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​Francesco a Rebibbia: “Gesù ama ognuno di noi con nome e cognome”

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Acqua e lacrime nella lavanda dei piedi del papa ai detenuti del grande carcere romano nella Messa in cœna Domini

“Gesù ci amò, Gesù ci ama, senza limiti, sempre, fino alla fine. Ognuno di noi può dire che Gesù ha dato la vita per lui, per ognuno, con nome e cognome”. Papa Francesco lo ha detto nell’omelia della Messa in cœna Domini che ha voluto celebrare nel carcere di Rebibbia aprendo il Triduo pasquale.

Sei uomini e sei donne, sei italiani e sei stranieri, tutti detenuti nel carcere Nuovo Complesso Rebibbia di Roma e nella vicina casa circondariale femminile sono stati i “novelli discepoli” con i quali il pontefice ha rinnovato il rito della lavanda dei piedi. Dodici discepoli, anzi tredici, poiché una delle detenute portava in braccio il figlioletto e a cui il Papa ha lavato e baciato i piedini. 

Chissà cosa è passato nei cuori di tutti quando il papa ha iniziato la liturgia penitenziale dicendo: “riconosciamo i nostri peccati”. Molti tra i presenti nella cappella piangevano e nell’acqua con la quale il papa ha asperso i piedi si sono mescolate molte lacrime. Il complesso di Rebibbia, nella periferia nord-est di Roma, ospita attualmente circa 2.100 detenuti di cui 350 sono donne. Scontano qui la detenzione per reati anche molto gravi,  omicidi plurimi come per uno dei detenuti che ha servito la Messa.

“L’amore di Gesù è personale – ha ricordato il pontefice con delicatezza -. Non delude mai non si stanca di amare come non si stanca di perdonare. Non si stanca di abbracciarci”.

Francesco è il terzo papa che si reca a Rebibbia. Il 27 dicembre 1983 Giovanni Paolo II – di cui proprio il 2 aprile ricorre il decennale della scomparsa –  ebbe un colloquio con il suo attentatore Ali' Agca) mentre il 18 dicembre 2011 venne in visita Benedetto XVI.

Nella chiesa del “Padre Nostro” Bergoglio ha incontrato 150 detenuti uomini e 150 donne, delle quali 15 sono mamme con i loro bambini che si trovano nel nido del penitenziario. Fuori dalla chiesa altri 300 detenuti, assieme al personale della Polizia Penitenziaria, agli impiegati amministrativi e ai volontari nelle carceri, hanno cercato il suo saluto. Bergoglio, come nel suo stile, ha salutato tutti senza fretta stringendo mani, ascoltando saluti e auspici sussurrati in fretta, benedicendo rosari e il cartellone con l’immagine di un detenuto morto a Rebibbia qualche giorno fa. Tanti dei detenuti hanno voluto baciarlo, trattenendone le mani, baciandole commossi. Un sentimento che il papa ha avvertito con intensità: “grazie tante per la calorosa accoglienza” ha detto prendendo il microfono per un istante. Al suo fianco, a dare spiegazioni e presentazioni, il cappellano del carcere don Pier Sandro Spriano, che anima la cappella carceraria insieme a Roberto Guernieri, padre Moreno Versolato e don Antonio Vesciarelli.

I nuovi discepoli di Francesco appartengono, come accade ormai da tempo nelle carceri italiane, a varie nazionalità: delle sei donne, due sono nigeriane, una congolese, due italiane, una ecuadoregna mentre i sei uomini sono un brasiliano, un nigeriano e quattro italiani. Per questo Caritas italiana, in occasione della visita del pontefice a Rebibbia, ha lanciato il dossier . "Se questo è un detenuto" in cui viene analizzato il tema del carcere nel mondo, a partire dal caso concreto di Haiti, il paese più povero dell'America Latina dove si registrano condizioni carcerarie e pene, alcune forme di vera e propria tortura, che tolgono ogni dignità alla persona. E anche l’Italia è il paese con le carceri più sovraffollate dell'Unione Europea.

Il papa durante l’omelia ha spiegato il gesto della lavanda, ricordando come era uso ai tempi di Gesù lavare i piedi degli ospiti arrivati nelle case sporchi a causa della polvere delle strade: “non c’erano i sanpietrini allora”, ha scherzato Bergoglio strappando un sorriso alla sua assemblea.

La lavanda era un lavoro da schiavi: “Gesù – ha detto il pontefice – si è fatto schiavo per lavarci, guarirci, pulirci”. “La Chiesa – ha aggiunto Bergoglio – oggi vuole che in questa Messa il sacerdote lavi i piedi a 12 persone in memoria degli apostoli”. In questo gesto il Signore fa sentire un’altra volta il suo amore. “Laverò i piedi a 12 di voi – ha proseguito – ma in loro siete tutti voi. Tutti quelli che abitano qui”. E “anche io ho bisogno di essere lavato dal Signore” ha concluso il papa chiedendo le preghiere di tutti i partecipanti “perché il Signore lavi le mie sporcizie e io diventi più schiavo di voi, più schiavo nel servizio della gente, come è stato Gesù”.
 

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