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Dio si adira con me?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 09/03/15

Dopo la resurrezione, è più facile comprendere l'ira di Gesù nel tempio

Questa domenica ci siamo sorpresi di fronte all'ira di Gesù: “Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e là seduti i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi”.

Questa reazione di Gesù ci lascia sempre perplessi. Siamo abituati al Gesù paziente e umile, all'uomo mansueto e silenzioso, povero e pacifico.

Gesù perdona Pietro senza dirgli nulla, perdona il buon ladrone con la promessa del paradiso, rialza da terra la donna adultera, si invita a casa di Zaccheo. Si lascia toccare, sopraffare. Condivide con chiunque la tavola e guarda con tenerezza i più poveri, i fragili, ogni uomo. Consola chi piange e si circonda di peccatori e uomini deboli.

Non conosciamo Gesù irato, fuori controllo. Perché in questo caso si adira? Questo momento mi colpisce molto. Lo raccontano i quattro evangelisti. Gesù si mostra fermo. Colui che perdona prostitute e pubblicani stavolta si mostra duro. Colui che parla alla donna samaritana e le chiede di dargli da bere oggi si mostra furioso. Perché?

Pietro lo ha rinnegato tre volte e ha ricevuto solo il suo sguardo d'amore. Di fronte al peccatore, Gesù è stato misericordioso. Perdona, consola, benedice. Anche nei confronti dei pubblicani e degli esattori delle tasse ha parole di tenerezza. Chiama tutti, mangia con chiunque, crede in ogni uomo.

Credo che Dio non si arrabbi mai con me. Io con Lui sì. Ma Lui con me no. Mi aspetta sempre e mi abbraccia sempre, mi solleva se cado, mi perdona quando ripeto lo stesso peccato, se mi prostro davanti a Lui, impotente e bisognoso. Mi ha sempre aspettato, ha aspettato i miei tempi, i miei andirivieni, i miei dubbi.

Perché stavolta Gesù si adira? C'è una cosa che gli costa, di fronte alla quale si sente impotente. Lì ha fallito. È nell'ambiente religioso che Gesù a volte trova un muro. Non è con i gentili, né con i samaritani che hanno un altro tempio. È tra i più religiosi. Che paradosso!

Quelli che lo aspettano da sempre ma non sanno vederlo, perché vedono solo se stessi. Gesù si sentiva bene con chiunque, non credente, peccatore, malato, romano, pubblicano, gentile, povero. E a volte, nell'ambiente più religioso, affoga. Quando ci sono durezza e superbia.

Gesù guarda il cuore e vede l'incapacità di alcuni di aprirsi a ciò che è nuovo, vede la durezza, la sicurezza di possedere la verità. Sanno tutto. Non hanno bisogno di niente di nuovo. Hanno riempito la propria vita di dogmi e norme.

Anche in un'altra occasione ha mostrato la sua ira. È stato nella sinagoga di Cafarnao, quando i farisei pretendevano che non curasse di sabato: “E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: 'Stendi la mano!'. La stese e la sua mano fu risanata” (Marco 3, 5).

Gesù soffre per la durezza del nostro cuore, che può impedire il bene, l'amore. Lo stesso accade nel tempio. Il tempio in cui è andato fin da bambino con Maria e Giuseppe, a cui per la prima volta a dodici anni ha sentito di appartenere, in cui a ogni Pasqua saliva per ricordare il passaggio di Dio per il suo popolo e pregare…

Il tempio è usato e sminuito a luogo di affari. Quanto ci costa che tocchino quello che amiamo di più! Il nostro posto, la nostra casa. Ci fa male quando qualcuno si intromette con la persona che amiamo, con la nostra famiglia, perché tocca ciò che c'è di più sacro.

Gesù si è sentito un estraneo nel tempio. Il tempio è luogo di preghiera. Si implora e si dona. Gesù espelle coloro che approfittano del sacro. Vogliono contabilizzare la grazia. L'amore per Dio è gratuito, e l'amore di Dio è incalcolabile.

Hanno profanato ciò che c'è di più sacro e soffrono dentro di sé. È vero che la legge permetteva la vendita di colombi e altri animali per offrirli in sacrificio, ma avevano superato i limiti. Quante volte si sarà sentito impotente a cambiare gli uomini!

Gesù guarda ciò che c'è di vero nell'uomo, non l'apparenza. Guarda la sete, non il compimento. L'uomo che si riconosce piccolo e che è capace di guardare Gesù con occhi limpidi; davanti a Lui Gesù si commuove e non chiede, dà e basta.

Per l'uomo che crede di sapere tutto, che già conosce Dio e non ha nulla da imparare, Gesù è una minaccia. A volte ci capita. Mi costa che spezzino ciò che ho già sotto controllo. La mia zona di comfort, l'ambito in cui sono ammirato. Quello che ho sempre fatto.

A Gesù costa che la gente manipoli Dio per i propri interessi. Gesù si adira nel tempio, ma non davanti alle prostitute, né davanti ai romani, ai gentili o ai peccatori.

Conosciamo la sua misericordia, la sua mansuetudine e quel suo sguardo che guarisce il cuore. Ci costa di più lo sguardo nel tempio duro e fermo. Quei gesti bruschi nel capovolgere i banchi dei cambiamonete. Quella voce forte che vuole allontanare dal tempio ciò che non è di Dio.

Quella reazione contenuta sorge nel cuore di Gesù vedendo la chiusura del cuore dell'uomo. Vedendolo i suoi discepoli commentano: “Lo zelo per la tua casa mi divora”. La sua passione è innocente, sboccia da un amore più grande per l'uomo. Sboccia dall'amore profondo per suo Padre.

Non assomiglia alla nostra ira senza controllo, quella con la quale danneggiamo gli altri. Gesù non agisce così. Si preoccupa solo di ripulire la casa di Dio. Gesù è pieno di fuoco e di forza, di amore e di purezza. A volte nella nostra vita dovremo reagire come ha fatto Gesù in questa occasione. Con forza, con determinazione. Sapendo di fare ciò che ci chiede Dio.

Chiediamo però a Dio che il nostro cuore non sia mai offuscato dall'odio e dall'ira, e che la nostra reazione ferma sia accompagnata da un profondo sguardo misericordioso, come quello di Gesù.

Giovanni è l'unico evangelista che colloca questo passo all'inizio del Vangelo. I sinottici lo collocano nei giorni precedenti alla morte di Gesù. Probabilmente è stato così, già vicino alla sua passione, negli ultimi giorni a Gerusalemme.

Giovanni sembra voler svelare presto il mistero di Gesù. Ci vuole mostrare chi è quest'uomo che ama tanto, che ha appena compiuto il suo primo miracolo a Cana.

Perché Gesù, in questo momento, va oltre. Non si limita a cacciare i mercanti perché profanano il silenzio e la sacralità del tempio. Gesù sorprende sempre, soprattutto quando parla di se stesso. Dice che Egli stesso è il tempio, in cui abita in modo unico il Padre. Il luogo sacro di Dio sulla terra.

Il suo cuore è la dimora di Dio. Le sue parole di misericordia e perdono sono quelle che Dio dice all'uomo. I suoi occhi sono lo sguardo di Dio sulla terra. Le sue mani umane sono le mani di Dio che accarezzano l'uomo dolorante.

I suoi piedi scalzi sono la certezza di un Dio che cammina al nostro fianco. Il suo corpo è il tempio santo. Un tempio che si lascia toccare, un tempio che si lascerà spezzare.

Giovanni guarda Gesù. Oggi Gesù parla di qualcosa che nessuno comprende, ma che Giovanni e gli apostoli hanno custodito. Cosa voleva dire Gesù quando ha detto che avrebbe distrutto il tempio e lo avrebbe ricostruito in tre giorni? Non giudicano, semplicemente non capiscono, e custodiscono tutto nel proprio cuore.

Hanno paura di perderlo. Preferiscono custodirlo in silenzio e continuare a godere della compagnia del loro Maestro. Un giorno capiranno. Alla fine della storia comprenderanno quel momento in cui Gesù svela qualcosa del suo mistero.

La resurrezione è la luce che fa sì che passi o parole che non avevano capito trovino senso: “Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”.

Sono tornati a quel momento in cui Gesù si è infuriato, a quel momento in cui ha parlato di un tempio che andava al di là delle pietre. In cui ha parlato di Sé. Nel passo di Cana ha appena detto che i suoi discepoli hanno creduto in Lui per via del miracolo. Ora Giovanni ci dice che quando si sono ricordati hanno creduto. Entrambe le volte ci dice che hanno creduto. Forse, come noi, la prima fede è immatura. Diciamo: “Credo, Signore, perché ti ho visto fare segni grandi, perché trasformi la mia acqua in vino”. Ma nel cammino della fede, dopo aver creduto, viene di nuovo il dubbio, il non vedere, il non comprendere. Perché quelli che amo soffrono? Perché io soffro? Dove sei, Signore, quando ho bisogno di te?

Quel cammino di fede va da Cana, il primo miracolo di Dio nella mia vita, alla croce, alla risurrezione. Passa per momenti di perdita, di fallimento, di dolore, di malattia e solitudine, di nonsenso, in cui Dio mi sostiene. In cui Gesù, sulla croce, mi guarda e mi abbraccia.

E un giorno comprenderò qualcosa della mia storia, una parola registrata, una persona che mi ha segnato. Cos'è che custodisco dentro di me e ancora non comprendo? È in quella nudità che Gesù vuole stare. E un giorno ricorderò qualcosa che ho sentito nel mio cuore e che avevo dimenticato. Come i discepoli.

Allora credo. Non con la fede dei miracoli, ma con la fede provata che ha seguito Gesù per le strade. Gli offro ciò che ho, ciò che sono, la mia croce, la mia vita. Egli mi ha dato la sua. Ha permesso di distruggere il suo tempio per amore, si è spezzato nel pane, si è versato nel vino. Il suo costato è stato attraversato.

Il tempio è stato distrutto. Ed è stato restaurato, perché non mi lascia mai solo. Ricordo come le sue braccia mi hanno sostenuto nei momenti difficili, come mi ha rallegrato la vita attraverso tante persone. Lo guardo. E credo.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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