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L’evanescente natura dell’omofobia

Guillaume Paumier
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Un concetto pericolosamente manipolabile, bandiera dell’ideologia gender

di Gianfranco Amato

Oggi in Italia su un concetto pericolosamente manipolabile qual è quello di omofobia si sta costruendo l’impalcatura di una micidiale strategia propagandistica ideologica. Ma cos’è davvero l’omofobia? La domanda non appare peregrina se si considera il fatto che non vi è una definizione della scienza medica.

L’omofobia, infatti, non risulta inserita in alcuna classificazione clinica delle varie fobie: non compare né tra le patologie previste nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), né tra quelle contemplate nella International Classification of Diseases (ICD), ovvero la classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati, stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità (WHO). Non possiamo, quindi, definire l’omofobia come potremmo definire, che so, la claustrofobia o l’agorafobia. 

Fuori dal campo medico la situazione non migliora. Nessuna legge dell’ordinamento giuridico italiano definisce il concetto di omofobia. Nessun magistrato in nessun provvedimento giudiziale ha mai definito il concetto di omofobia. Neppure il disegno di legge S.1052, noto come DDL Scalfarotto, attualmente in discussione alla Commissione Giustizia del Senato, definisce tale concetto, nonostante la pretesa di combattere il fenomeno che ne deriva, evidenziata fin dal titolo: “Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia”.

Questa evidente indeterminatezza rende la nozione di omofobia pericolosamente manipolabile. Al netto di tutte le inutili elucubrazioni sociologiche, filosofiche, etimologiche, politiche, quello che in questa sede preme evidenziare è come le istituzioni possano possa approfittare di tale indeterminatezza utilizzandola come strumento di potere.

Se l’omofobia, privata di una definizione certa, viene ridotta a un mero contenitore, ciascuno può arrogarsi il diritto di riempirlo come meglio gli aggrada. Se a farlo, però, è il potere, allora l’operazione rischia di essere altamente pericolosa.

Un esempio può aiutare a comprendere meglio il ragionamento sin qui seguito.

Alla fine del gennaio 2014 vengo in possesso, in anteprima, di tre opuscoli che portano il logo dell’UNAR, intitolati Educare alla diversità a scuola. Due precisazioni devono essere fatte. La prima: i libretti erano tre perché destinati rispettivamente alle scuole elementari, medie e superiori. La seconda: l’UNAR, Ufficio Antidiscriminazione Razziale, è un organismo del Dipartimento delle Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ossia una struttura governativa.

Leggo con attenzione il contenuto degli opuscoli, rilevandone l’evidente natura propagandistica a favore dell’ideologia omosessualista e della cosiddetta “teoria del gender”. Si arrivano a toccare anche punte di risibilità, quando si sostiene, per esempio, che persino nell’elaborazione dei problemini di matematica occorre tener conto delle nuove famiglie omogenitoriali: i libretti del governo fanno esempi pratici, tirando in ballo personaggi come «Rosa e i suoi due papà».

Quello che, invece, non riesce a destarmi alcuna ilarità è leggere nelle premesse dei tre opuscoli cosa il governo italiano voleva che i docenti insegnassero ai bimbi delle elementari, ai ragazzi delle medie e agli adolescenti delle superiori circa il concetto di omofobia. Considerando che attraverso il disegno di legge Scalfarotto si pretende di introdurre il “reato di omofobia”, senza precisarne la nozione, ho letto con maggior attenzione quale fosse l’idea del governo in materia. E sono letteralmente trasecolato. In quelle premesse, infatti, si sosteneva che, tra i vari criteri per definire l’omofobo, ve ne sono in particolare quattro. Primo: il grado di religiosità di una persona concorre a configurare il suo profilo di omofobo. Secondo: credere “ciecamente” ai precetti religiosi è omofobia. Terzo: sostenere che l’omosessualità è un peccato, è omofobia. Quarto: sostenere che l’unica attività sessuale lecita è quella aperta alla vita, finalizzata alla procreazione, è omofobia. A quel punto mi sono detto che se quella era la definizione, allora io potevo ritenermi dichiaratamente omofobo, convintamente omofobo, orgogliosamente omofobo.

Ritenendo le corbellerie sostenute dall’UNAR in quegli opuscoli particolarmente gravi rispetto al diritto alla libertà religiosa tutelato e garantito dall’art. 19 della Costituzione, contatto immediatamente la C.E.I. e il giornale di riferimento.

L’11 febbraio 2014 “Avvenire” pubblica un mio articolo intitolato Le paradossali tesi dell’UNAR. I libelli ‘educativi’ antiomofobi:

L’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (UNAR), organismo del Dipartimento delle Pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha commissionato all’associazione scientifico professionale «Istituto A.T. Beck» di Roma – un gruppo di psicoterapeuti di orientamento cognitivo-comportamentale – la redazione di tre opuscoli intitolati «Educare alla diversità a scuola», rispettivamente per la scuola primaria, per la scuola secondaria di primo grado e per quella di secondo grado. La firma in calce è della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari opportunità, UNAR Ufficio nelle persone dell’avvocato Patrizia De Rose e del dottor Marco De Giorgi. Si tratta delle «Linee-guida per un insegnamento più accogliente e rispettoso delle differenze», il cui contenuto è suddiviso in quattro capitoli: «Le componenti dell’identità sessuale», «Omofobia: definizione, origini e mantenimento», «Omofobia interiorizzata: definizione e conseguenze fisiche e psicologiche», «Bullismo omofobico: come riconoscerlo e intervenire».

Potrebbe apparire l’ennesimo tentativo di iniziare gli studenti alla teoria del gender e alla Weltanschauung ispirata dalle lobby gay, con alcuni tratti capaci di sfiorare il ridicolo. Valga per tutti un esempio: «Nell’elaborazione di compiti, inventare situazioni che facciano riferimento a una varietà di strutture familiari ed espressioni di genere. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”» (pag. 6). In realtà, il tema si fa assai più serio, quando si leggono altri passi di quegli opuscoli in cui si afferma, ad esempio, che «i tratti caratteriali, sociali e culturali, come il grado di religiosità, costituiscono fattori importanti da tenere in considerazione nel delineare il ritratto di un individuo omofobo», e che «appare evidente come maggiore risulta il grado di cieca credenza nei precetti religiosi, maggiore sarà la probabilità che un individuo abbia un’attitudine omofoba».

Si parla, poi, della «ricezione costante di messaggi omofobi, subliminali o espliciti, da parte di istituzioni o e organizzazioni religiose», arrivando a sostenere che «vi è un modello omofobo di tipo religioso, che considera l’omosessualità un peccato». Si denuncia, inoltre, l’esistenza di un pregiudizio «diffuso nei Paesi di natura fortemente religiosa, secondo cui il sesso vada fatto solo per avere bambini», con la conseguenza che «tutte le altre forme di sesso, non finalizzate alla procreazione, sono da ritenersi sbagliate».

Le affermazioni contenute in questi nuovi opuscoli destinati alle scuole statali italiane avvalorano ancora una volta i rischi da più parte denunciati circa l’indeterminatezza del concetto di “omofobia”, privo di una chiara e inequivocabile definizione. Soprattutto se su tale concetto si pretende di introdurre fattispecie di carattere penale, come sta accadendo con il disegno di legge attualmente in discussione al Senato e già approvato alla Camera. Davvero omofobia significa – come i funzionari dell’UNAR pretendono di insegnare agli studenti – «considerare l’omosessualità un peccato», o ritenere che «il sesso va fatto solo per avere bambini», o «credere nei precetti religiosi»? Se così non fosse, bene farebbero a correggere celermente quanto scritto negli opuscoli che vogliono far circolare nelle scuole.

Se invece questa fosse la vera idea di omofobia che si intende propugnare, allora dobbiamo prepararci a vivere anche nel nostro Paese l’amara esperienza già accaduta a molti, ultimo il neocardinale spagnolo Fernando Sebastián Aguilar, denunciato da alcune organizzazioni di attivisti gay per un’intervista nella quale ha detto che «una cosa è manifestare accoglienza e affetto a una persona omosessuale e altra giustificare moralmente l’esercizio dell’omosessualità».
 

Alle 8.30 di mattina dello stesso giorno in cui “Avvenire” pubblica il mio articolo, chiamo al telefono il senatore Carlo Giovanardi chiedendogli un intervento a livello politico.

Non passano molte ore quando, su iniziativa dello stesso Giovanardi, tutti i componenti del gruppo del Nuovo Centro Destra al Senato sottoscrivono e presentano un’interpellanza parlamentare sulla questione. In quell’atto di sindaco ispettivo, firmato appunto dai senatori Carlo Giovanardi, Maurizio Sacconi, Roberto Formigoni, Luigi Compagna, Federica Chiavaroli e Laura Bianconi, veniva censurato il fatto che l’UNAR si fosse «avvalso della collaborazione dell’Istituto Beck, il cui sito, nella parte che riguarda l’omofobia, contiene pesanti giudizi sulla religione cattolica e sul ruolo educativo della Chiesa nella società», e «che tali giudizi o meglio pregiudizi» fossero stati inseriti nei tre opuscoli con l’ennesima inaccettabile critica al ruolo educativo della famiglia, e della morale cristiana, confondendo la lotta all’omofobia con inaccettabili ed offensivi apprezzamenti negativi sul ruolo di istituti fondamentali nella storia e nella cultura del nostro Paese.

Nella stessa interpellanza veniva, inoltre, richiesto «per quali motivi l’UNAR avesse scelto come consulente proprio l’Istituto Beck la cui scuola di pensiero è clamorosamente di parte», e «quali iniziative intendesse intraprendere per bloccare la distribuzione di questo materiale nelle scuole».

L’articolo pubblicato da “Avvenire” e l’iniziativa politica dei citati senatori scatena la prevedibile reazione del variopinto arcipelago dell’associazionismo LGBT. Particolarmente scomposto e becero appare l’attacco al quotidiano della C.E.I. e al Cardinal Angelo Bagnasco.

Quattro giorni dopo la pubblicazione del mio articolo, lo stesso “Avvenire” dava notizia della reazione del governo con un pezzo firmato da Lucia Bellaspiga e intitolato Il kit pro-gender in classe? Sconfessato il grande bluff. Si apprende, così, che l’operato dell’UNAR viene sonoramente sconfessato dallo stesso Dipartimento per le Pari Opportunità, per bocca dell’allora viceministro Maria Cecilia Guerra, che è arrivata ad affermare: «Di questa ricerca ignoravo addirittura l’esistenza». Lo stesso Dipartimento delle Pari opportunità annunciava l’emanazione di «una nota formale di demerito al direttore dell’UNAR, Marco De Giorgi», per la diffusione nelle scuole di materiale mai approvato, e addirittura mai conosciuto dagli organi competenti a disporne la relativa autorizzazione. Tra l’altro, allo stesso direttore dell’UNAR veniva pubblicamente contestato dal Viceministro Guerra «l’abusivo utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio – Pari Opportunità», e l’assoluta mancanza di una specifica informazione al riguardo. Il comportamento di De Giorgi veniva espressamente censurato dal Viceministro con parole inequivocabilmente dure:

Una materia così sensibile richiede particolare attenzione ai contenuti e al linguaggio. Questa attenzione, quando si parla a nome delle istituzioni, ricade nella responsabilità delle autorità politiche, che devono però essere messe nella condizione di esercitarla! Non è accettabile, inoltre, che materiale didattico su questi argomenti sia diffuso tra gli insegnanti da un ufficio del Dipartimento Pari opportunità senza alcun confronto con il Ministero dell’Istruzione, della Ricerca e dell’Università.

Altrettanto tranchant nei riguardi dell’illegittimo comportamento dell’Ufficio guidato da Marco De Giorgi è parso Gabriele Toccafondi, Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca: «Il fatto che gli opuscoli sulla diversità siano stati redatti dall’UNAR e diffusi nelle scuole senza l’approvazione del Dipartimento Pari Opportunità da cui dipende, e senza che il Ministero dell’Istruzione ne sapesse niente, è una cosa grave, chi dirige UNAR ne tragga le conseguenze».
Il 18 febbraio 2014 sottoscrivo e inoltro, nella mia qualità di Presidente dell’associazione “Giuristi per la Vita”, un esposto alla Procura Regionale della Corte dei Conti del Lazio sulla vicenda dei tre opuscoli Educare alla diversità a scuola.
In quell’esposto si chiedeva alla Procura di accertare se le modalità di affidamento dell’incarico all’Istituto A.T. Beck fossero avvenute in conformità delle vigenti disposizioni normative in materia; quale fosse la natura del rapporto contrattuale in essere con il predetto Istituto, i criteri di determinazione del corrispettivo pattuito per le prestazioni svolte, e la relativa congruità; se sussistessero illeciti contabili nei fatti denunciati, individuando le eventuali responsabilità di tutti i soggetti coinvolti nei confronti dell’erario; se sussistesse, infine, un eventuale danno all’immagine della pubblica amministrazione.
L’attuale critica situazione delle finanze statali rende ancora più intollerabile lo sperpero del denaro dei contribuenti, soprattutto in un settore, come quello scolastico, che è caratterizzato da un’endemica carenza di interventi persino a livello essenziale. Per le scuole italiane le magre risorse a disposizione dovrebbero essere utilizzate con particolare oculatezza, ma soprattutto dovrebbe essere assolutamente bandito il termine “spreco”.

Al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, tenutosi a Roma dal 24 al 26 marzo 2014, il cardinal Angelo Bagnasco nella sua prolusione (pag. 5-6) ha espressamente parlato della questione relativa ai citati opuscoli dell’UNAR, usando parole che meritano davvero di essere ricordate (il grassetto è nel testo originale):

Non sono le buone leggi che garantiscono la buona convivenza – esse sono necessarie – ma è la famiglia, vivaio naturale di buona umanità e di società giusta. In questa logica distorta e ideologica, si innesta la recente iniziativa – variamente attribuita – di tre volumetti dal titolo Educare alla diversità a scuola, che sono approdati nelle scuole italiane, destinati alle scuole primarie e alle secondarie di primo e secondo grado. In teoria le tre guide hanno lo scopo di sconfiggere bullismo e discriminazione – cosa giusta –, in realtà mirano a “istillare” (è questo il termine usato) nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre… parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte. È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza se si vuol fare della scuola dei “campi di rieducazione”, di “indottrinamento”. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati? Si è chiesto a loro non solo il parere ma anche l’esplicita autorizzazione? I figli non sono materiale da esperimento in mano di nessuno, neppure di tecnici o di cosiddetti esperti. I genitori non si facciano intimidire, hanno il diritto di reagire con determinazione e chiarezza: non c’è autorità che tenga.

Alla fine, comunque, a prevalere è il buon senso e gli opuscoli dell’UNAR, la cui esistenza era stata denunciata l’11 febbraio 2014 col mio articolo pubblicato da Avvenire, vengono ufficialmente ritirati. Ne dà notizia Paolo Ferrario il 5 aprile 2014 con un articolo apparso su “Avvenire”, intitolato Gender la scuola stoppa. Il MIUR blocca gli opuscoli UNAR. Che si scusa:

Una circolare del Ministero dell’Istruzione ha bloccato la diffusione nelle classi degli opuscoli “Educare alla diversità a scuola”, realizzati dall’Istituto A.T. Beck su mandato dell’UNAR (che li ha pagati 24.200 euro). Lo ha comunicato ufficialmente ieri mattina il direttore generale del Dipartimento per l’Istruzione del MIUR, Giovanna Boda, incontrando il Fonags, il Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola. Lo stesso dirigente ha anche dato conto di una lettera ufficiale di scuse inviata al MIUR dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, per aver portato avanti il progetto senza condividerlo con il Ministero, come denunciato tempo fa dal sottosegretario all’Istruzione, Gabriele Toccafondi.

Furibonda, come era facilmente immaginabile, la reazione del mondo gay. E della politica che lo asseconda con compiacimento. L’onorevole Alessandro Zan del partito Sinistra Libertà ed Ecologia, per esempio, lo stesso 5 aprile 2014 dirama un comunicato stampa dal titolo inequivoco, Grave ritiro opuscoli UNAR, così governo delegittima contrasto omofobia tra i giovani:

«La circolare del Ministero dell’Istruzione che ha bloccato la diffusione nelle scuole degli opuscoli Educare alla diversità contro il bullismo omofobico e transfobico, realizzati dall’Istituto Beck su mandato dell’UNAR, rappresenta un preoccupante passo indietro per l’intero Paese». Lo afferma l’on. Alessandro Zan, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà ed esponente della comunità LGBT. «Il Governo ha dimostrato una grave irresponsabilità nell’assecondare le posizioni estremiste e del tutto mistificatorie di chi, come gli esponenti del Nuovo Centro Destra, del cardinale Bagnasco e del giornale dei Vescovi, ha gettato fango sul lavoro dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, con l’unico obiettivo di delegittimare la strategia di contrasto all’omofobia e alla transfobia tra i nostri giovani». «Ritengo scandaloso» prosegue il parlamentare di SEL, «che nel 2014 si levino scudi crociati, anche da parte di esponenti del Governo, come il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi, contro un validissimo strumento culturale – quali sono i libretti dell’Istituto Beck – che poteva offrire agli insegnanti italiani un aiuto concreto contro le discriminazioni tra studenti, sempre più frequenti, come purtroppo ci confermano i recenti fatti di cronaca in cui dei giovanissimi hanno scelto il suicidio come estrema via di fuga dall’isolamento e dall’umiliazione». Zan, che per primo aveva interpellato il Ministero dell’Istruzione sulla strategia LGBT del Governo suscitando le proteste di Avvenire, “Manif pour Tous” e dei “Giuristi per la vita”, preannuncia un’interpellanza urgente al Governo: «Chiederò che l’Esecutivo esprima chiaramente le sue intenzioni: se intenda delegittimare il contrasto all’omofobia tra i giovani, schierandosi dalla parte di chi discrimina, o se intenda aprire gli occhi e avviare un serio programma di educazione alla diversità, dove non ci sia più spazio per le ingerenze inammissibili degli intolleranti. Siamo il Paese-zimbello d’Europa in tema di diritti civili», conclude il deputato gay, «quante altre vittime silenziose dovremmo ancora avere nella coscienza prima di deciderci a crescere?».

Per l’onorevole Zan, quindi, è bene che vengano puniti come omofobi tutti coloro che ritengono l’omosessualità un peccato, che pensano che il sesso debba essere aperto alla trasmissione della vita, e che credono nei precetti della Chiesa. Interessante.

Da notare anche che alla kermesse nazionale denominata Educare alle differenze, tenutasi a Roma dal 20 al 21 settembre 2014, e promossa dalle associazioni “Scosse”, “Il Progetto di Alice” e “Stonewall” (che ha visto la partecipazione di circa 600 persone e 200 organizzazioni), è stato redatto un documento finale in cui, tra l’altro, si «denuncia il clima reazionario e oscurantista, alimentato dal fondamentalismo religioso, che, con furore ideologico e l’aggressività degli attacchi, è riuscito a far mettere al bando gli opuscoli realizzati dall’Istituto Beck per conto di UNAR», di cui ovviamente si chiede l’immediata introduzione in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Secondo più di 200 organizzazioni che si battono per l’indottrinamento gender nelle scuole, quindi, il Cardinal Bagnasco, il sottoscritto e tutta la compagnia di “Avvenire”, non saremmo altro che «oscurantisti reazionari esponenti del fondamentalismo religioso accecato da furore ideologico e aggressivo». Interessante.

Al di là di queste assurdità che sconfinano nel risibile, la sintomatica vicenda dei libretti Educare alla diversità a scuola, ci insegna come sia pericoloso lasciare un concetto vago e indefinito come l’omofobia all’arbitraria discrezione delle autorità.
Vi è, infatti, una differenza di cui occorre tener conto: se a esprimere una corbelleria è un ufficio governativo si può fare marcia indietro, e chiedere anche scusa. Se a farlo è un magistrato, la conseguenza può essere quella di vedersi irrogata una sanzione penale. Non pare davvero una prospettiva allettante.

[Tratto da Gianfranco Amato, "Gender (d)istruzione" (Fede & Cultura Edizioni)]

 

 

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