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Perché non si evangelizza con la paura dell’inferno

Alexander Tihonov

Card. Gianfranco Ravasi - Edizioni San Paolo - pubblicato il 18/03/15

Che differenza c'è tra avere paura e avere timore di Dio?

Che cosa sono, alla luce della pagina biblica, il timore e la paura? Si tratta di un soggetto di sua natura ambiguo e delicato, che sembra attanagliare l'uomo contemporaneo, sempre sospeso sul baratro dell'ignoto, del terrore, dell'insicurezza. Diciamo subito che non riteniamo il concetto di “timore” solo negativo, né che paura e timore siano del tutto sinonimi. Ma per parlare di tutto questo, mi piacerebbe partire con una nota personale. Quello che prova Yambo, il protagonista del romanzo di Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana (2005), l'ho sperimentato anch'io qualche tempo fa, quando nella casa estiva dei miei familiari ho ritrovato l'antica amata copia del Nuovissimo Melzi, il dizionario della mia adolescenza. Mi ero imbattuto proprio nella pagina che mi atterriva da bambino, e che Eco riproduce a pagina 110 del suo libro. Erano 30 caselle di una macabra scacchiera in cui sfilavano tutti i supplizi possibili: dalla berlina ai ceppi, dalla crocifissione alla decapitazione, dalla fucilazione alla ghigliottina, dalla graticola alla lapidazione e così via elencando in un crescendo di genialità perversa.

Ai nostri giorni il Melzi è sostituito da Internet, e le pagine elettroniche, che ci riversano flussi ininterrotti di liquami, ci squadernano le torture carcerarie più aggiornate e raffinate, le decapitazioni più sanguinolente, la più completa fenomenologia della guerra e del terrorismo, esecuzioni mirate, ufficiali e stragi segrete e improvvise o perversioni innominabili.

La reazione è sempre la stessa e oscilla tra il sadismo e l'esorcismo della paura: da un lato, c'è il sottile e inconfessato gusto masochistico di guardare quelle infamie, a rischio di assuefazione amorale, dall'altro c'è lo sforzo apparente di vaccinarsi da quegli incubi, a rischio di cancellarne l'immoralità. D'altronde, se sfogliamo la letteratura storica di tutti i tempi, ci si accorge che la paura è stata una componente spesso decisiva della vita sociale.

Se il filosofo francese cinquecentesco Montaigne nei Saggi non esitava a temerla (“La paura è la cosa di cui ho più paura”) e il nostro Giorgio Bassani nel Giardino dei Finzi-Contini (1962) la definiva “pessima consigliera”, non bisogna dimenticare che lo scrittore e politico inglese del '700 Edmund Burke non esitava a proclamare che “una vigile e provvida paura è la madre della sicurezza”, tant'è vero che i regimi assoluti hanno sempre fatto proprio – anche senza conoscerlo – quello che Svetonio considerava essere il motto di Caligola: “Oderint dum metuant” (“Odino pure, purché temano”, in realtà, il detto è dell'Atreo di Lucio Accio, tragico latino del II-I secolo a.C.).

Il filosofo e storico tedesco Oswald Spengler nel suo famoso Tramonto dell'Occidente (1918-1922) arrivava al punto di affermare che “la paura è senza dubbio il più creativo fra tutti i sentimenti primordiali. L'uomo le deve non soltanto le forme e le figure più mature e più profonde della sua vita interiore cosciente, ma anche i riflessi di questa vita attraverso le opere innumerevoli della cultura”.

Certo è che la paura è una delle esperienze capitali sia dell'esistenza sia della nostra struttura cromosomica, se è vero che è stata persino annunziata la scoperta di un gene della paura. Che il temere sia una sorta di pianeta molto variegato in cui ci si insedia più o meno a lungo – e in questi ultimi tempi ci stiamo ben piantati – emerge dallo stesso sforzo che la nostra lingua fa per catalogarne le oscure iridescenze: paura, timore, spavento, angoscia, angustia, sgomento, terrore, panico, inquietudine, batticuore, ansia, turbamento, trepidazione, apprensione, tanto per citare i termini che mi vengono in mente accanto a quelli più popolari di fifa, strizza, tremarella…

Anzi, in epoca contemporanea su questa realtà si è gettata con entusiasmo la psicologia, che ha rispolverato un vocabolo obsoleto e colto trasformandolo in una sorta di talismano magico, fobia, declinato in decine di tipologia (agorafobia, claustrofobia, eritrofobia, patofobia, rupofobia ecc.) Si è assistito, così, a un vero e proprio accanimento terapeutico a livello psicoanalitico, biologico e comportamentale, con il risultato di lasciarci alla fine nello stato descritto dal regista americano Woody Allen che, ammiccando alle note distinzioni freudiane, confessava: “Il mio strizzacervelli è ottimo: mi ha tolto la paura e mi ha infettato di angoscia”.

Fare, perciò, una storia della paura e delle sue variazioni è un'impresa disperata, perché dovremmo attraversare tutti i secoli e quasi tutti i testi. Basta solo un fremito a mettere in crisi, come diceva già Sofocle in un suo frammento: “Per chi ha paura tutto fruscia”. Idea raccolta da Shakespeare nel suo Enrico VI: “L'uccello che sia stato invischiato in un cespuglio, tende a dubitare, con le ali tremanti, di ogni altro cespuglio che veda”.

Noi ora vorremmo, però, fermarci solo sul nesso tra paura e religione e non per il solito luogo comune dell'arma dell'inferno brandita dalle fedi come strumento di soggezione umana, arma impropria sicuramente usata nella storia e spesso per fini nascosti e interessati. No, c'è un aspetto più serio da considerare: la paura è strutturale alla religione genuina, al suo stesso autoporsi.

E' ciò che ha dimostrato a suo tempo Rudolf Otto nel celebre suo saggio Il sacro (1917) con l'acclamato binomio del tremendum e del fascinosum, considerato come categoria religiosa radicale. Il legame con la divinità, se si nutre dell'attrazione esercitata dal mistero, è al tempo stesso sostanziato di timore numinoso nei confronti della trascendenza.

Si fa strada, allora, la necessità di una distinzione che ai nostri giorni è venuta meno ed è forse un male o una perdita: quella tra paura e timore. La paura è tutto ciò che abbiamo sopra descritto e che si continua a sperimentare nel nostro travagliato presente. In greco il verbo della paura phobéomai deriva da phébomai (fuggire). E' per questo che Aristotele riprovava la paure come reazione irrazionale e gli stoici la collocavano tra le quattro passioni dalle quali il saggio si libera, scegliendo la via dell'atarassia, cioè della quiete indifferente, serena e pacata. Era, dunque, quasi un vizio. Il timore, invece, è già per Omero una virtù, è il rispetto venerabondo nei confronti dell'epifania divina, è la consapevolezza del limite umano e della grandezza dell'oceano di misteri che ci avvolge e supera. E' interessante notare che questa distinzione regge anche l'intera Bibbia, che è pur sempre il nostro codice culturale radicale, ed è notevole il fatto che il significato della radice ebraica yr', che ricorre 436 volte nell'Antico Testamento, e del greco phobéomai/phobos del Nuovo Testamento (142 volte) sia proprio ritmato su questa antitesi tra paura e timore.

Così, “il timore del Signore è l'inizio della sapienza” (Pr 1,7) e l'appello costante che si rivolge ai credenti è questo: “Temete il Signore, o suoi santi perché non c'è indigenza per quelli che lo tempo. Venite, o figli, e ascoltatemi: il timore del Signore io voglio insegnarvi” (Sal 34,10.12). Per descrivere il successo della Chiesa delle origini Luca nella sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli, scrive: “La Chiesa era in pace e si edificava e progrediva nel timore del Signore, piena della consolazione dello Spirito Santo” (9,31). Il timore genera pace, anzi – il paradosso va oltre – il timore coesiste con l'amore, come si legge nel Deuteronomio: “Che cosa chiede a te il Signore tuo Dio se non di temere il Signore tuo Dio, di seguire tutte le sue vie, di amarlo di servire il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima” (19,12).

La paura, invece – nota Giovanni nella sua prima lettera – non può intrecciarsi con l'amore: “Nell'amore non vi è timore; anzi il perfetto amore scaccia il timore, perché il timore suppone il castigo” (4,18). E questa frase basterebbe a demolire una religiosità che si alimenta solo con la paura della punizione infernale.

C'è qualcosa di più: il rispetto reverente e “timoroso” per Dio è sorgente di fiducia e quindi vince la paura. Per questo il credente autentico sa di non essere solo quanto entra nel territorio oscuro della paura, ma di avere accanto a sé una presenza trascendente. E' significativo il grido dei profeti rivolto a un popolo scoraggiato e dubbioso: “Non temere, verme di Giacobbe, larva di Israele! Io ti aiuto, oracolo del Signore” (Is 41,14). E Cristo al suo sparuto gruppo di discepoli: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,32). E' per questo che ripetutamente, di fronte ai vari incubi della storia, le pagine sacre ripetono un appello che nasce dal timore-fede e che è destinato a cancellare la paura: “Non aver paura: continua solo ad avere fede”, “Agli smarriti di cuore ripetete: Coraggio! Non abbiate paura!”, “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo!”. E così via per decine e decine di citazioni.

C' un ultimo profilo che rende necessario il timore ed è quello del rispetto della moralità: il Decalogo è rivelato, secondo la Bibbia, durante una teofania sinaitica che genera adorazione e reverenza. Si ha, infatti, una cornice tempestosa, fatta di “tuoni, lampi e una nube densa sul monte, con un suono fortissimo di corno…, col monte Sinai tutto fumante…come il fumo della fornace, mentre il monte tremava molto” (vedi Es 19,16-18). Nella “laica” Garzantina della Psicologia curata nel 1999 da Umberto Galimberti si afferma che il timore “concorre alla formazione della coscienza morale che argina le spinte trasgressive”. Per la religione il timore sopra descritto attesta questa funzione, ma è anche qualcosa di più perché sboccia da una fiducia nei confronti di un Dio che “non vuole la morte ma la vita” e, quindi, ti indica la via libera del bene e della giustizia.

A questo punto la nostra apologia del timore che vince la paura potrebbe tirare le fila per un'applicazione al presente in cui viviamo, presente dominato dalla paura. Abbiamo bisogno di ritrovare quel timore che è rispetto per l'altro, ossia il prossimo, e per quell'Altro che è Dio o il mistero (secondo le diverse opzioni). Abbiamo bisogno di ritrovare quel timore che è principio di moralità e che condanna ogni arroganza immanentistica, ogni sfida e trasgressione cieca, istintiva, brutale, disumana e blasfema, anche se segnata con il nome di Dio “nominato invano”. Abbiamo bisogno di ritrovare quel timore che è fiducia e fraternità perché tutti siamo creature, partecipi delle stesse paure e della stessa fragilità adamica.

Alla logica del duello che nasce dalla paura dell'altro è da sostituire il dialogo che fiorisce dal timore, che è rispetto dell'altro e della sua diversità. Proprio come insegna la parabola tibetana del viandante nel deserto. Un uomo vede profilarsi all'orizzonte lungo la pista che sta percorrendo una figura che avanza: sembra una belva. Purtroppo nella steppa non c'è scampo, bisogna proseguire, sia pure col terrore in cuore. La figura, fattasi meno lontana, si rivela essere quella di un uomo. Ma la paura non cessa: potrebbe essere un predatore, un brigante solitario. Il viandante avanza ulteriormente, anche perché non ha alternativa. Non osa quasi alzare gli occhi. Ecco i due finalmente di fronte: “Levai gli occhi, lo guardai in volto: era il mio fratello che da anni non incontravo!”.

[Tratta da Gianfranco Ravasi, "Conoscere il proprio cuore. Imparate da me" (Edizioni San Paolo)]

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