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Qualche nota su Francesco, Turchia e Genocidio armeno

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Giuseppe Rusconi - Rossoporpora - pubblicato il 19/04/15

Le parole di papa Bergoglio, ben meditate, hanno richiamato quelle di Giovanni Paolo II e prevedibilmente scatenato l’ira della Turchia

Domenica 12 aprile in San Pietro papa Francesco, durante il saluto iniziale ai fedeli di rito armeno -convenuti nella Basilica per il centenario del “martirio” (NdR: le virgolette sono nel Bollettino della Sala Stampa vaticana) armeno – ha evocato “tre grandi tragedie inaudite” del secolo scorso: la prima è “quella che generalmente viene considerata come ‘il primo genocidio del XX secolo’ (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001): essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana – insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci”. La seconda e la terza sono quelle provocate da “nazismo e stalinismo”.

Nel messaggio consegnato dal Papa alla fine della celebrazione eucaristica a Karekin II (Supremo patriarca e Catholicos di tutti gli armeni), a Aram I (Catholicos della Grande Casa di Cilicia), Nerses Bedros XIX Tarmouni (Patriarca di Cilicia degli armeni cattolici)  e a Serz Sargsyan (presidente della Repubblica di Armenia) si riprendono tra l’altro le parole già citate della Dichiarazione comune del 2001 sul genocidio e si definisce quanto accaduto un secolo fa “un orribile massacro che fu un vero martirio del vostro popolo (…) Davvero fu quello il ‘Metz Yeghern’, il ‘Grande Male’ come avete chiamato quella tragedia”.

L’uso del termine “genocidio” (perdipiù associato agli altri perpetrati “dal nazismo e dallo stalinismo”, agli “stermini di massa come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia” e ai massacri contemporanei di cristiani o per ragioni etniche) ha – secondo un rito collaudato – suscitato le ire della Turchia ufficiale, che ha anche richiamato il proprio ambasciatore. Stavolta più del solito: non solo sostenuti, ma anche minacciosi i toni del presidente Erdogan, non nuovo del resto a reazioni intemperanti, come quando, conosciuti i risultati del referendum elvetico di fine novembre 2009 per il divieto di costruzione di nuovi minareti su suolo elvetico, aveva con arroganza ‘ordinato’ alla Confederazione di annullare la consultazione popolare.

La definizione di “genocidio” (richiamando Giovanni Paolo II) il Papa l’ha data all’interno di un discorso e di un messaggio, ambedue sicuramente ben preparati, certo dalla Segreteria di Stato ma corrispondendo a una forte volontà (leggi magari: imposizione) di Francesco. Stavolta non si è trattato di un’esternazione orale spontanea (che già comunque la diceva lunga su quel che pensava il Papa), come ad esempio  – secondo fonti diplomatiche attendibili- era accaduto il 3 giugno 2013 nell’incontro con il patriarca Nedros Bedros XIX. Ciò significa che il Papa (e conseguentemente anche la Segreteria di Stato) devono avere messo bene in conto la dura reazione turca, quella di Erdogan in prima linea. Tale reazione ha avuto (e probabilmente avrà) toni al di là dell’accettabile, perfino oggettivamente irresponsabili e pericolosi nell’alimentare un’ira ingiustificata contro i cristiani da parte di gruppi musulmani. Toni che in parte (ma solo in parte) si possono comprendere considerata la situazione interna della Turchia e l’approssimarsi delle elezioni di giugno. Fondamentale ora che Erdogan non forzi troppo la corda, così – tra qualche mese – da poter riprendere rapporti diplomatici corretti, anche a protezione dei cristiani di Turchia.

E’ certo evidente che l’utilizzo cosciente, voluto, da parte del Papa del termine “genocidio” rischia di annullare anche le timidissime aperture di Erdogan in materia di libertà religiosa all’interno del Paese. Il che evidentemente contrasta con uno degli obiettivi prioritari della diplomazia vaticana, quello di assicurare ai cristiani dell’una o dell’altra parte del mondo condizioni decorose perché possano esprimere pubblicamente la loro fede. Tuttavia il Papa deve aver deciso, anche in base ai sempre nuovi documenti storici che gli sono stati consegnati, di parlare un linguaggio di verità allo scopo di smuovere con una forte scossa una situazione molto cristallizzata e caratterizzata in primo luogo da un odio ormai incancrenito fra le parti. C’è chi dice che non era il momento di farlo, date anche le gravi tensioni esistenti nel bacino del Mediterraneo. Si può qui osservare che l’occasione era unica, la più solenne, a cento anni dall’inizio del genocidio: se non ora, quando sarebbe rivenuta l’occasione per parlare un linguaggio di verità su un tale tragico evento di un passato non prossimo, eppure sempre dolorosamente vivo nella carne di chi ha sofferto la perdita di parenti e amici (de facto tutti gli armeni)?

Le valutazioni del Papa sono condivise anche dagli storici più seri, come Michael Hesemann che, dedicandosi al tema e frugando dal 2011 tra le carte segrete degli Archivi vaticani, ha trovato una ventina di documenti molto importanti per chiarire gli avvenimenti e l’atteggiamento della Santa Sede (in primo luogo di papa Benedetto XV) nei confronti di quanto di orribile stava succedendo con l’applicazione brutale da parte dei ‘Giovani Turchi’ al potere a Costantinopoli di un’ideologia esasperatamente nazionalistica, nel senso della costruzione di una Grande Turchia riservata ai soli turchi musulmani e senza minoranze religiose ed etniche (vedi di Hesemann il recentissimo “Völkermord an den Armeniern”, ed. Herbig, München).

Significativo nel messaggio papale anche il passo sull’ “ecumenismo del sangue”, un fatto tragico che accomuna nella morte in odium fideicristiani delle varie confessioni. Constatiamo pure qui una ripresa voluta della celebrazione dei martiri del XX secolo durante il Giubileo del 2000. E’ un ecumenismo, quello del sangue, purtroppo sempre molto d’attualità non solo in Medio Oriente e che consolida, a livello di vita quotidiana, il rapporto umano con gli ortodossi (in questo caso specie quelli facenti capo al Patriarcato di Costantinopoli).  

BENEDETTO XVI E IL CARDINALE RATZINGER
L’espressione ‘Metz Yeghern’, il ‘Grande Male’ come “tristemente significativa” a indicare il genocidio fu usata anche da Joseph Ratzinger in veste di Papa, il 20 marzo 2006. Interessante ricordare che Joseph Ratzinger, da cardinale, il 17 settembre 2004, nel corso di un convegno pastorale a Velletri sull’esortazione apostolica ‘Ecclesia in Europa’, aveva motivato dettagliatamente il suo ‘no’ a un ingresso della Turchia nell’Europa comunitaria, rispondendo a una nostra domanda sul tema 

FRANCESCO E PIO XII
C’è stato anche chi ha colto l’occasione per paragonare criticamente la franchezza di Francesco ai cosiddetti ‘silenzi’ di Pio XII. Una comparazione assai improvvida, già per il diverso contesto storico in cui i due Pontefici si sono trovati ad agire. Pacelli era de factoprigioniero in un Vaticano che le SS avrebbero potuto annettere in pochi minuti; Bergoglio parla invece con piena libertà di parola. Poi: se Pacelli avesse denunciato pubblicamente, ad alta voce, i crimini nazisti in corso, ne avrebbero patito conseguenze gravissime i cristiani nell’Europa occupata. Bergoglio invece si riferisce al manifestarsi del lucido e folle disegno sterminatore da parte turca di un secolo fa: è un giudizio storico corredato da molte prove documentali. E’ evidente che per i cristiani di Turchia, già di per sé considerati cittadini di serie B, ci potrebbero essere restrizioni ulteriori, prevedibilmente però ancora sopportabili. Per quanto riguarda i cosiddetti ‘silenzi’ di Pacelli vale infine la pena di ricordare che de facto (e anche qui la documentazione si infoltisce sempre più) Pio XII aiutò – specie attraverso la ‘rete’ ecclesiale – in molti modi concreti i perseguitati, ad esempio aprendo loro le porte dei conventi, fornendo loro protezione, vitto e alloggio, falsificando i documenti. 

QUI L'ORIGINALE

Tags:
genocidio armenopapa francesco

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