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Tratta e narcotraffico. Secondo round in Vaticano

© TERRE D'AMERICA
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Venerdì iniziano i lavori. Parla Gustavo Vera, relatore: “Impariamo dai gesuiti delle reducciones…”

Gustavo Vera le cose le prende sul serio e si sta preparando con diligenza all’appuntamento che lo porterà per la quinta volta in vaticano, come la presidente Kirchner che lo seguirà di qui a poco. Ha 30 minuti per parlare dei “successi, difficoltà e problemi nella riduzione della prostituzione e del lavoro schiavo”. L’invito glielo ha fatto Marcelo Sánchez Sorondo nella sua qualità di Presidente dell’Accademia delle Scienze sociali che ha a carico il secondo colloquio sulla Tratta e il traffico di persone dopo quello del novembre 2013. Ma si sa chi c’è dietro, e che il nome di Vera l’ha fatto il Papa. Che vuole sapere se ci siano risultati concreti nella lotta a quello che già da arcivescovo di Buenos Aires considerava un “orrore” e una “piaga” che gridano vendetta al cospetto di Dio.

La risposta di Vera, che dal 2001 dirige l’organizzazione non governativa “La Alameda”, è che l’impresa di “ridurre” – nel sobrio linguaggio ecclesiastico – è ardua ma di risultati ce ne sono, eccome. “Il tema è entrato con forza a tutti i livelli della società, e chi lavorava per debellare il lavoro schiavo e la tratta di persone ha ricevuto un grande impulso dal Papa” argomenta; “centinaia di nuove organizzazioni sono nate in tutto il mondo e tante hanno cominciato a riunirsi per meglio affinare l’azione sul terreno della prevenzione e della repressione”. Insomma, così, come le mafie e il crimine organizzato si coordinano tra di loro, anche chi li combatte ha cominciato a coordinarsi sulla spinta del Papa argentino. “Leader religiosi hanno firmato un documento per dichiarare la tratta e i delitti connessi come reati di lesa umanità. La pressione è forte e i risultati cominciano a vedersi nelle legislazioni nazionali e sul terreno concreto” spiega Vera che ricorda tempi recenti, quando le discussioni a livello parlamentare si arenavano contro un muro di gomma.

Nel suo ufficio al secondo piano del palazzo della legislatura di Buenos Aires Gustavo Vera consulta ricerche, sintetizza dati e studia il passato. “Mi hanno chiesto di parlare della tratta di bianche in Argentina e del suo legame con il narcotraffico…” riferisce. Ha intenzione di prenderla alla larga, ma poi – a ben vedere – non tanto da perdersi per strada. Sostiene che la lotta dei gesuiti nel XVII e XVIII secolo e il modo come i seguaci di Sant’Ignazio emancipavano gli aborigeni guaranì dalla sottomissione e dal lavoro in schiavitù cui li sottomettevano gli encomenderos spagnoli ebandierantes portoghesi sia un buon punto di partenza. Sono le famose reducciones, diffuse in America del sud su un territorio che andava dall’Ecuador al Cile, dalla Bolivia al Paraguay passando per Argentina, Uruguay e Brasile. Sta leggendo i testi di un non cattolico, un esponente della sinistra nazionale con venature trozkiste per l’esattezza che si chiama Abelardo Ramos e quelli di un uruguayano, un peronista, filosofo e storico, Methol Ferré. “Le missioni gesuite e la lotta alla schiavitù sociale ed economica sono nel DNA di Papa Francesco” sostiene, “ed oggi va portata avanti sul terreno come facevano allora i missionari della Compagnia di Gesù”.

Sarà un discorso colto quello di Gustavo Vera, dotto e severo. “Siamo in presenza di un nuovo processo di ri-accccumulazione capitalista di tipo mafioso, che scatena fenomeni come il contrabbando di armi, la tratta di persone, il narcotraffico e il commercio sotterraneo di organi umani”. Da cattolico rivendica la primogenitura storica nella lotta al lavoro in schiavitù. “Quando si produsse l’accumulazione originaria, nell’Inghilterra del XVIII-XIX secolo, poi negli Stati Uniti, i gesuiti vi si opposero, prima ancora che lo facessero i socialisti e i marxisti”. Oggi che un gesuita guida la Chiesa universale “questa lotta per la libertà, la dignità e uno sviluppo economico che superi la cultura dello scarto può dare risultati duraturi”.

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