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Un reality sulla realtà di morte dietro l’industria dell’abbigliamento

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Tre ragazzi fanatici di moda sono andati in Cambogia e non si sarebbero mai aspettati di trovare quello che hanno visto...

Silvia Ordoñez

Frida, Ludvig e Anniken sono tre giovani norvegesi che seguono avidamente le ultime tendenze della moda. I loro armadi sono pieni di vestiti, scarpe e trucchi delle marche più importanti del mondo. Per la loro fama sul web sono stati chiamati a partecipare a una specie di reality ideato dalla ONG norvegese “Il futuro nelle nostre mani”, prodotto e diffuso da Aftenposten, uno dei quotidiani più importanti del Paese, nella sua sezione di web tv.

Questa miniserie di cinque capitoli intitolata “Sweatshop, moda economica della morte”, porterà i tre blogger a conoscere la realtà dell'industria tessile delle grandi marche e lo stile di vita dei lavoratori in Cambogia. Convivranno con i lavoratori, sperimenteranno una giornata di lavoro nei laboratori in cui si confezionano gli abiti e impareranno a sopravvivere con il salario che ricevono normalmente in una giornata. Conoscere questa nuova forma di vita cambierà profondamente la loro visione della realtà.

Il video che presentiamo è il primo capitolo della serie.

All'inizio, quando vengono portati nell'umile casa di Sokty, una ragazza cambogiana di 25 anni, si rendono conto della differenza tra il lusso che hanno a casa propria in Norvegia e la povertà dell'abitazione di questa giovane che dorme sul pavimento, ha una cucina piccolissima e solo lo stretto necessario per far fronte a tutti i suoi bisogni. Si mostrano tuttavia restii ad accettare l'idea che la vita di Sokty sia molto più difficile di quella che hanno sempre avuto loro. Nonostante questo, si sorprendono venendo a sapere che la ragazza lavora 7 giorni a settimana, 12 ore al giorno e 8 la domenica, per una paga di 130 dollari al mese.

In seguito devono lavorare in una fabbrica tessile tutto il giorno, e di fronte a questa esperienza si mostrano esauriti e indignati. Con il lavoro in fabbrica hanno guadagnato appena tre dollari ciascuno, e ora devono affrontare la sfida di vivere ogni giorno con quella somma di denaro minima.

Mentre si trovano nella capitale cambogiana, c'è una manifestazione di lavoratori tessili che chiedono un aumento di salario e conoscono Siang Yot, un attivista che difende la causa con passione, e anche se la polizia picchia fino a far svenire dice: “Mi hanno minacciato di morte ma non ho paura. Dobbiamo impegnarci molto e spesso, dobbiamo lottare con il cuore. Non importa quanto siano difficili le cose, dobbiamo portare avanti la nostra lotta. Un giorno il nostro lavoro sarà ricompensato”. Questo dimostra ai ragazzi norvegesi che l'ingiustizia e l'indignazione generano coraggio e che la speranza non muore mai, perché c'è gente disposta a morire perché le condizioni di vita delle proprie famiglie e dei propri connazionali possano migliorare. L'unica cosa che chiedono queste persone è un salario di 160 dollari, somma che in Norvegia non è niente (è il prezzo di una giacca qualsiasi in un negozio di abbigliamento).

L'ultimo momento, e forse quello di maggiore impatto, è quando i ragazzi norvegesi visitano un centro di aiuto per lavoratori tessili. È lì che, dopo aver parlato con lavoratori che non hanno potuto realizzare il sogno di studiare o i cui familiari sono morti perché non avevano da mangiare, esplodono. Anniken, 17 anni e una delle blogger più seguite in Norvegia, confessa con le lacrime agli occhi: “Seduta sul mio letto in Norvegia sentivo parlare di tutti quelli che soffrono… Ho pensato molte volte che al mondo ci sono molte persone superflue perché in qualche modo non sono nessuno, non fanno niente nel corso della loro vita. E quando inizi a parlare con una persona vedi che vale esattamente quanto valgo io”.

Anche Frida, 19 anni, è rimasta molto colpita, e l'ha impressionata il fatto che una delle lavoratrici le abbia detto che era un bene già solo che fossero andati ad ascoltarla: “Piangeva perché mostravamo interesse per la sua situazione. Ho sentito di doverle prendere la mano in segno di riconoscenza per aver potuto stare lì e conoscere la sua storia”. L'indifferenza iniziale di questi giovani è quella che oggi caratterizza tutti noi, che andiamo sempre di corsa e siamo presi dalle nostre occupazioni, senza prestare attenzione a quello che accade intorno a noi, senza che ci importi se qualcun altro sta morendo o non ha da mangiare.

Dopo tutta questa esperienza, Anniken non pensa più che qualcuno debba essere abituato a vivere così e si chiede: “Che tipo di vita è questo?” Dopo aver ascoltato la testimonianza di una ragazza ha detto singhiozzando: “Se quella ragazza di 19 anni fossi io, mi sarei arresa. Non avrei avuto la forza di alzarmi ogni mattina per andare a lavorare e poi dare tutto il denaro a mio padre perché riesca a sfamare i miei fratelli. Non avrei avuto neanche la motivazione per alzarmi”. Spesso cerchiamo una motivazione per fare anche cose minime, mentre altri compiono gli sforzi più grandi semplicemente per sopravvivere. “Non potremo mai risolvere tutto o anche solo un problema mondiale, ma in realtà non è quello che chiedono. Chiedono solo un salario un po' più alto, sedie migliori e un ventilatore sul soffitto di una fabbrica. Bisogna andare avanti fino a ottenerli”. Tornando a casa hanno detto: “Ora la nostra responsabilità è cercare di influire sugli altri in Norvegia”.

Forse Anniken, Ludvig e Frida non appartengono ad alcuna religione e le loro famiglie non hanno insegnato loro valori morali, ma tutto ciò che hanno visto e vissuto li ha fatti svegliare. Immagini tanto diverse da quelle della loro quotidianità e lontane dalle loro comodità li hanno spinti ad agire a favore di questi lavoratori e contro le ingiustizie delle multinazionali che producono abiti e accessori guadagnando milioni.

Il pensiero che avevano i tre blogger all'inizio della serie è sfumato completamente alla fine di questa esperienza, venendo sostituito dalla lotta a favore della dignità umana che è il tema centrale dell'analisi e quello a cui ci invita papa Francesco:

“Una battaglia contro questo movimento che porta l’umanità a pensare che una persona sia un oggetto usa e getta, un oggetto da usare. (…) Siamo certamente in un’epoca dove la persona umana viene usata come oggetto e finisce per essere materiale di scarto. Agli occhi di Dio non c’è materiale di scarto, c’è solo dignità” (Simposio di giovani contro la prostituzione e la tratta di persone)

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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