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Cosa bisogna fare per fermare il ddl Cirinnà

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Mario Adinolfi - La Croce - Quotidiano - pubblicato il 27/03/15

Dopo il primo step in commissione giustizia si apre una fase in cui è possibile ancora fare qualcosa: svegliare le coscienze

Il primo passaggio politico è avvenuto. Il ddl Cirinnà che vuole equiparare le unioni gay al matrimonio, consentendo a due omosessuali anche di accedere a meccanismi di filiazione attraverso l’istituto della “stepchild adoption”, che legittima anche il ricorso all’utero in affitto, è stato adottato dalla commissione Giustizia del Senato come testo base con quattordici voti favorevoli, un’astensione e otto voti contrari.

All’opposizione del provvedimento si sono schierati i senatori di Area Popolare, che invece sono stabilmente nella maggioranza di governo e abitualmente votano con il Pd i disegni di legge. Contrari anche i senatori leghisti, mentre Forza Italia si è divisa con l’astensione di uno dei suoi effettivi in commissione Giustizia.
Bisogna sottolineare che questa battaglia sarà lunga. Ieri è stato compiuto solo un primo passo e il teatro della discussione per tutto il mese di maggio resterà l’ambito della commissione. Fino al 7 maggio i gruppi potranno presentare emendamenti al testo base adottato, poi partirà la discussione e si voterà. Nella vita mi è capitato anche di fare il parlamentare, peraltro per il gruppo del Partito democratico che è stato il motore di questo sciagurato disegno di legge, dunque ho una qualche esperienza di quel che su può fare per bloccarlo.

Innanzitutto sarà bene inondare il testo base di emendamenti e di battagliare anche in termini tecnici in modo coriaceo costringendo la commissione all’esame di ogni proposta di modifica. Prendere tempo può servire a far ragionare qualcuno. Secondo passaggio è esattamente questo: la moral suasion. Conosco personalmente molti dei senatori che ieri hanno pronunciato quel sì a una legge vergognosa. E se non mi meraviglio nel vedere l’ex presidente di Arcigay fregarsene bellamente del conflitto di interessi e votare a favore di una legge che gli consentirebbe di trasformare il falso in vero, cioè di dichiararsi padre di un bambino di cui padre non è, avendolo lui acquistato con una procedura di utero in affitto negli Stati Uniti, resto invece piuttosto stupito non leggendo il nome di Giorgio Tonini tra i contrari o almeno tra gli astenuti su questa legge orrenda che consente la trasformazione delle persone in cose, dei bambini in oggetto di compravendita. Giorgio Tonini è un senatore del Partito democratico, cristiano, di grande intelligenza e sensibilità, padre di sette figli. Davvero non posso credere che approvi una norma così clamorosamente sbagliata e foriera di conseguenze infernali.

Dunque un passaggio ulteriore sarà cercare il dialogo con i senatori, individualmente e in gruppo, chiedendo ascolto in particolare ai cattolici, ai cristiani, a coloro che sappiamo animati anche solo semplicemente da libertà e buona volontà, per spiegare con chiarezza che una normativa come il ddl Cirinnà non può essere approvata.

Dovrà essere un dialogo da cercare in tutte le sedi, private e pubbliche. Scrivete email ai parlamentari che conoscete e partecipate a incontri sul tema in cui magari sono presenti anche esponenti politici. Parlatene anche attraverso la stampa, la radio, le televisioni locali, ne parlino i settimanali diocesani e se ne parli nelle parrocchie. Ci sia un grande confronto nel paese, che sia realmente democratico, perché non accetteremo di essere zittiti con la solita sbrigativa formula: “Omofobi”. Non lo sono io, non lo siamo noi. Ci battiamo semplicemente perché, rispettando assolutamente gli omosessuali e i loro diritti come persone, allo stesso modo rispettiamo la Costituzione della Repubblica italiana e le sue leggi sul diritto di famiglia. E siamo radicalmente contrari allo snaturamento dell’istituto matrimoniale, così come siamo contrari a qualsiasi pratica che abbia come vittime i soggetti più deboli, cioè i bambini e le donne. I figli non si pagano e gli uteri non si affittano abbiamo ripetuto praticamente ogni giorno su questo giornale e continueremo a ripeterlo fino al 13 giugno quando ci ritroveremo tutti insieme al Palalottomatica nel giorno in cui concluderemo la nostra mobilitazione di raccolta firme per la richiesta di moratoria all’Onu sull’utero in affitto. E non vorremmo davvero arrivare a quel giorno con l’utero in affitto legittimato da una legge italiana.

Se tutti i passaggi di confronto dovessero rivelarsi vani, infine, ritengo che ci sia una sola strada se la minaccia di una concreta e definitiva approvazione della legge dovesse profilarsi come reale: i senatori cattolici, cristiani o semplicemente alimentati da onestà intellettuale e buona volontà, non potrebbero esimersi dall’aprire una crisi di governo. Parrebbe incredibile infatti agli italiani che un Senato che non ha mai approvato in via definitiva alcuna normativa di iniziativa parlamentare (solo norme di iniziativa governativa), dovesse farlo proprio su questo tema così delicato, peraltro in una condizione politica di maggioranza variabile. I numeri al Senato sono talmente risicati che ritengo inevitabile un contraccolpo politico a un colpo di mano del genere, per la dignità stessa delle istituzioni e per rispetto degli italiani che sanno che le priorità che dovrebbe porsi il Parlamento sono altre, a partire dai bisogni concreti delle famiglie vere, dei quattordici milioni di mamme e quattordici milioni di papà che fanno fatica ad arrivare a fine mese crescendo più di dieci milioni di figli minori, magari prendendosi cura anche dei propri anziani genitori non autosufficienti.
La priorità del Parlamento non può essere trovare il modo di trasformare il falso in vero, di negare a un bambino diventato oggetto la verità del rapporto con il ventre di chi l’ha generato, perché quella donna se l’è venduto e un senatore di sinistra della Repubblica italiana se l’è comprato. No, mi dispiace, non è questa una ratio accettabile con cui varare le leggi.

L’opposizione al ddl Cirinnà sarà dunque durissima e senza quartiere. Speriamo che ci sia uno spazio democratico per poterla compiere senza il terribile pregiudizio che sta riguardando i cattolici in questo paese. Un’Italia dove ormai si ribaltano le decisioni già prese sulla cosiddetta “pillola dei cinque giorni dopo” rendendola acquistabile senza ricetta medica, equiparando dunque un farmaco abortivo ad un’aspirina. Un’Italia dove una consigliera comunale di sinistra coraggiosa come Raffaella Santi Casali a Bologna viene violentemente aggredita in una sede istituzionale e definita “un problema da risolvere” dagli attivisti tristemente noti ai lettori di questo giornale proveniente dal circolo Lgbt del Cassero. Un’Italia dove in prima serata si fanno cinquanta minuti di spot televisivo all’utero in affitto nella trasmissione di Daria Bignardi, con benedizione via Twitter di Roberto Saviano, senza alcuna possibilità di contraddittorio e senza neanche una domanda spinosa per i “genitori” omosessuali che si sono comprati a quindicimila dollari tre figli da una donna di colore che se li è venduti. Il tutto affidando il commento a Umberto Veronesi che si è affrettato a sostenere la pratica affermando che andrebbe “raccontata nelle scuole”.

Un’Italia così sta perdendo l’anima? Non lo so, io conservo viva e forte la speranza. Insegno a mia figlia diciannovenne che l’aborto è male e dobbiamo rispettare la vita fin dal suo concepimento, nella sua grandezza e unicità. Vedo che attorno a Raffaella Santi Casali si stringe la solidarietà di moltissimi. Noto che l’ascolto della trasmissione della Bignardi è stato talmente basso da costringere Urbano Cairo a chiuderla. Il conformismo non paga. Meglio la forza non conformista della libertà di pensiero.

E poi mi affido al magistero di Papa Francesco, che ci insegna a resistere all’ideologia del gender e a quello che chiama “un errore della mente umana”. E poi ricordo le parole di San Giovanni Paolo II: “Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata. Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un’ emozione”. Diamine se ci alzeremo in piedi. E lo faremo subito, da subito. L’urgenza ce la spiega il nostro amato Chesterton: “La cosa più saggia è gridare prima del danno. Gridare dopo che il danno è avvenuto non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale”. Quindi ci batteremo. Mi batterò, personalmente, so che non resterò da solo. Perché la responsabilità ricade sulle spalle di ciascuno di noi singolarmente. Ricordate il ragazzo davanti ai carri armati in Cina? Da solo ne bloccò una colonna. Bene, dunque ognuno faccia il suo.

Può far molto anche una sola persona, basta che non sia una persona sola. E nessuno di noi è solo, lo sappiamo bene. Non prevarranno.

QUI L'ORIGINALE

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utero in affitto
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