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L’altra Scampia che aspetta papa Francesco

© Flavio Ronco

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 19/03/15

Pizzuti, gesuita decano dei sociologi di Napoli: “Superare l’ordinaria emarginazione”

Si chiama “Scampia Felice” l’esperienza di un comitato di cittadini, credenti e non, che hanno dato vita nel quartiere di Napoli che accoglierà papa Francesco il 21 marzo, ad un laboratorio politico, espressione di un’idea di cittadinanza attiva e responsabile. Per andare oltre l’immagine stereotipata di un territorio regno del degrado e preda della criminalità, nel corso degli anni sono state proposte iniziative culturali e formative ed elaborati due manifesti per una crescita sostenibile del quartiere. In occasione della visita del pontefice il comitato propone sotto forma di “Lettere a Papa Francesco” da “Scampia Felice”, cioè da una “Scampia nuova”, alcune riflessioni sul quartiere, la città e la Chiesa. Aleteia ne ha parlato con il sociologo gesuita Domenico Pizzuti, che vive da molti anni nel rione del capoluogo partenopeo. Autore de "Le due Napoli" e di altri saggi, Pizzuti è professore emerito di Sociologia alla Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale ed è stato direttore dell'Osservatorio sulla camorra e l'illegalità. Di recente ha pubblicato con Giacomo D'Alessandro il libro "Ri-partire dalle periferie” (Linkomunicazione, 2014).

Come si può raccontare Scampia senza cadere negli stereotipi?

Pizzuti: Guardando la realtà di oggi che è cambiata rispetto a 25 anni fa, all’epoca della visita di Giovanni Paolo II. La Scampia di oggi si può definire un caso di “ordinaria emarginazione urbana”. In questi anni c’è stato un miglioramento, non solo nell’arredo urbano e quindi nell’aspetto visibile, ma anche grazie a una maggiore presenza delle istituzioni fondamentali: scuola, associazioni, parrocchie. Tuttavia Scampia è rimasto un quartiere dormitorio con un basso livello di servizi. Questo si intreccia agli aspetti problematici di sempre: la presenza della camorra, seppure attenuata rispetto a qualche tempo fa, di due campi nomadi e del carcere, tutte realtà che sollecitano attenzioni e risposte. Nello stesso tempo a Scampia, esiste però, un tessuto associativo vivace che ha dato alcune risposte ai bisogni culturali e sociali del territorio e questo aspetto la differenzia positivamente da altre periferie a livello civile e ecclesiale.

Nelle lettere a papa Francesco avete chiesto di sottolineare la necessità di creare “ponti” anche all’interno della comunità ecclesiale: perché?

Pizzuti: Ci sono tante presenze sul territorio di Scampia, ma ognuna sta nel suo quadratino, come nel gioco degli scacchi. Manca la cooperazione e questo vale anche per la comunità ecclesiale e il rapporto tra parrocchie e religiosi. La frammentazione investe pure la realtà dell’associazionismo che non riesce a fare rete tra le diverse esperienze. L’imperativo diventa allora: “connettere”. Anche perché Scampia è caratterizzata da una stratificazione sociale complessa che non si presta a una lettura unificata. Ci sono più realtà che si intrecciano nello stesso quartiere. Nei condomini privati vivono professionisti che faticano a coinvolgersi nel territorio; nella zona dell’edilizia popolare c’è una classe sociale più modesta e che necessita di strumenti per elevare il livello culturale, mentre nei campi rom c’è chi lotta per la sopravvivenza quotidiana. L’elemento unificante tra tutte queste situazioni è l’ordinaria emarginazione urbana, cioè il basso livello dei servizi per esempio nel campo della mobilità o nell’assistenza alle famiglie.

L’altro aspetto che raccomandate all’attenzione di papa Francesco è “ridare voce al popolo di Dio” contro il clericalismo: come mai?

Pizzuti: Ridare voce al popolo di Dio è un problema di tutta la Chiesa. E’ ciò che ha denunciato il papa a proposito del clericalismo: nonostante lo sforzo formativo seguito al Concilio, sia il clero che i fedeli tornano alle vecchie tradizioni. Ci sono preti che non riconoscono il ruolo dei laici, ma c’è anche molta “affiliazione clericale” da parte di chi va in chiesa. E’ un problema di livelli culturali da elevare e che riguarda anche la società civile, affinché le persone non siano facile preda dei vari imbonitori di turno. Il fatto che papa Francesco venga a confermarci nella fede cristiana – e non in qualcos’altro – significa anche questo: spogliarsi di certe forme di presenza e di formalità che allontano i pastori dalla gente. Altrimenti c’è il rischio di un evento trionfalistico.

Uno dei temi del pontificato di Francesco è quello delle periferie ed è per questo che inizia il viaggio a Napoli da Scampia. Lei ha scritto il libro “Ri-partire dalle periferie”: che vuol dire?

Pizzuti: Significa uscire dal relativo benessere e dal familismo più o meno amorale e assumere le ferite delle periferie con tutti i problemi economici e culturali. Significa ripartire dalle persone e, senza retorica, chi ha di meno “è” la persona. E’ un problema di integrazione, ma non coincide solo con il progredire del benessere materiale. Significa vivere insieme per non lasciare le persone da sole, stare accanto a chi ha bisogno di ritrovare la propria dignità e in questo modo riacquistarla a propria volta perché tutti e due – chi aiuta e chi è aiutato – cresce in umanità e costruisce una società più egualitaria e più giusta.

Cosa si aspetta la città da questo incontro con il papa?

Pizzuti: E’ importante che l’attenzione non si concentri solo su Scampia: il problema è Napoli, con la sua realtà civile, sociale e religiosa. Papa Francesco viene ad incontrarci come un amico e come un padre, qualcuno che porta una parola vera e a cui poter stringere la mano. Ma il giorno dopo la visita del papa cosa succede? Cambia qualcosa o si è vissuto solo un’emozione? Francesco porta speranza, ma la speranza va vissuta collettivamente. I problemi non possono essere risolti dal papa. Non può farlo nemmeno il privato sociale da solo: è necessaria l’interazione tra istituzioni e cittadini su alcuni obiettivi, attraverso filtri che un tempo erano costituiti dai partiti. E questo è un problema non solo di Scampia o di Napoli ma di tutti. 


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