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Se vuoi la pace, opera per la pace

© UN foto/Amanda Voisard

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 11/03/15

Parolin all'Università Gregoriana disegna la road map della diplomazia vaticana. Un ufficio per la mediazione internazionale nella riforma della Curia?

"Se vuoi la pace, prepara la guerra" affermava un antico detto, che in latino suona: "Si vis pacem, para bellum". Tutto il contrario per la diplomazia vaticana che si preoccupa di favorire in ogni modo la pace e di prevenire i conflitti concorrendo ad affermare la forza del diritto e della legalità: dando cioè sostanza a uno "ius contra bellum", a un diritto contro la guerra. Lo ha spiegato il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, intervenendo al Dies Academicus dell'Università Gregoriana sul tema "La pace: dono di Dio, responsabilità umana, impegno cristiano".

Parolin è in partenza per un viaggio in Bielorussia in occasione della benedizione della prima pietra della nunziatura apostolica a Minsk: il Vaticano, ha detto il segretario di Stato ai giornalisti, sostiene lo sforzo del governo bielorusso per "cercare un'uscita negoziata e pacifica alla crisi" dell'Ucraina. "Penso che la mia presenza – ha affermato – possa in un certo senso appoggiare questo sforzo che si sta facendo a livello del governo locale". Rispetto alla possibilità di risoluzione della crisi ucraina, il segretario di stato ha rilevato come gli strumenti ci siano tutti ma: "ci vuole la capacità di volere la pace e di credere che la pace sia veramente un valore supremo. E come dicevano i Papi, 'con la pace nulla è perduto, con la guerra tutto è perduto'".

E' questo il cuore dell'agire della diplomazia della Santa Sede che oggi ha relazioni bilaterali con 179 Stati del mondo a cui vanno aggiunte l'Unione europea e la Palestina e rapporti multilaterali con una miriade di organismi governativi. L'azione diplomatica si esplica attraverso le nunziature, rappresentanze stabili presso gli Stati a capo delle quali ci sono i nunzi apostolici, gli "ambasciatori" del papa, oppure di Missioni permanenti presso le organizzazioni internazionali finalizzate alla cooperazione sui temi dello sviluppo sociale ed economico sostenibile, indispensabile per garantire un futuro di pace.

La peculiarità della diplomazia vaticana, ha spiegato il segretario di Stato, è la sua "funzione ecclesiale", pur agendo con gli strumenti e i principi del diritto internazionale. L'idea di pace di cui è portatrice la Santa Sede, però, "non si ferma a quella che le Nazioni esprimono nel contemporaneo diritto internazionale". Questa nasce dalla convinzione che "nessuna azione avente a cuore la pace, compresa quella esercitata dalla diplomazia, può essere ragionevole e valida, se, anche tacitamente, mantiene ancora dei riferimenti alla guerra".

Prevenire i conflitti

E' la prevenzione delle cause di conflitto così come la gestione delle fasi successive ai conflitti, percorse da tensioni che sono spesso in grado di riaccenderli, l'obiettivo cui guarda la diplomazia della Santa Sede. Il diritto internazionale, ha spiegato Parolin, ha elaborato norme per "governare le situazioni che giustificano il ricorso all'uso della forza armata – il cosiddetto ius ad bellum – e di quelli volti a regolare i conflitti stessi, il tradizionale ius in bello". In tempi più recenti ha elaborato norme per "umanizzare la guerra" definendo il diritto internazionale umanitario, a cui ha collaborato anche la Santa Sede. Però ciò che ritiene più urgente, soprattutto in riferimenti alle atrocità di questi giorni, è "modificare il paradigma su cui poggia l'ordinamento internazionale" dando consistenza ad uno ius contra bellum, cioè a norme in grado di sviluppare e imporre "gli strumenti già previsti dall'ordinamento internazionale per risolvere pacificamente le controversie e scongiurare il ricorso alle armi". Proprio quel dialogo, negoziato, trattiva, mediazione, conciliazione, "spesso visti come semplici palliativi privi della necessari efficacia".

Legittima difesa: extrema ratio

Puntare sul dialogo non significa escludere l'extrema ratio della legittima difesa cioè l'intervento per disarmare l'aggressore per proteggere persone e comunità, ma a patto che sia proprio l'ultima possibilità concessa e, soprattutto, venga attuata solo "se è chiaro il risultato che si vuole raggiungere e si hanno effettive probabilità di riuscita". "La storia della diplomazia – ha ricordato Parolin – narra numerosi episodi in cui per due o più contendenti il territorio di un terzo Stato diventava il luogo in cui confrontare i rispettivi interessi, dimenticando i diritti delle popolazioni residenti". Allo stesso modo il diplomatico intuisce le conseguenze che in una regione instabile può portare la fornitura di armi magari ammantata da "motivazioni di ordine strategico, economico, etnico, culturale o anche religioso". Se manca la volontà di fermare queste situazioni il rischio di prolungare i conflitti è certo, ma "la pace non nasce dalle bombe".

Non solo vincitori e vinti

Allo stesso modo vanno rafforzati gli strumenti del diritto in grado di gestire la fase successiva ai conflitti: "uno ius post bellum rinnovato rispetto a quello tradizionale che resta limitato solo a stabilire i rapporti tra i vincitori e i vinti". Sono molte le questioni da affrontare nel post-conflitto che rischiano di produrre nuove deflagrazioni: il rientro dei profughi e degli sfollati, il funzionamento delle istituzioni, la ripresa delle attività economiche, la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale tra cui quello religioso. E poi le esigenze di riconciliazione tra le parti: il diritto al ritorno, al ricongiungimento delle famiglie e delle comunità con il problema della restituzione dei beni o del loro risarcimento. Bisogna assicurare un futuro di pace a chi ha vissuto gli orrori della guerra. "Questo comporta – ha affermato Parolin – pensare a efficaci meccanismi della giustizia di transizione, perchè siano realmente conformi a giustizia e non alla volontà di parte". Tradotto nel linguaggio della diplomazia significa "dare priorità alla forza del diritto rispetto all'imposizione delle armi, garantire la giustizia ancora prima della legalità".

Nella riforma della Curia un Ufficio per la mediazione pontificia

Oggi la diplomazia pontificia è impegnata su vari fronti, anche se spesso "lontano dai riflettori" secondo la regola aurea della diplomazia che è la "prudenza": dal Medio Oriente a difesa delle comunità cristiane, al ristabilimento di nuove relazioni tra Cuba e Stati Uniti, vicenda nella quale è stata essenziale la mediazione vaticana così come riconosciuto da entrambe le parti. Un tale contributo pacificatore affonda le radici in altre mediazioni vaticane come quella tra Argentina e Cile per la sovranità sul canale di Beagle risolta nel 1984 o, più indietro, nel 1885 con l'arbitrato di papa Leone XIII tra Spagna e Germania per la sovranità sulle Isole Caroline. Per questo Parolin ha auspicato che nella riforma in atto della Curia romana trovi posto, nell'ambito della Segreteria di Stato, un Ufficio per la mediazione pontificia che possa fare da raccordo tra "quanto sul terreno già svolge la diplomazia della Santa Sede nei diversi Paesi e collegarsi alle attività portate avanti in tale ambito dalle Istituzioni internazionali".

Tags:
vaticano
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