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Come la croce ha redento i bambini

AFP PHOTO/OSSERVATORE ROMANO

La Croce - Quotidiano - pubblicato il 09/03/15

Un saggio di Manlio Simonetti descrive lo stato sociale e giuridico dell'infanzia nell'antichità

di Emiliano Fumaneri

Tema quanto mai attuale, quello dell'infanzia negata. Efferate atrocità, come le decapitazioni e le crocifissioni di bambini perpetrate dal sedicente Stato Islamico, attirano la nostra attenzione sullo strazio della condizione infantile, che mai come nel nostro tempo sembra essere divenuta luogo prediletto di sadiche sevizie.

Eppure sembra mancare la chiara percezione dell'origine di una tale repulsione. Non ci si avvede forse a sufficenza di quanto la nostra sensibilità, ancora plasmata dal benefico influsso del cristianesimo, sia incline a stigmatizzare pratiche e atteggiamenti adottati per millenni, e anche più, nell'indifferenza totale e generalizzata. La pietà per le vittime e gli inermi, deve constatare René Girard, è l'ingiunzione d'una coscienza cristiana.

Nell'agile libretto Classici e cristiani (Medusa, 2007) a firma dello storico e filologo Manlio Simonetti trova conferma l'impressione che nel complesso le civiltà arcaiche, primitive o meno, non fossero certamente tenere nel trattare la gioventù. Il pensiero corre in primo luogo alle torture inflitte ai ragazzi durante le iniziazioni trivali. Lo scopo di questi crudeli rituali, sottolinea Simonetti, era di assicurare una scrematura degli elementi più deboli della società.

E' indubbio che l'atteggiamento antico nei confronti dell'infanzia non può certo dirsi improntato alla compassione. Il bambino, salvo casi eccezionali riguardanti per lo più le famiglie d'alto lignaggio, è normalmente considerato e trattato quale entità inconsistente, tale da non meritare particolari riguardi.

Particolare sconcerto, tuttavia, dovevano suscitare anche allora i cruenti sacrifici umani praticati dai Fenici e dai loro eredi Cartaginesi. Sacrifici che avevano nei più piccoli la propria materia prima. Gli storici antichi ricordano come in occasione dell'assedio di Cartagine (310 a. C.) gli abitanti della città avessero immolato un centinaio di bimbi per propiziarsi i favori del dio Crono (che i Greci ricordavano come divinità divoratrice dei figli). Le ceneri e le ossa dei fanciulli suppliziati venivano poi deposte, alla stregua di talismani protettori, in urne funerarie all'ingresso delle città.

La crudeltà verso i bambini è peculiarità anche di quella che reputiamo la culla, la matrice culturale della civiltà occidentale: il mondo classico, per il quale questo atteggiamento è ampiamente documentato. Nemo miseratur pueros (“Nessuno ha pietà per i fanciulli”). Sant'Agostino riassume così, in tre parole, la disposizione antica verso i bambini. Effettivamente la cultura greco-latina prolifera di aspetti oscuri a questo riguardo. Il campionario delle brutalità riservate all'infanzia comprende pratiche quali esposizione, infanticidio, compravendita dei neonati, riduzione in schiavitù, ricorso indiscriminato all'aborto.

Ostetriche e medici operano già una drastica selezione eliminando i più deboli. A Sparta i neonati “scartati” vengono gettati nella voragine del Taigeto, a Tebe sono abbandonati sul monte Citerone.

Arbitro del destino del figlio, nel mondo romano, è il pater familias. Il suo potere giuridico è pressoché illimitato. Una distinzione fondamentale del diritto romano è quella tra soggetti sui iuris, dotati di piena capacità giuridica e di azione, e soggetti alieni iuris, privi di autonomia e alla mercé dell'autorità altrui. Quest'ultimo è il caso del filius familias.

L'autorità totale del padre si esercita attraverso quattro diritto fondamentali. Innanzitutto lo ius exponendi, che assegna al genitore la possibilità di scegliere tra due alternative. Il padre può decidere di riconoscere il figlio, e dunque tenerlo presso di sé, oppure di liberarsene, facendolo esporre sui gradini del tempio o nelle discariche pubbliche. In questo caso il figlio è destinato a morire per fame, per freddo, oppure a essere divorato dagli animali. Nella migliore delle ipotesi, quando viene raccolto da qualcuno, lo attende un'esistenza assai grama (schiavitù o prostituzione). I motivi più frequenti dell'esposizione sono la volontà di sopprimere la compromettente testimonianza di una relazione adulterina oppure l'esigenza di contenere le dimensioni della famiglia (secondo l'antropologo Jack Goody, l'uso di abbandonare i bambini rappresenta una forma di controllo postnatale delle nascite). Non ultima, tra le motivazioni appare anche la povertà. Alcuni studiosi attestano l'esistenza di un corposo commercio di neonati, i quali venivano venduti da genitori indigenti a trafficanti che li prendevano in consegna immediatamente dopo il parto, affinché la madre non avesse il tempo di affezionarvisi.

Tra le competenze della patria potestas rientrano anche lo ius vendendi, che consente di vendere come schiavo il figlio in un territorio straniero, e lo ius noxae dandi, in forza del quale la prole può essere ceduta in pegno per estinguere debiti che i genitori non sono riusciti ad onorare. Il diritto permetteva allora al debitore insolvente di fa imprigionare il figlio al proprio posto. Le colpe dei padri costituivano davvero una maledizione pendente sul capo dei figli. L'ultima preprogativa del padre di famiglia, lo ius vitae et necis (diritto di vita e di morte), è quella che più ha colpito, per durezza, la coscienza moderna. In realtà pare che tale diritto non fosse esercitato con frequenza, se non nei casi in cui a essere lesa, più che l'auctoritas paterna, risultava essere una carica politica o militare. Non bisogna infatti dimenticare la stretta analogia tra famiglia e Stato sussistente presso gli antichi romani.

L'aborto, come s'è detto, è prassi assai diffusa, poiché l'antica legge romana non considera il feto come soggetto di diritto. L'atto abortivo viene condannato quando è praticato dalla donna contro la volontà del coniuge, ma solo perché così si sottrae l'eventuale padre di una futura proprietà (sulla quale in ogni caso avrebbe potuto esercitare un insindacabile diritto di vita e di morte).

A Roma vige anche l'uso di sopprimere i bambini nati con menomazioni e malattie, eventualità risolta già dalla levatrice, che provvedeva senza indugi a eliminare il neonato malformato prima ancora dell'accettazione da parte del padre. Nel De Ira (I, XV,2) Seneca segnala questo costume crudele come prassi usuale e ragionevole, mettendo sul medesimo piano i bambini malati e gli animali.

Ma anche chi viene allevato in famiglia non gode di grande considerazione. Simonetti ricorda il duplice significato del greco népios, che sta tanto per “bambino” quanto per “sciocco”, “ingenuo”. Ad Atene il bambino non viene presentato in pubblico prima di aver compiuto tre anni mentre a Roma non venivano celebrati i funerali di coloro che morivano prima di avere cambiato i denti di latte e la famiglia non prendeva il lutto. Sempre a Roma, i ragazzi acquisiscono peso sociale soltanto con l'assunzione della toga virile (intorno ai diciotto anni) mentre per le ragazze questo accade solo col matrimonio (già verso gli otto/dodici anni).

Con l'avvento del cristianesimo assistiamo a un radicale mutamento nell'atteggiamento verso l'infanzia. La predicazione liberante di Cristo eleva la figura del bambino, scrive Simonetti, a “simbolo dell'innocenza, della disposizione d'animo necessaria per poter entrare in paradiso”. Nel Vangelo di Matteo (18,3) troviamo un invito sconvolgente per la mentalità del tempo: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Cristo non ricusa certo i bambini. Li chiama anzi presso di sé: Sinite parvulos, venire ad me. La croce è segno di riscatto: il bambino è innalzato a un'insolita dignità.

La difesa dei fanciulli diventa un imperativo per la nuova fede cristiana. L'orfano, assieme alla vedova, da figura negletta si trasforma così nel destinatario privilegiato dell'assistenza comunitaria. Anche la Didaché, il più venerando ed antico catechismo cristiano, si fa carico di questa sollecitudine e sancisce l'indisponibilità della vita custodita nel ventre materno oltre che di quella del neonato.

Quando l'impero diviene cristiano, nella legislazione comincia a insinuarsi la tendenza alla tutela dell'infanzia. Il cambiamento non avviene in maniera repentina: è il frutto di un lungo processo, che si manifesta in maniera più evidente negli ultimi anni di decadenza dell'impero. Reca in sé, la pazienza storica del cristianesimo antico, una preziosa lezione anche per i nostri giorni. Un esempio del quale far tesoro in un tempo angosciato dalla fretta che sempre suole accompagnarsi all'estremismo.

Col passare dei secoli, lentamente si attenuano le arbitrarietà concesse al pater familias. Anche casi isolati e aneddotici, come le condanne inflitte da Traiano e Adriano a sanzione di alcune violenze patene, rappresentano una svolto significativa giacché contrastano il plurisecolare costume stabilito dal diritto romano.

In seguito Valentiniano I (365 d.C.) somministra la pena capitale per l'infanticidio. La riforma del diritto romano prosegue col Codice teodosiano, che vieta la vendita come schiavi dei propri figli in caso di carestia. In seguito cristiani e imperatori del Basso Impero si battono con vigore contro lo ius exponendi e lo ius noxae dandi, abolito esplicitamente da Giustiniano.

Certamente la morale cristiana, constata Simonetti, sebbene abbia fatto molto in favore dell'infanzia, non è riuscita a reprimere ogni abuso soprattutto quando la sua influenza è gradualmente regredita. Si pensi solo allo sfruttamento lavorativo della gioventù nell'Inghilterra dell'età vittoriana, per non parlare degli innumerevoli bambini uccisi nei lager nazisti. L'infanzia oltraggiata, col suo corredo di soprusi, rappresenta nel nostro tempo una piaga multiforme e di dimensioni globali, che tocca ambiti assai diversi come, solo per elencarne alcuni, lo sfruttamento, la schiavitù e la prostituzione minorili, la pedofilia, il fenomeno dei bambini soldato, senza dimenticare lo scandalo dell'aborto legale. Non sono, in ultima istanza, che aspetti della stessa spietata ferocia impegnata a oscurare lo sguardo indifeso dei fanciulli.

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