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San Paolo e quel curioso corollario fiscale

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Card. Gianfranco Ravasi - Edizioni San Paolo - pubblicato il 10/03/15

La conclusione è scontata: “E’ necessario stare sottomessi, non solo per timore della sua collera ma anche per ragione di coscienza” (13,5). A questo punto Paolo allega una nota sulla questione fiscale: “Per questo, allora, dovete pagare le tasse, perché coloro che compiono questa funzione sono ministri [leitourgoì] di Dio” (13,6).

Certo, il discorso risente del tempo, del contesto socio-culturale, delle finalità immediate che l’Apostolo si propone, dell’ottimismo con cui si vede l’impero romano come tutore anche del cristianesimo, in opposizione al giudaismo considerato come ostile e vessatorio. E’, quindi, necessaria una corretta interpretazione, essa ci permetterà di aprire il discorso sul rapporto tra fede e politica già sviluppato da Gesù con il gesto simbolico della moneta di Cesare (Mt 22,15-22). Sicuro è che Paolo – come già Cristo – non vuole qui offrire un trattato di morale socio-politica ma tracciare solo una linea di condotta alla Chiesa del I secolo inserita nella struttura imperiale romana. Tuttavia alcune considerazioni di ordine generale possono essere dedotte anche da un brano “datato” com’è questo.

L’uso da parte di Paolo del linguaggio giuridico profano, l’angolo di visuale “dal basso” per i rapporti con lo Stato (cioè la morale del cittadino più che quella dell’uomo politico), la concretezza degli impegni richiesti vogliono coinvolgere il cristiano nella realtà della vita civile. In tal modo, come ha fatto notare il teologo Ernst Käsemann, Paolo intende forse opporsi all’esaltazione eccitata di quei cristiani che, per una falsa emancipazione spiritualistica, si ritenevano già cittadini del Regno dei cieli e quindi rifiutavano ogni impegno all’interno delle strutture istituzionali storiche (più o meno come si comportano oggi certi gruppi o sette o movimenti apocalittici). Il cristiano, invece, deve partecipare con realismo alla vita sociale e politica senza fughe in verticale e senza decollare verso cieli mistici o misticheggianti.

Un’ulteriore osservazione di tipo “contestuale” ci condurrebbe a un altro dato interessante. In queste righe l’Apostolo, opponendosi, all’orientamento della letteratura apocalittica, ricusa ogni concezione demoniaca del potere. Esso, certo, comporta rischi gravi di degenerazione, può divenire idolatrico, come accadeva nel culto imperiale romano o nell’assolutizzazione della ragion di stato, ma può anche partecipare al progetto di Dio sulla storia quando si impegna per il bene comune. Il cristiano dev’essere, dunque, disponibile, con genuino spirito di collaborazione nei confronti di tutto ciò che l’autorità statale – anche atea/pagana (si ricordi che, quando Paolo scriveva, imperatore a Roma era Nerone) – esige per il bene civico. Un capitolo speciale e importante è, al riguardo, quello delle tasse. L’evasione fiscale è chiaramente bollata da Paolo: “Rendete a ciascuno il dovuto: a chi il tributo, a chi le tasse le tasse…” (13,7).

Ma vorremmo aggiungere un’altra considerazione. Per l’Apostolo il rapporto con lo Stato non è solo una questione giuridica estrinseca, è anche un problema di coscienza e, come tale, tocca la morale cristiana. Il civismo, la correttezza fiscale, i doveri sociali sono altrettanti capitoli dell’impegno etico del credente. Anzi, come è stato notato da alcuni commentatori, la trascrizione “attualizzata” e aggiornata degli impegni proposti in questo paragrafo secondo la sensibilità moderna comporterebbe maggiori esigenze rispetto all’antico contesto: supporterebbe, infatti, partecipazione responsabile, cooperazione sociale, attenzione critica, solidarietà e uno spiccato senso democratico e civico. Siamo, perciò, davanti a un testo che non dev’essere, certo, assunto in modo fondamentalistico come avallo sacrale del potere. Esso è aperto a nuove incarnazioni secondo le le moderne istanze del diritto, della politica sociale, della giustizia, dell’obiezione di coscienza e così via. Una pagina da trascrivere, dunque, partendo, però dalla convinzione che il rapporto del credente con lo Stato è anche una questione autenticamente cristiana.

[Tratto da Gianfranco Ravasi, “Non fare compromessi. Paolo, afferrato da Cristo” (Edizioni San Paolo)]

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Tags:
fiscopolitica
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