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Cosa faresti se ti restasse solo un’ora di vita?

© Jeffrey Zeldman / CC

padre Carlos Padilla - pubblicato il 10/04/15

L'ultima ora vale tanto quanto la prima, e tutte sono solo l'anticamera di una vita eterna

Pensando alla morte si pensa alla vita. La morte si presenta ai nostri occhi in modo incontestabile, ma costa immaginare cosa faremmo della nostra vita se sapessimo quanto tempo ci resta.

Il filosofo francese Roger Pol-Droit si è chiesto in cosa impiegherebbe l'ultima ora che gli resta se gli annunciassero la sua morte imminente. Nell'ultima ora della sua vita non sceglierebbe di stare con i suoi cari, darsi ai piaceri o mettersi a pregare, ma sceglierebbe di trasmettere quello che sa.

Non so bene cosa farei del mio tempo se avessi solo un'ora davanti a me. Non credo che impiegherei quell'ora a scrivere. Penserei piuttosto alle persone che amo e cercherei di trascorrere quei minuti con loro.

Cercherei di dire cose che non ho mai detto a persone che hanno segnato la mia vita. Ringraziare è bene, e cercherei di farlo. Ringraziare per la vita e per quelle persone che l'hanno segnata. Non credo che continuerei a fare la cosa che stavo facendo in quel momento.

Domenico Savio, quando don Bosco gli chiese, mentre stava giocando, cosa avrebbe fatto se in quel momento fosse arrivata la fine del mondo, gli rispose con candore: “Continuerei a giocare”. Non aveva nulla da perdere. Nulla da temere. Perché una persona è tranquilla quando non ha dubbi pendenti, quando sa di fare ciò che Dio gli chiede.

Credo che io non continuerei a fare ciò che stavo facendo in quel momento. Dipende da cosa. Ma so che avrei pace. Credo che si muoia come si è vissuti. Questo mi rallegra. Pensare a quel momento in cui dovrò solo incontrare chi mi aspetta da sempre non mi turba.

Tabù
È certo, però, che oggi si cerca di nascondere la morte. Quasi come se non fosse un problema. O qualcosa di così temuto che solo parlarne provoca troppo dolore.

Commentava quel filosofo: “La nostra società vuole eliminare completamente le cose negative, e allo stesso modo cerca di nascondere la nostra finitezza. Questa è l'epoca dell'illimitato, e la morte è il nostro limite principale. Ricordare questo è ciò che ci rende umani.

Prima una persona moriva accompagnata, il che era molto umano, ora si muore soli. Oggi l'idea della morte è qualcosa che si vuole nascondere, ma visto che gli esseri umani continuano a morire è difficile occultarlo del tutto. Credo che questo orizzonte finito sia quello che rende la nostra vita più umana”.

Fuggiamo dalla morte e ci aspetta sempre. Non ne vogliamo parlare. Come se non menzionandola riuscissimo a eliminarla. Non è così. Continua ad aspettarci.

Ci fa bene parlare della morte nella malattia. Possiamo esprimere ciò che non esprimiamo se la morte è un tabù. Accettare il fatto della morte, della finitezza della nostra vita, ci rende più umani. Più sensibili, più umili.

Non so cosa farei nella mia ultima ora di vita. So, però, che voglio vivere intensamente ogni momento, ogni ora, ogni giorno. Come se fosse l'ultima opportunità che ho per amare.

Ma so che a volte non lo faccio e mi fermo a cose superficiali, senza dare tutto, senza vivere nel tentativo di amare con tutto il cuore.

La morte per noi è l'inizio di una vita vera. È l'inizio di un amore definitivo. Non si può dare senso a tutto ciò che viviamo senza questa prospettiva.

Diceva Anselm Grün: “La fede reinterpreta tutta la nostra vita. Si riferisce al successo e al fallimento, alla nascita e alla morte, alla salute e alla malattia, alla felicità e alla disgrazia, a tutte le esperienze che ci risultano spesso oscure e che non sappiamo come intendere.

Alle esperienze di crisi che scuotono la nostra vita, alle esperienze di solitudine e disperazione, del vuoto e dell'assurdo, della delusione e di non essere compresi, della mancanza di protezione e dell'estraneità. Non posso darmi il mio significato, devo riceverlo direttamente da Dio”.

Dio ha dato senso alla nostra esistenza. L'ultima ora vale tanto quanto la prima. E tutte sono solo l'anticamera di una vita eterna. Le ore che investiamo. Le ore che valgono la pena.

Vogliamo imparare a dare senso alla nostra vita guardando Dio. Guardando quella vita eterna che ci aspetta. Vivere con questa speranza dà un significato nuovo a ciò che facciamo. Vale quindi la pena di vivere e morire, rallegrarci e soffrire. L'amore che doniamo è seme di eternità.

Quanto ci costa prostrarci, inginocchiarci, umiliarci! È difficile abbassarci. Quando si è prostrati al suolo si è soli. Ci piace stare in piedi, essere forti. Ci piace controllare la vita. Non aver bisogno di nessuno, non essere vulnerabili. Aneliamo alla forza che spesso ci manca. La prostrazione è un'umiliazione eccessiva.

Quanto mi fa bene prostrarmi! Vedere la vita della terra. Così l'ha vissuta Gesù in ogni caduta verso il Calvario. Così ha vissuto la sua vita quella notte del Giovedì Santo. Mi colpisce la sua libertà interiore. Il suo cuore è più libero che mai. Lo condannano, ma conosce la sua verità.

Egli non condanna. Perdona. Gli caricano sopra la croce e la abbraccia. Lo inchiodano e li guarda con amore. Cade e accetta di essere aiutato. Lo rinnegano e ama e guarda. Cerca Maria, che lo guarda tutto il tempo. Va al suo fianco. Lo comprende. E Lui a lei. Con lo sguardo si sostengono.

Quanto è difficile vederlo così fragile! Come lo ammira per il suo amore così grande! Non può togliergli la croce. Che impotenza per una madre! Ma può sostenerlo, incoraggiarlo.

Non è mai stato tanto Dio quanto ora, così vulnerabile. Tanto bisognoso perfino per riuscire a camminare. Il Dio vicino, che ama, aspetta, non impone, si dona, non ricorda il peccato, dà tutto e accetta tutto, prende il dolore nelle sue mani perché nessuno possa sentirsi abbandonato in Lui.

Sulla croce Gesù ci ama tanto! Dice San Giovanni d'Avila: “Sulla croce Gesù ha amato più di quanto ha sofferto”. È impossibile dare di più.

Gesù ha voluto comprendere tante cose in questi giorni santi. Le lotte più difficili avvengono dentro di noi. Ha affrontato la sua storia. Si è prostrato davanti al Dio che lo amava alla follia. Nell'Orto degli Ulivi ha consegnato tutto. Ha conquistato la sua pace. È diventato libero dentro.

Scrive padre José Kentenich: “Guardando la storia universale, possiamo constatare nella storia della nostra vita quanto meravigliosamente Dio abbia condotto il suo progetto universale. Da lì dobbiamo imparare a entrare dentro noi stessi e ad analizzare in modo ragionevole e tranquillo: non trovo ora, dietro i fili intrecciati della storia della mia vita, un'armonia meravigliosa?”

Nessuno avrebbe più potuto togliergli quella libertà interiore. Tra i fili intrecciati ha scoperto la volontà di Dio. Aveva vissuto tutta la vita nel cuore del Padre. Ora si abbandona nel momento di maggiore oscurità. Prostrato, consegna tutto liberamente.

Mi colpisce quella donazione di sé quella notte nell'Orto. Un dolore immenso e tanta liberazione. Gesù supera le sue paure. Passa sopra la sua debolezza e percorre un cammino impossibile. Si prostra, si umilia, si inginocchia. Dio lo solleva con la sua mano piena di misericordia.

Dice padre Kentenich: “Quanto è buono il Padre, quanto è grandioso il suo amore! Sì, così sa ricambiare il Padre. Amore eterno con amore eterno. Sofferenze infinite con gioia eterna; umiliazione senza fine con gloria eterna. E arriverà il tempo in cui ti loderemo in mille modi, nostro Padre, di eternità in eternità”.

Dopo l'umiliazione viene la gloria. Al turbamento segue la gioia per sempre. Non ci saranno più lacrime né dolore. Non ci saranno più limitazione né povertà. Nulla potrà porre fine alla speranza.

Gesù vede tutto in mezzo all'oscurità della notte nell'Orto. Questo istante di luce non smette di commuovermi. Gesù comprende e si abbandona.

Nella vita tante volte vogliamo fare molte cose. Corriamo, ci sforziamo, ci affanniamo. Le opere di Dio, le nostre stesse opere. Ci importa ciò che conquistiamo, ciò che otteniamo dopo una difficile lotta. Vogliamo fare. Vogliamo riuscire.

All'improvviso, però, il tempo o la malattia ci fanno vivere momenti di limitazione. Il fallimento, l'abbandono, la solitudine. Momenti in cui, come Gesù, ci prostriamo. Viviamo allora la nostra notte del Getsemani e dobbiamo consegnare la vita. Tante volte senza comprendere. Il nostro futuro e il nostro passato.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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