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Come i genitori stanno rubando ai figli il dono della Messa

KRAKOW,POLAND 24 JULY: Pilgrims and other Faithful gather to Celebrate Mass at the Saint John Paul II Sanctuary in the Lagiewniki neighborhood of Krakow. The main Celebrant, Father Piotr M, takes grea
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Un parroco commenta la notizie allarmanti apprese dai bambini in confessionale

Nei miei primi due anni di sacerdozio, compivo il rituale quaresimale di sedere nel confessionale per ore ascoltando le confessioni dei bambini di varie parrocchie durante l’orario scolastico, e ogni anno ascoltavo la stessa litania di peccati: “Sono stato cattivo con mio fratello; Ho mentito; Non ho fatto quello che mamma mi aveva detto di fare; Ho detto una parolaccia; Non sono andato a Messa”.

In quest’ultimo caso, ponevo una semplice domanda: “Perché non sei andato a Messa?” E i bambini rispondevano in uno di questi tre modi: “Perché avevo un impegno (sportivo, vacanza…)”, “Perché dormivo” o, più di frequente, “Perché i miei genitori non mi ci portano”.

Perché i miei genitori non mi ci portano”.

Sentivo spesso quella risposta, e ciò che mi colpiva davvero – quello che mi scuoteva fin nel profondo – non era semplicemente la frequenza con cui veniva detta, ma il fatto che la maggior parte dei bambini lo dicesse con un profondo dispiacere e un grande desiderio di andare a Messa. Sapevano che avrebbero dovuto andarci e pensavano di essere da biasimare perché non ci andavano. Non capivano ancora che se i genitori non ce li portavano non era colpa loro (dei bambini), ma dei genitori.

Pian piano, ho iniziato a sviluppare una sorta di risentimento nei confronti dei genitori e un desiderio di “proporre” loro certe domande, come “Capite l’impatto che state avendo? Capite il dispiacere che state arrecando al cuore di vostro figlio?”, ma le tenevo per me e mi buttavo nella preghiera, dicendomi che forse ero troppo duro e non misericordioso. La mia rabbia si trasformava in una sorta di pietà per tutta la situazione.

Coltivare coscienze indifferenti
Tutto questo fino all’anno scorso. Lo scorso anno ho iniziato a notare che quando i bambini erano nella settima classe (12-13 anni) confessavano il peccato di aver saltato la Messa con una sorta di nonchalance. Ripetevano la loro litania di peccati, ma in modo del tutto spassionato. Alcuni li confessavano perfino con un sorriso. Perché? Negli anni precedenti li confessavano con dispiacere, ma ora erano diventati tiepidi? Perché mai?

Ho iniziato a pensare a questo fatto e sono giunto a questa conclusione: in qualche momento negli ultimi anni il bambino sentiva di dover scegliere. Sentiva, nella sua limitata e infantile comprensione delle cose, di dover scegliere tra Dio e i genitori: amare Dio e scontentare i genitori o amare i genitori e sperare che a Dio andasse bene che non Lo avesse scelto.

È la speranza infantile, ma è una speranza che sfocia facilmente in presunzione, e la presunzione giustifica la scomparsa del dispiacere. Se a Dio non importa se manchiamo alla Messa, allora perché ce ne dovremmo dispiacere?

Questa presunzione potrebbe sfociare nell’indifferenza quando il bambino realizza che i suoi genitori – i genitori che ha preferito a Dio – sono indifferenti alla Santa Messa.

Per l’epoca in cui il bambino è alla settima classe, vede sia Dio che i genitori come indifferenti alla Santa Messa. Conclusione: la Messa non dovrebbe essere così importante da definire il fatto di mancarvi un “peccato” – men che meno un peccato di cui dispiacersi.

Attraverso l’esempio dei loro genitori e per l’amore che i bambini nutrono per loro, la coscienza dei piccoli è stata lentamente uccisa – e con essa, qualsiasi senso del peccato e di dispiacere per esso.

Mettere in discussione l’indifferenza

A quel punto ero arrabbiato di nuovo, ma non era un risentimento giusto nei confronti dei genitori, quanto una rabbia di impotenza. Non vedevo come si potesse rimediare alla situazione senza qualche tipo di miracolo. Ero arrabbiato per il fatto che ci fossero stati decenni di indifferenza e che apparentemente nessuno avesse fatto niente al riguardo.

Ho quindi cercato di fare qualcosa: inviti alla confessione, ascoltare più confessioni, trattare la confessione come una cosa importante, insegnare la Santa Messa, ecc. Quando davo le penitenze ai bambini, ho perfino detto loro di offrire preghiere per i loro genitori.

C’è stato qualche miglioramento, ma nuotavo ancora controcorrente.

Anch’io ero tentato di pensare che forse è solo il modo in cui vanno le cose e fa tutto parte del fatto di diventare una più Chiesa ristretta, come diceva papa Benedetto.

Fino a quest’anno.

Quest’anno ho ascoltato confessioni in tutta l’arcidiocesi, e da tempo avevo smesso di chiedere ai bambini perché non andavano a Messa la domenica. Conoscevo la risposta a quella domanda. Ma ho iniziato a porre una nuova domanda:

Quando è stata l’ultima volta in cui hai ricevuto l’Eucaristia?

È una domanda diversa, e riguarda una cosa del tutto diversa dal chiedere semplicemente se si va a Messa. Questa domanda mette a fuoco la questione centrale: ricevere Gesù.

Quando è stata l’ultima volta in cui hai ricevuto Gesù?

Domande indifferenti e rispondere all’indifferenza
Non ero pronto per le risposte che ho ricevuto. In media, i bambini della quarta e quinta classe (tra i 9 e gli 11 anni) non hanno ricevuto Gesù dal giorno della Prima Comunione… nella seconda classe (7-8 anni). Sono quindi anni che non ricevono Gesù.

Non ero più arrabbiato. Ero triste. Ero profondamente triste per i bambini che non ricevevano Gesù da due, tre o quattro anni.

Quando i bambini della settima e dell’ottava classe hanno iniziato a venire da me per confessarsi, ho cominciato a porre loro la stessa domanda: quando è stata l’ultima volta in cui avete ricevuto l’Eucaristia? Nella maggior parte dei casi, era passato più di un anno. Per alcuni si parlava di cinque anni – ancora una volta, da quando avevano ricevuto la Prima Comunione.

Alcuni bambini della settima e dell’ottava classe sorridevano dicendomelo, al che ripetevo la loro risposta: Sono cinque anni che non ricevi Gesù.

E aggiungevo una nuova domanda:

Non è triste?

Immediatamente la loro coscienza si ravvivava. Ciascuno ammetteva che era triste. L’essere tiepidi tornava a diventare dispiacere. Sentivano la mancanza di Gesù. Lo sapevano.

Forse posso sembrare cattivo, ma sto cercando di tenere viva la loro coscienza. Sto cercando di tener viva la nozione per cui la Messa è importante. Una nozione che viene uccisa domenica dopo domenica dall’esempio dei loro genitori.

Cercando di trovare risposte alle solite domande

Un paio di anni fa, ho condotto uno studio (anonimo) in una scuola cattolica, ponendo qualche domanda agli alunni della settima classe. Ecco le domande:

1) Quanto spesso vai a Messa?
2) Quando è stata l’ultima volta in cui sei andato alla Santa Messa?
3) Quando è stata l’ultima volta in cui hai assistito alla Messa domenicale?
4) Quanto spesso vai alla Messa domenicale? [opzioni: ogni domenica, una volta al mese, due volte all’anno, due volte all’anno o meno, mai]

Ogni bambino ha detto che andava a Messa ogni settimana, il martedì (che era il giorno in cui i bambini ci andavano a scuola). Il 30% ha detto che era andato a Messa nell’ultimo mese, il 70% che ci andava due volte all’anno o meno oppure mai.

Ho fatto la stessa ricerca con il programma della Confraternita della Dottrina Cristiana (CCD) e i risultati – tranne la parte relativa all’andare a Messa ogni settimana a scuola – sono stati gli stessi.

Probabilmente scioccherà la maggior parte dei genitori. Sciocca ogni coppia di fidanzati che preparo per il matrimonio. Ogni volta, la coppia di fidanzati dice: “È strano. Pensavo che le famiglie che mandano i figli a una scuola cattolica andassero a Messa più di quelle della CCD, altrimenti sembra uno spreco di soldi”.

La domanda naturale da porsi è “Perché?”

Perché – non solo perché la vita sacramentale delle famiglie delle scuole cattoliche e della CCD è quasi la stessa (anche se un gruppo spende migliaia di dollari per far frequentare ai figli un istituto cattolico), ma anche perché alcuni hanno l’errata percezione per la quale le famiglie che mandano i figli a una scuola cattolica dovrebbero essere più fedeli di quelle della CCD.

Qualche mese fa, ho smesso di chiedermi perché la gente non va a Messa. Dopo tutto, le risposte a questa domanda sono le solite e in qualche modo ovvie: banalità liturgica, secolarizzazione e ritmo di vita frenetico, mancanza di esempi di integrità di vita e gioia della fede, assassinio della coscienza…

E ho imparato che a volte, quando poniamo le stesse domande e riceviamo le stesse risposte, forse è il momento di porre domande diverse.

Ho anche smesso di porre domande su ciò che dovrei fare al riguardo, perché non è una questione di cosa dovrei fare, ma di ciò che la gente pensa che dovrebbe fare al riguardo. Attualmente, il 70% dei genitori delle scuole cattoliche e della CCD crede che non si debba fare niente a questo proposito.

Si dovrebbero porre domande diverse prima di imbarcarsi in progetti che pensiamo risolveranno il problema, ma sono domande che non faccio a me stesso, perché penso dovremmo porle ai genitori. Personalmente ho già risposto, è ora che siano i genitori a farlo. Eccole:

Genitori, sapete che i vostri figli piangono nel mio confessionale perché non li portate a Messa?

Genitori, sapete che i vostri figli hanno una coscienza uccisa, vittima dell’indifferenza?

Genitori, sapete che se continuerete a percorrere la via che state seguendo non vedrete i vostri figli sposati per la Chiesa, probabilmente non avranno figli e tutto il tempo e il denaro che state spendendo sarà sprecato?

Non è… triste?

Forse la coscienza dei genitori è stata uccisa molto tempo fa. Forse serve un esame – un esame con domande volte a chiarire e a purificare.

Forse, allora, possiamo porci la domanda logica successiva: Cosa dovremmo fare al riguardo?

Padre Anthony Gerber è un sacerdote cattolico dell’arcidiocesi di St. Louis (Stati Uniti). Questo articolo è apparso originariamente sul suoblog.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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