alleanza sponsale di Cristo con la Chiesa e che, per la loro retta intenzione, hanno accolto il progetto di Dio sul matrimonio e, quindi, almeno implicitamente, acconsentono a ciò che la Chiesa intende fare quando celebrano il matrimonio. […] Voler stabilire ulteriori criteri di ammissione alla celebrazione ecclesiale del matrimonio, che dovrebbero riguardare il grado di fede dei nubendi, comporta oltre tutto gravi rischi. Quello anzitutto di pronunciare giudizi infondati e discriminatori […]. Quando al contrario, nonostante ogni tentativo fatto, i nubendi mostrano di rifiutare in modo esplicito e formale ciò che la Chiesa intende compiere quando si celebra il matrimonio dei battezzati, il pastore d’anime non può ammetterli alla celebrazione».

Il Papa intende dire che la mancanza di fede non annulla necessariamente la retta intenzione. Il venir meno della retta intenzione può accadere anche come conseguenza di altri motivi, ma la non ammissione al matrimonio non è decisa in base alla misurazione del grado di fede dimostrato, bensì al mancare della retta intenzione che si concretizza nel rifiuto del progetto di Dio sul matrimonio.

La «retta intenzione» di cui sopra, se non viene esplicitamente rifiutata, è sempre stata presunta come implicita nel desiderio dei nubendi di voler celebrare un valido matrimonio, e consiste nella «intentio faciendi id quod facit Ecclesia Christi», come «intentio generalis», cioè di celebrare un matrimonio valido secondo l’ordine di natura, vale a dire senza esclusione delle proprietà essenziali dell’unità e dell’indissolubilità o degli elementi essenziali sempre presenti anche nel matrimonio che esiste nell’economia della creazione. L’espressione «qui vult matrimonium recepit sacramentum» corrisponde alla consolidata tradizione teologica e canonistica secondo la quale i nubendi in quanto battezzati qualora volessero celebrare un matrimonio valido secondo l’ordine di natura, recepiscono anche il sacramento per la volontà di Cristo, anche se non ne hanno consapevolezza dottrinale a meno che non escludano positivamente «la retta intenzione di fare ciò che fanno Cristo e la Chiesa» cioè, come si è detto, l’intenzione di celebrare un matrimonio secondo l’ordine della creazione, provvisto dei suoi elementi e proprietà essenziali.

Il documento CEIEvangelizzazione e sacramento del matrimonio del 20 giugno 1975 sottolinea che la validità del matrimonio non è condizionata alla fede dei nubendi che però resta la prima e fondamentale disposizione per la fruttuosità del sacramento. Come ministri i nubendi celebrano validamente se hanno l’intenzione di fare ciò che intende fare Cristo e la Chiesa, mentre come destinatari del sacramento, se mancano di fede il loro matrimonio non è fecondo di grazia.

La Commissione Teologica Internazionale già in un pronunciamento del 6 dicembre 1977 tentava di superare il rigido automatismo giuridico sacramentale affermando che per la fruttuosità del sacramento certamente occorre la fede, ma per la sua validità non può mancare la retta intenzione, cioè la «intentio faciendi id quod facit Ecclesia Christi». Almeno, afferma la Commissione Teologica, serve per la validità un qualche «vestigium fidei» o almeno una disposizione alla fede: «Non bisogna confondere il problema della intentio faciendi con quello relativo alla fede personale dei contraenti, ma non è neppure possibile separarli totalmente. In ultima analisi, la vera intenzione nasce e si nutre di una fede viva. Nel caso in cui non si avverta alcuna traccia della fede in quanto tale né alcun desiderio della grazia e della salvezza, si pone il problema di sapere, in realtà, se l’intenzione generale e veramente sacramentale sia presente o no e se il matrimonio è contratto validamente o no. La fede personale dei contraenti non costituisce, come si è notato, la sacramentalità del matrimonio, ma l’assenza della fede personale può compromettere la validità del matrimonio».

Di fronte a una coscienza deformata da ignoranza o errore invincibile, prosegue la Commissione Teologica, vi sono cristiani che «giungono a credere sinceramente che possano contrarre un vero matrimonio escludendo il sacramento. In questa situazione essi non sono in grado di contrarre un matrimonio sacramentale valido poiché negano la fede e non hanno l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa».

Questa impostazione dottrinale della Commissione Teologica porta alla conclusione

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ateismomatrimonio
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