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Bambina ibernata, il bioeticista: cinque motivi per dire “no”

© Public Domain
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Sperimentazione non scientifica, morte legale, scelta inconsapevole, qualità della vita e inaccessibilità economica

Deve ancora compiere tre anni la persona più giovane che sia mai stata ibernata. I genitori di Matheryn Naovaratpong, soprannominata Einz, una bimba thailandese affetta da un tumore incurabile al cervello, hanno preso la decisione lo scorso gennaio, riferisce il sito della Alcor Life Extension Foundation, il centro in Arizona che ha seguito il caso. Prima di Matheryn la paziente più giovane ad avere ottenuto la conservazione criogenica era stata una 21enne, la persona più anziana ne ha invece 102 (Corriere della Sera, 19 aprile).

IL TUMORE E LA SCELTA DEI GENITORI
Il 14 aprile 2014 a Matheryn è stato diagnosticato un ependiloblastoma, un tumore molto raro che colpisce i giovanissimi, che nonostante le cure aggressive, con oltre 12 interventi e decine di cicli di radio e chemioterapia, era arrivato a interessare l’80% dell’emisfero sinistro. La bambina è stata dichiarata legalmente morta l’8 gennaio scorso a Bangkok. «Quando è diventato chiaro che Matheryn aveva solo pochi mesi di vita, visto l’attuale livello delle cure mediche insufficiente a tenerla in vita – si legge nel comunicato dell’azienda, diffuso il 20 marzo, per cui la bimba è la paziente numero 134 e la prima proveniente dall’Asia – i genitori hanno completato tutti gli step per la sua criopreservazione, inclusa la crioprotezione del cervello».

IMMERSI A -196 GRADI
La tecnica consiste nel conservare un essere vivente in condizione di biostasi. In questo caso si tratta di preservare a basse temperature il corpo di pazienti terminali, immediatamente dopo la morte legale, nella speranza che future tecnologie ne permettano un giorno il ritorno in vita. In pratica, subito dopo il decesso fisico viene effettuata meccanicamente una manovra che consenta la ventilazione e la circolazione sanguigna, vengono somministrati degli anticoagulanti e altri medicinali che dovranno assolvere la funzione di antigelo e, in seguito, la temperatura del paziente viene abbassata fino a -130° (quasi la temperatura dell’azoto liquido): il risultato dell’operazione è la vetrificazione, una solidificazione senza congelamento. I pazienti vengono, poi, immersi in azoto liquido a una temperatura di -196°.

Eticamente siamo di fronte ad una pratica piuttosto discutibile per almeno cinque ragioni, come spiega ad Aleteia il professore Antonio G. Spagnolo, direttore dell'Istituto di Bioetica dell'Università Cattolica di Roma. 

TECNICA SPERIMENTALE E SENZA CERTEZZE
«Il primo aspetto – sottolinea Spagnolo – è che siamo di fronte ad una tecnica sperimentale, di cui non si conoscono i risultati e che, pertanto, non si dovrebbe applicare sull'uomo come è avvenuto per la bimba tailandese. La tecnica di congelamento (in particolare con la tecnica della vetrificazione) è la stessa già utilizzata per congelare ovociti ed embrioni. Anche sui singoli organi si è registrata una certa efficacia. La crioconservazione, congelare e “rianimare” poi l'organo, è stata positiva, ma non vi sono evidenze che gli stessi risultati valgano per l'intero corpo. La ragionevole possibilità del beneficio – precisa il bioeticista – deve avere una qualche documentazione scientifica, un po’ come accaduto con il cosiddetto metodo Stamina: si voleva fare un trattamento di cui non vi erano evidenze».

UNA SCELTA INCONSAPEVOLE
Va inoltre considerato, un secondo aspetto, e cioè «che il soggetto non è un adulto che ha scelto liberamente l'ibernazione, ma è una bambina e lo hanno deciso i genitori. Un incapace di consenso sta subendo una scelta voluta da altri. Nessuno può sapere se effettivamente la persona ibernata avrebbe voluto essere sottoposta a quel processo». 

MORTE LEGALE E RIANIMAZIONE
Altro neo del protocollo: per questo tipo di ibernazione si interviene sul soggetto in una fase in cui non è ancora deceduto. «O meglio – prosegue Spagnolo – si procede a ibernare un corpo “legalmente” morto (per arresto cardiaco) ma che biologicamente non lo è ancora. Quando si ferma il cuore non si può dichiarare subito morta una persona. Secondo la legislazione italiana, ad esempio, occorre rifare un elettrocardiogramma che attesti il decesso dopo venti minuti dall'arresto». Invece secondo i protocolli di Alcor Life «la società che ha ibernato la bimba, è sufficiente l'arresto per attestare la morte (legale). A quel punto, sarebbe possibile ancora la rianimazione, invece loro infondono dei liquidi, dei protettori per gli organi, ed evitano qualsiasi intervento di rianimazione». 

QUALITA' DELLA NUOVA (EVENTUALE) VITA
Inoltre c'è da domandarsi se dopo l'ibernazione, qualora pure andasse a buon fine, la qualità della vita dell'individuo sia rimasta tale. «Siamo di fronte alla stessa persona pre-ibernazione? – si domanda il direttore dell'Istituto di Bioetica dell'Università Cattolica di Roma – c'è un problema di identità del soggetto? Un articolo che compare sulla rivista internazionale "The journal of medical ethics" fa l'esempio di Aristotele. Dice: immaginate che fosse stato ibernato e fosse arrivato ai nostri giorni, la sua esistenza non potrà essere quella di prima perché non sappiamo il futuro post-crionico cosa può rappresentare per la persona». 

PRIVILEGIATI ECONOMICAMENTE
Infine, un ultimo aspetto, che viaggia oltre i confini propriamente dell'etica, ed è l'impatto che oggi questa tecnica ha per la società. «Non fa altro che aumentare le differenze sociali, e cioè chi ha i mezzi a disposizione può potenzialmente permettersela. E' costosa, impegnativa, oltre a lasciar aperti tanti punti di domanda. Meglio pertanto allocare in altro modo le risorse, anche per la ricerca, in modo che esse siano impiegate per avere risultati più certi». 

In conclusione, anche «sentendo l'opinione di più rianimatori», quella della ibernazione, chiosa Spagnolo, «resta più fantascienza che realtà.  Ritengo pertanto che questa bambina sia stata sottoposta ad un vero e proprio accanimento terapeutico e nient'altro». 

Tags:
bioetica
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