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Cosa ci insegna sulla morte cerebrale il caso di Jenny Bone?

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La donna inglese, dichiarata clinicamente morta dai medici, ma che sentiva tutto

I medici la dichiarano morta e chiedono al marito di staccare la spina: lei sente tutto e si sveglia. Messa così, la storia di Jenny Bone, una quarantenne inglese, sembrerebbe miracolosa. 

LA SINDROME DI GUILLAIN BARRE
Tuttavia casi come il suo possono essere anche strumentalizzati. Jenny era stata colpita da una rara malattia nervosa, nota come sindrome di Guillain-Barre, che la portò alla paralisi. L'incubo cominciò nel marzo dello scorso anno, quando si ritrovò all'improvviso seduta in terra senza riuscire a rialzarsi, con dei formicoli che salivano dai piedi fino alle ginocchia. Il suo medico la mandò immediatamente al Luton e Dunstable Hospital, dove la situazione precipitò.

APPARENTE INCOSCIENZA
Solo dopo aver evitato per un pelo, e solo grazie al marito, che le staccassero la spina, le fu diagnosticata la sindrome di Guillain-Barre. Anche se Jenny sembrava incosciente, sentiva e capiva tutto ciò che accadeva intorno a lei, ma non poteva reagire in alcun modo. «Sono stata molto sorpresa che mio marito abbia detto ai medici di non spegnere la macchina di supporto vitale, visto quello che gli avevo sempre detto. E' andato contro la mia volontà, ma ovviamente sono felice che lo abbia fatto».

L'ELETTROENCEFALOGRAMMA MAI FATTO
«La diagnosi di morte cerebrale in questo caso era del tutto sbagliata e sono sorpreso della superficialità dell'approccio clinico – sentenzia ad Aleteia il professore Gian Luigi Gigli, nuovo presidente del Movimento per la vita e docente di neurologia dell'università di Udine -. La sindrome di Guillain Barré non attacca in alcun modo la coscienza, ma può arrivare a compromettere in modo gravissimo la funzione motoria e sensitiva del paziente. Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe bastato un elettroencefalogramma a dirimere un eventuale dubbio».
 

IN ITALIA PIU' CERTEZZE
In Italia, puntualizza l'esperto, «un caso del genere non avrebbe potuto in alcun modo prodursi. La nostra legge, più rigorosa di quella britannica, prevede, infatti, che la morte cerebrale sia diagnosticata solo se sussistono una diagnosi chiara sulla natura delle lesioni, osservazioni cliniche standardizzate confermate nell'arco di sei ore ed un elettroencefalogramma piatto all'inizio e alla fine del periodo di osservazione. In caso di dubbio o di incertezza sulle cause che hanno prodotto la condizione clinica in esame, si prevede anche la constatazione dell'arresto del flusso di sangue al cervello con un'angiografia o una SPECT». 

LA FINE DELL'INCUBO
Jenny, di Leighton Buzzard, a nord di Londra, è stata messa in coma farmacologico e ha impiegato una decina di giorni a venirne fuori. Una volta tornata a casa ha cominciato il lungo percorso di recupero, anche se all'inizio aveva bisogno di un deambulatore per portare a scuola David, il figlio di cinque anni. Ora, a un anno di distanza dalla sua caduta, è tornata al lavoro a tempo pieno ed ha completato, con l'aiuto di un bastone, una corsa di 5 km di beneficenza. Ha ancora dei dolori, soprattutto ai piedi, ha perdite di memoria a breve termine e, a volte, inciampa nelle parole mentre parla. Ma quel che conta è che è viva e battagliera.
 

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