Se da quell'oblò contemplassimo il ritmo del nostro tempo che riparte...
Se da quell’oblò contemplassimo il ritmo del nostro tempo che riparte…C'è un momento al mattino che canta. Che incanta. Un momento che, se sei gentile e aspetti un poco, ti fa vedere le cose sussurrate.
Te le mostra sospese e potenti. Prima, prima che ti ricordi di essere un corpo pesante e ti tocca alzarlo. Prima che inizi la sequenza ininterrotta di “Dai bimbe è tardi” fino all'uscita di casa col papà, che le accompagna a scuola.
Prima che mi ricordi e assuma quella posa di afflitta perché il figlio piccolo è ammalato.
Lo sento gorgheggiare dal suo lettino. Ha un timbro di voce così dolce! E quindi soprattutto, sopra a tutto grazie bimbo bello che ci sei!
Il cielo che ora, alle nove, con la casa tornata più quieta, si è fatto opaco, alle sei circa era nitido e canterino, la luce fresca squillava.
E anche se la Marghe era a dormire dai nonni sono quasi sicura avrebbe detto “mamma, c'è un'alba meravigliosa”.
Isabella alle cinque è fuggita dal suo caldo lettuccio ed è arrivata da noi. C'era un orologio nuovo in camera loro e il ticchettio l'ha disturbata. Si è infilata leggera e silenziosa sotto le nostre coperte e mi ha schiaffeggiato con i suoi riccioli biondi – “mamma io li voglio lisci i capelli” protesta di solito da sveglia, ma dormicchiando li lascia splendere così come sono. Biondi, ricci, un po' arruffati. E mi coccola inconsapevole con il suo abbandono di bimba bella e serena.
Prima che sia tardi per temporeggiare, prima di dover obbedire al tempo oggettivo e maschile ci si può abbandonare un poco a quello carnale, femminile e primitivo. Le cose sono lì, sfacciate, e puoi sorriderne.
Dopo, dopo, anche se a breve, ma non ora, dovrai maneggiarle, riordinarle mettere mano ai molti doveri.
Però prima, c'è un prima che così spesso mi lascio sfuggire. Siamo sopravvissuti alla notte, respirando. Inermi in mano a Dio. Siamo stati lì tante o poche ore. La notte, il sonno. Doversi arrendere perché stanchi ha una giustizia che imparo e ricordo, ora.
Siamo sopravvissuti come le cose.
Il sole è sorto ed è lì a compiere il suo giro. Il marito è qui, sonnecchia con me. Poi le sveglie di tutta la casa si fanno insistenti e prima noi adulti poi i più piccoli ci arrendiamo. Bisogna alzarsi.
I movimenti incerti della bimba grande, più che fanciulla, sono come i miei di mamma e come quelli di papà. Spiando me e loro provo tenerezza.
La grande macchina ormai cammina con i contributi vari e collaudati di tutti.
A piano terra ci aspettano pure i gattini, vecchi di soli nove giorni e la loro mamma ragazzina che le prime ore non trovava pace e li trasportava da un nascondiglio all'altro fino al lettino di Ludo. Lì mi sento sicura, diceva con le fusa; e li allattava.
Ora segue noi, ci vuole vicini il più possibile. I micetti sono quattro e si accoppiano per colore; dormono a mucchietti di due. Un mucchietto bianco e arancio e uno bianco e grigio, tigrato.
La vita cammina, la vita insiste, la vita è semplice.