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Il pericolo di vivere in una bolla cattolica

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David Mills - Aleteia - pubblicato il 20/04/15

Quanto serio è “troppo” serio?

“Non vedo molti esempi di coinvolgimento consistente negli spazi pubblici aperti sia ad estranei che ad amici”, ha detto una scrittrice millennial di nome Erin Lane, intervistata dalla rivista evangelica Christianity Today. “È uno dei tratti caratteristici della Chiesa, almeno finora, il fatto di offrire uno spazio comune tra i tuoi amici personali e la comunità più ampia. Penso che stiamo perdendo alcuni di quei ricchi spazi pubblici in cui ciascuno può apparire, indipendentemente dalla forma fisica, dalle preferenze in fatto di cibo o da status economico e capacità lavorativa”.

In base alla mia esperienza, i cattolici seri non trascorrono molto tempo negli spazi pubblici. Per “seri” non intendo l'uomo che va alla prima Messa ogni giorno prima di andare in ufficio o il gruppo che viene a dire il rosario il mercoledì sera, per quanto possano essere profondamente fedeli, ma quelli di noi a cui importa del cattolicesimo: la gente che legge la stampa cattolica, tiene il Catechismo vicino al computer, parla di papa Francesco, può analizzare la distinzione tra il magistero ordinario e quello straordinario, classificare mentalmente un'omelia, seguire la politica della Chiesa e inquietarsi per lo stato ecclesiale, o preoccuparsi di coloro che si inquietano per lo stato della Chiesa.

Parlo come uno di loro. La Chiesa è una vita e una famiglia, ma anche qualcosa di esterno, qualcosa che analizziamo ed esaminiamo. Questo è particolarmente vero per i convertiti, che costituiscono una percentuale più alta in questo gruppo che nella Chiesa in generale. Per noi, lo spazio pubblico che abitiamo tende ad essere lo spazio che scegliamo, e gli spazi che scegliamo tendono ad essere pieni soprattutto di persone come noi, ovvero di altri cattolici seri.

“Abbiamo dimenticato come appartenere – a istituzioni, l'uno all'altro – e dobbiamo recuperare qualche pratica di base che ci ricordi la nostra interdipendenza”, afferma la Lane.

C'è un forte desiderio di sperimentare l'appartenenza in modo incarnato. Cerchiamo interessi condivisi, come gli esercizi di gruppo – crossfit, yoga… Gran parte dell'appartenenza è creata sulla base della cultura alimentare e sul fatto di essere intenditori di cose come il caffè o la birra – nel mio caso si tratta dei cupcakes. Mi chiedo, però, se stiamo facendo abbastanza per interagire con le persone che non abitano nei nostri enclave di stile di vita.

La Lane descrive l'alienazione di coloro che, per quanto si possano sentire ansiosi e alienati, si sentono a proprio agio nel mondo. È questo il mondo in cui vivono i cattolici seri. Abbiamo, possiamo permetterci di avere, “enclave di stile di vita”. Guardate quasi tutti i cattolici maschi che scrivono molto per siti web e riviste cattolici ed è probabile che troverete persone che snobbano la birra e bevono solo caffè di fascia alta e magari se lo fanno a casa in una caffettiera francese. La vita nel nostro enclave include l'atteggiamento della Chiesa che ho descritto.

Non è tanto la vita cattolica che Dio intende per noi perché tendiamo a vivere la verità in modo disincarnato e al di fuori dello spazio pubblico primario della Chiesa, la parrocchia. Questo mi ha colpito molto, guardando alla mia vita, e chiedo scusa se non si applica agli altri allo stesso modo. Come scrittore è facile dire “Questa è la mia chiamata, che devo perseguire da solo, e fare bene quello a cui sono stato chiamato richiede molto tempo e molta energia. Devo scegliere saggiamente gli altri impegni. Faccio la mia parte per la parrocchia andando a Messa e mettendo l'obolo nella cassetta. Ho familiari, amici e lettori e sono un pubblico critico sufficiente, grazie”.

In qualche misura è ovviamente vero. Posso pensare ad alcuni scrittori che sono venuti meno alla loro vocazione, e ai loro lettori, e quindi alla Chiesa, perché non si sono astenuti da altre opere buone. Altri cattolici seri hanno ragioni diverse per il disimpegno. Il beato John Henry Newman ha descritto cosa richiede la vita nello spazio pubblico parrocchiale. Permettetemi di sottolineare che non parlava della Chiesa solo come corpo mistico, ma anche di come la si incontra nella gente reale. È il “ricco spazio pubblico in cui ciascuno può presentarsi”.

Saremo chiamati a giudizio a livello personale, ha scritto nella Grammatica dell'Assenso, ma “tra i mezzi con i quali veniamo preparati a quel giudizio ci sono gli sforzi e i dolori provati per noi da altri”. Attraverso quello che definisce “principio vicario”, tutti “soffriamo gli uni per gli altri, e guadagniamo mediante le sofferenze reciproche, perché l'uomo non è mai solo qui. L'uomo è un essere sociale, e procede verso la sua casa in compagnia”.

La parrocchia è il luogo primario in cui vivere il principio vicario, per guadagnare dalla sofferenza altrui e soffrire per gli altri. È così in gran parte perché è dove si riunisce la Chiesa, ma in parte anche perché non si sceglie la gente a cui ci si unisce.

Queste persone sono non solo peccatori – i vostri migliori amici sono peccatori –, ma anche peccatori che non peccano come voi e i cui peccati possono disturbarvi in modo particolare, e i vostri a loro. Probabilmente non si interessano alle cose a cui vi interessate voi, e questo può dar fastidio a entrambe le parti. Possono essere diverse da voi per classe, razza, etnia, educazione, gusti, storia, status nella parrocchia, comunità e quasi ogni altra distinzione umana possibile. Ma dovete curarli e conviverci comunque.

Permettetemi di offrire un esempio pratico dei benefici. Anche il vostro nemico di e-mail è come voi nel seguire le questioni sulle quali state argomentando. Tirate fuori uno degli argomenti con l'uomo che lavora accanto a voi nella giornata di lavoro in parrocchia e potrebbe guardarvi con uno sguardo assente di incomprensione.

Può far male a non curarsene, il che vi pone davanti a una specie di sfida, o la questione può essere una delle quali non è chiamato a curarsi, il che vi pone davanti a un'altra sfida, o può essere una questione alla quale nessuno di voi è chiamato a interessarsi, il che rappresenta una terza sfida. Tutto vi presenta la sfida di essere suo amico e non un stupido, di esercitare la carità autentica. Anche se dovesse importargliene, vi offre l'utile sfida di mostrargli perché e potreste scoprire che la vostra risposta trovata nei libri apologetici non funziona affatto. Potrebbe vedere qualcosa che voi non vedete o essere più saggio di voi in tutti i tipi di cose che voi non riuscite neanche a immaginare finché non ne parlate. In tutti questi casi, il tentativo di praticare la carità vi cambierà un po'.

Lo spazio pubblico principale del cattolico serio non dovrebbe essere il gruppo pro-vita locale, l'associazione della scuola domestica o lo studio ecumenico della Bibbia, o perfino gruppi apertamente cattolici come le associazioni specializzate di cui abbonda il mondo cattolico – men che meno un partito politico, un'associazione commerciale, un club sociale o altre piacevoli iniziative secolari. Il cattolico serio farebbe bene a unirsi ai Cavalieri di Colombo o a chi organizza il festival parrocchiale, o a cantare nel coro, o ad aiutare la gente a sedersi a Messa, e farebbe bene a smettere di essere così serio.

David Millsex direttore esecutivo di First Things, è senior editor di The Stream, direttore editoriale di Ethika Politikae scrive per numerose pubblicazioni cattoliche. Il suo ultimo libro è Discovering MarySi può seguire su @DavidMillsWrtng.


[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
cattolicesimo
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