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In Principio… Quando la Parola diventa arte

© Mário Macilau / Courtesy Cataldo Colella
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Tre giovani artisti per il Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia. Intervista alla curatrice, Micol Forti

Per la seconda partecipazione della Santa Sede alla 56^ Biennale d’arte di Venezia (9 maggio-22 novembre 2015), il commissario e presidente del Pontificio Consiglio della cultura, cardinale Gianfranco Ravasi ha scelto il tema evangelico “In Principio… la Parola si fece carne” che fa riferimento al Prologo del Vangelo di Giovanni. Dopo la prima partecipazione nel 2013 con un Padiglione ispirato al libro della Genesi, prosegue, ha spiegato Ravasi nella presentazione alla stampa dei contenuti del nuovo spazio espositivo che sarà inaugurato ufficialmente il prossimo 8 maggio, “la volontà di ristabilire il dialogo tra arte e fede” così come l’esigenza di interrogare, in un ambito internazionale, “la relazione tra la Chiesa e l’arte contemporanea”. Aleteia ne ha parlato con la curatrice del Padiglione, Micol Forti, che dirige dal 2000 la Collezione d’arte contemporanea dei Musei vaticani.


 
In che modo il Padiglione della Santa Sede alla Biennale intende esprimere il tema “In principio…la Parola si fece carne” attraverso i tre artisti selezionati?
 
Forti: Il Padiglione del 2015 affronta il tema dell’Incarnazione, cioè del Verbo che entra nella storia. A differenza del primo spazio espositivo, dedicato alla Genesi, abbiamo chiesto agli artisti di confrontarsi anche con la nostra realtà e i tanti problemi che la società offre a tutti noi.
 
Attraverso quali linguaggi?
 
Forti: L’arte, come dimostra il panorama internazionale, prende corpo, forma, vita attraverso i linguaggi più diversi e i nostri artisti ne sono una testimonianza. Un’artista colombiana, Monika Bravo, lavora attraverso delle immagini naturali e dei video formando delle immagini sovrapposte che si scompongono e ricompongono in una nuova unità: il dialogo tra le immagini avviene attraverso la Parola, quella del Prologo del Vangelo di Giovanni che è richiamata nel titolo del nostro padiglione. Incarnazione reale, fatta di corpo e di carne, è quella usata dall’artista macedone, ancora molto giovane, Elpida  Hadzi-Vasileva, che usa materiale organico – pelli, intestini, elementi provenienti da animali – che diventano nuovi tessuti, filamenti, drappi, ricami, dove l’elemento di rifiuto, gettato, torna ad essere una nuova bellezza e una nuova funzione. Infine c’è un’incarnazione che impone di riflettere su uno dei problemi più gravi della nostra società e cioè la distrazione: Mario Macilao, fotografo africano, racconta la vita dei ragazzi di strada, bambini costretti a lasciare le loro famiglie che vivono in quartieri dove i nostri sguardi non arrivano e dove non vogliamo andare a vedere. Tuttavia essi rappresentano una parte fondamentale del nostro futuro. Le immagini cercano, quindi, di restituire a loro un futuro attraverso la nostra attenzione.
 
Quest’anno avete privilegiato lo sguardo femminile nella scelta degli artisti: cosa può dare di diverso all’arte questo sguardo?
 
Forti: Lo sguardo delle donne è molto importante e si caratterizza innanzitutto per l’estremo coraggio. Le artiste donne, nel panorama internazionale, costruiscono con grande fatica la loro carriera e con grande precisione e puntualità la loro ricerca estetica. Offrono una visione senza veli e senza compromessi nelle forme espressive. Dalla sensibilità femminile proviene, inoltre, una straordinaria poeticità. Raramente nella ricerca delle artiste troviamo aggressività e, viceversa, c’è sempre un senso poetico e una capacità di restituire una bellezza figurativa e formale che è tipica dell’occhio femminile alle cose e al mondo.
 
Perché, come ha detto lei, riprendendo le parole del direttore del Musei Vaticani Paolucci, il padiglione della Santa Sede è un “azzardo”? C’è un rischio nel dialogo tra religione e arte contemporanea?
 
Forti: C’è sempre un azzardo nella creazione, in tutte le sue declinazioni. Anche in un parto: c’è un rischio, un investimento, perché si sta costruendo qualcosa di nuovo. Ogni operazione culturale, ogni possibilità di proporre delle nuove idee, una nuova visione, di stimolare curiosità, il dialogo anche fino allo scontro perché la cultura deve essere confrontarsi da punti di vista anche diametralmente opposti, è la linfa perché la nostra civiltà possa evolversi e possa conquistare un futuro e mantenere una sua identità. Nell’azzardo, però, non c’è soltanto l’elemento dell’ incertezza, ma c’è la possibilità di essere parte integrante in un futuro che non è già pre-vedibile, ma sarà figlio dei germi che noi lasceremo.
 
Il Padiglione della Santa Sede è interamente finanziato dagli sponsor. Quanto sono importanti gli sponsor oggi per le attività culturali?
 
Forti: Gli sponsor sono un sostegno fondamentale per la cultura del nostro Occidente. E’ una forma molto diffusa di mecenatismo affinché operazioni che non hanno scopi economici, commerciali, finanziari e che quindi hanno bisogno di un sostegno che non preveda ricavi successivi, possano compiersi. È un sistema che ha sicuramente delle luci e delle ombre. Sarebbe bello che la cultura potesse essere interamente sostenuta dagli enti istituzionali, pubblici, ma ritengo che il coinvolgimento nel mondo dell’arte di chi costruisce il futuro del governo economico di un Paese in operazioni culturali possa essere di reciproco arricchimento.
 
Nella costruzione dell’itinerario artistico presentato alla Biennale c’è stata l’influenza di papa Francesco: sotto quali aspetti?
 
Forti: Per prima cosa nella scelta di artisti provenienti da continenti distanti come l’Africa e l’America latina: ciò ha comportato uno sforzo organizzativo rilevante perché la distanza geografica richiede un impegno più complesso nel dialogo con l’artista. Poi l’elemento dell’età: dare la parola alle giovani generazioni per coinvolgerle, ma soprattutto per esserne coinvolte e diventare noi malleabili attraverso la loro azione. Infine per lo sguardo sociale che inevitabilmente il pontefice ci impone: il fotografo africano Mario Macilao che lavora sulle immagini dei ragazzi di strada vuole affrontare e far vedere ciò che gran parte del mondo occidentale che frequenta la Biennale di Venezia non vuole vedere.  

 

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