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Onorio I e Giovanni XXII sono stati papi eretici?

Jeffrey Bruno
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"L’ipotesi di un 'papa eretico' sembra appartenere più alla fantascienza che alla teologia"

Cosa accomuna Papa Onorio I e Papa Giovanni XXII? Sono due papi a cui è stata attribuita, in circostanze molto diverse tra loro, l'accusa di eresia.  

«L’ipotesi di un “papa eretico” sembra appartenere più alla fantascienza che alla teologia e alla vita della Chiesa – premette Giuseppe Lorizio, docente di Teologia fondamentale all'Università Lateranense -. lo conferma il fatto che tale situazione non viene contemplata nel diritto canonico. Tuttavia essa fa capolino nei tentativi, che risulteranno sempre fallaci, di destabilizzare la comunità messi in atto da gruppuscoli reazionari e tradizionalisti, che talvolta si autodefiniscono anche sedevacantisti». 

TEOLOGIA ED ERESIA
Poiché tali posizioni, evidenzia il teologo, «rischiano di confondere le menti e i cuori di quanti non dispongono di una sufficiente formazione teologica», una riflessione sull’argomento, che tenga conto della storia e della fede, «potrà risultare utile, e forse anche necessaria, perché la chiesa viva nella pace la sua adesione a Cristo, nella consapevolezza che è lo Spirito a condurla nei sentieri del tempo e che tale assistenza non verrà mai meno».

L'INFALLIBILITA' DEL PAPA
Il servizio del vescovo di Roma «non si esprime e manifesta tanto nella dimensione giuridica della giurisdizione nel quadro di una chiesa, concepita estrinsecamente come perfecta societas, quanto teologicamente nell’essere segno dell’unità della fede cattolica e nell’esprimere questa unità nella forma del “primato della carità”». In questo servizio il vescovo di Roma «è assistito dallo Spirito (attraverso quella che la tradizione ci aiuta a definire “grazia di stato”), che ne garantisce l’infallibilità allorché si esprime ex cathedra in materia di fede e di morale». 

FORMAZIONE TEOLOGICA, SENSIBILITA', CULTURA
Tale assistenza tuttavia «non viene meno allorché il vescovo di Roma esercita il proprio magistero in forme ordinarie e meno impegnative sul piano dogmatico-dottrinale. L’eresia, in quanto tale, comporta una parcellizzazione e una frattura che risultano strutturalmente incompatibili col ministero del papa». D’altra parte è inevitabile che nel suo magistero il vescovo di Roma, continua Lorizio, «esprima la propria formazione teologica, la propria sensibilità e la propria cultura, sottolineando e proponendo aspetti della fede, che solo un occhio pregiudizialmente ostile può ritenere ereticali e che sarebbero tali solo se venissero assolutizzati ed escludessero altre dimensioni o aspetti della dottrina».

LA LEZIONE DEL VATICANO II
In ogni caso, sviluppando ed interpretando il dogma della infallibilità pontificia nell’orizzonte di una profonda ecclesiologia di comunione, il Vaticano II «ci insegna a non intendere tale prerogativa come un privilegio individuale, ma sempre all’interno della comunità, di cui il vescovo di Roma è “servo dei servi”. I due episodi, storicamente documentati di una sorta di eresia del papa, ci aiutano ad ulteriormente comprendere tale contesto in una profonda intelligenza della fede, che non si lascia turbare da posizioni ideologiche e pregiudiziali».

IL CASO DI ONORIO I

 
In ordine cronologico, c'è il caso di Onorio I (625-638), a cui «è stata attribuita una eresia riguardante il mistero di Cristo e della sua umanità. Tale eresia in cui sarebbe incorso prende il nome di monotelismo, in quanto tendente ad attribuire al Cristo un’unica volontà, ritenendo la sua natura umana totalmente assorbita in quella divina». 

La storiografia tende oggi piuttosto a spostare la questione «dal livello dottrinale a quello della opportunità pastorale di un rapporto epistolare nel quale il vescovo di Roma, nel tentativo di evitare ulteriori scissioni nella chiesa, sembrava adottare posizioni ereticali. A tal proposito va comunque osservato che anche da parte di quanti (il tutto accade successivamente alla sua morte) lo consideravano diremmo oggi border line non è stata mai ritenuta vacante la sede durante il suo pontificato e che quindi il periodo nel quale lo ha esercitato viene comunque considerato un anello della catena della successione petrina nella serie dei vescovi di Roma».

IL CASO DI GIOVANNI XXII

L'altro caso, sottolinea Lorizio, riguarda Giovanni XXII (1316-1334) «e alcuni sermoni da lui pronunciati relativamente al destino delle anime dei defunti fra la morte e il giudizio universale (escatologia intermedia) che il papa sembrava negare, ritenendo che l’unico giudizio e la relativa sorte di salvezza o di condanna fosse quello finale. Giovanni XXII sostenne l'opinione che le anime dei defunti dimoranti "sotto l'altare di Dio" (Apocalisse 6,9) non ricevessero il Giudizio subito dopo la morte ma venissero ammesse alla piena beatitudine o fossero condannate alla pena eterna unicamente dopo il Giudizio Universale». 

Giovanni XXII presentò questa sua concezione soprattutto in tre omelie e in una dissertazione. Il re Filippo VI sottopose questi testi all’esame dall'Inquisizione. Da parte sua il pontefice «convocò una commissione di cardinali e di teologi, che il 3 gennaio 1334 in concistoro lo indusse a dichiarare che avrebbe revocato la sua concezione,se essa fosse stata trovata in contrapposizione alla comune dottrina della chiesa. Negli ultimi giorni della sua vita scrisse la bolla Ne super his, in cui ritrattava questa ipotesi teologica, espressa non ex cathedra, ma come semplice opinione personale».

«Quest’ultimo caso, ma anche per certi aspetti il precedente – conclude il docente di Teologia – mostrano come l’infallibilità vada pensata in un orizzonte ecclesiale prima che personale e come la fiducia nell’azione dello Spirito debba condurre il credente alla convinzione secondo cui si instaurano nella comunità dei meccanismi di correzione di chiunque, anche del vescovo di Roma, finalizzati all’esclusiva salvaguardia della purezza del Vangelo e alla salus animarum».

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