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Il Giubileo del Vaticano II

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Gian Franco Svidercoschi - Aleteia - pubblicato il 12/04/15

Il pontificato di Francesco si muove sull'asse della misericordia, la stessa da cui partiva l'intuizione di Giovanni XXIII

Era stata nient’altro che una commemorazione. E, oltretutto, una commemorazione molto formale, molto distaccata, come di solito si fa per una persona che se ne sia andata ormai da tanto tempo. Ecco: tre anni fa, per il 50° dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’anniversario era stato celebrato così. Belle parole, ma abbastanza convenzionali. E, sotto sotto, anche delle critiche. Come aveva fatto lo stesso Benedetto XVI, con ancora dentro ladelusione – provata al tempo in cui era perito conciliare – di vedere le assise ecumeniche prendere una strada diversa da quella da lui auspicata.

Anch’io, seppure da giornalista, avevo seguito i lavori del Vaticano II, poi le burrascose vicende post-conciliari; e dunque, da testimone, posso permettermi di dire la mia, di considerare quell’anniversario un’occasione perduta. Anziché riproporre l’attualità di un evento che aveva cambiato il volto delcattolicesimo, il suo modo di pregare, di annunciare il Vangelo, di viverlo, e il modo di rapportarsi alle altre Chiese cristiane, alle altre religioni, e specialmente al mondo contemporaneo; anziché promuovere un “incontro” tra il Vaticano II e le nuovegenerazioni, che non ne sapevano assolutamente nulla, e si meravigliavano a vedere in qualche documentario televisivo che prima la Messa era in latino, e il prete celebrava con le spalle al popolo; ebbene, anziché far questo, il Concilio era stato messo definitivamente in archivio. O almeno, sembrava che lo fosse stato messo.

Invece, tutto è cambiato nel giro di pochi mesi. C’è stata la rinuncia di Benedetto XVI, ed è stato eletto il nuovo Papa. Appena si è affacciato dalla loggia di San Pietro, Francesco ha mostrato immediatamente di essere in piena sintonia con lo “spirito” piùprofondo del Concilio. I suoi primi gesti, le sue prime parole – la sobrietà nel vestire, il presentarsi come “vescovo di Roma”, il chiedere al popolo di pregare Dio perché lo benedicesse, e l’invito a camminare insieme, “vescovo e popolo” – erano per così dire la raffigurazione visibile, concreta, della nuova immagine diChiesa plasmata dal Vaticano II.

Jorge Maria Bergoglio non aveva partecipato personalmente al Concilio. Però aveva vissuto il post-Concilio in quello straordinario campo di sperimentazione che é stato il continente latino-americano. Mentre in Europa si era pensato ai cambiamenti strutturali, istituzionali, quelli che riguardavano specialmente la gerarchia ecclesiastica, in America Latina il processo di rinnovamento era stato condotto soprattutto sul piano pastorale. Il che, attraverso il radicamento del Vangelo nelle diverse culture, aveva fatto maturare frutti rigogliosi: una forte ripresa della spiritualità, della pietà popolare e dell’impegno missionario; le due grandi opzioni evangeliche, l’opzione per la liberazione e l’opzione per i poveri. E, tutto questo, con un grande coinvolgimento del popolo, e con un notevole influsso anche nella politica in funzione del bene comune.

E adesso, questa esperienza, Francesco l’ha innestata nel suo ministero universale. Anche perché, proprio a partire dal suo progetto di riforma della Chiesa, così come l’ha disegnato nell’esortazione apostolica “Evangelii gaudium”, sarà possibile rimettere in moto quella vasta opera di rinnovamento che il Vaticano II aveva avviato, ma che poi, ostacolata da tante resistenze, da tante paure, si era fermata a metà strada. Lasciando scandalosamente irrisolti i tre problemi fondamentali – la Chiesa mistero, la Chiesa popolo di Dio, la Chiesa collegiale – del documento-cardine del Concilio, la costituzione dottrinale “Lumen gentium”.

Muove perciò da qui la decisione di Francesco di “abbinare” il Giubileo straordinario – già nella data d’inizio, l’8 dicembre prossimo – con l’anniversario della chiusura del Vaticano II. In mezzo ci sono cinquant’anni di rivolgimenti copernicani, ma l’ispirazione che lega i due eventi è unica: la misericordia. La “medicina della misericordia”, invocata da Giovanni XXIII al posto delle “armi del rigore”, era il segno distintivo di un Concilio che per la prima volta nella storia non avrebbe lanciato anatemi o condanne, e avrebbe avuto una impostazione pastorale, ecumenica, positiva. Il Giubileo, racchiudendo in sé tutte le novità e le aperture di papa Bergoglio, è il segno distintivo di una Chiesa che, nel suo linguaggio, nei suoi gesti, nel suo annuncio, dovrà tornare ad essere testimone credibile della misericordia di Dio, specialmente per quanti sono nella sofferenza, “feriti” dalla vita, soli o abbandonati.

Stavolta, però, non bisognerà ripetere gli errori del passato. Come era accaduto per la riforma liturgica, l’unica del Concilio che, grazie alla nuova Messa, era arrivata direttamente al popolo cristiano, anche ai più lontani. La gente, recitando le preghiere nella propria lingua, finalmente ne comprendeva il significato, e poteva guardare in faccia il celebrante. Ma la riforma non finiva lì. Mancò poi, da parte dei chierici, soprattutto dei parroci, l’impegno a far capire ai credenti che non si trattava soltanto diun nuovo modo di pregare, ma anche di una nuova maniera di vivere la fede, di testimoniarla, dunque di maturare un nuovo stile di vita cristiana.

Insomma, la Chiesa gerarchica dovrà tornare alla sua funzione di servizio, di guida; e i laici cristiani, per poter essere anche loro testimoni credibili della presenza e della vicinanza di Dio misericordioso, dovranno avere la loro parte di responsabilità, una responsabilità reale e non più semplicemente delegata, in quel grande progetto di “conversione pastorale e missionaria” che Francesco sogna per il futuro del cattolicesimo. Già nel VI secolo, nella sua opera più famosa, “Moralia in Job”, Gregorio Magno scriveva: “Ritengo come un dono ciò che ciascuno dei fedelipotrà sentire e comprendere meglio di me: perché tutti coloro che sono docili a Dio, sono organi della verità! Ed è in potere della verità che essa si manifesti per mezzo mio agli altri o che per gli altri giunga a me”.

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