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Quando due vescovi affermarono che Gesù era stato adottato

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Gaudium Press - pubblicato il 05/03/15

“In questi documenti esprime chiaramente l’adozionismo. Dopo aver compiuto una perfetta esposizione della dottrina cattolica sulla Trinità, volendo distinguersi in Cristo, Figlio di Dio e e Figlio dell’Uomo, le operazioni e le azioni delle sue due nature, afferma […] che Gesù Cristo, come Dio e Verbo Eterno, è figlio proprio e naturale di Dio, ma come uomo è solo figlio adottivo e per grazia, non per natura” [4].

Come affermato in precedenza, Félix di Urgel era suddito di Carlo Magno. L’imperatore, sentendo varie voci sull’eresia che si andava diffondendo attraverso gli scritti e le predicazioni di Félix convocò un’assemblea a Ratisbona (792) nella quale dovette comparire lo stesso vescovo. Dandosi per vinto, il presule di Urgel abiurò sui Vangeli tutto ciò che aveva affermato in passato.

Non soddisfatto del risultato, l’imperatore mandò Félix dal papa Adriano I, e nella basilica di San Pietro il vescovo di Urgel fece una solenne professione di fede, come ci riferisce García-Villoslada:

“Carlo Magno riunì l’assemblea di presuli, tra i quali Paolino di Aquileia, a Ratisbona (792), e ordinò che Félix comparisse davanti a loro per esporre le ragioni della sua dottrina. Il vescovo di Urgel lo fece, e vinto nella disputa dalle argomentazioni contrarie abiurò pubblicamente sui Vangeli. Volendo il re franco offrire al papa l’ossequio di questo vinto, Félix dovette presentarsi a Roma e prima nella basilica del Laterano e poi in quella di San Pietro ribadì la sua abiura, affermando che non avrebbe mai dato al Salvatore il titolo di figlio adottivo” [5]

Alla prima opportunità che gli si presentò, tuttavia, Félix fuggì in Spagna per stare vicino al suo complice Elipanto.

Alcuni storici affermano che in questa occasione i vescovi della Spagna scrissero una lettera al papa sostenendo totalmente l’eresia adozionista. La tesi più attendibile è che quel testo, a causa del linguaggio rude e intemperante, sia stato redatto dallo stesso Elipanto, e che la scienza che traspare da quella lettera sia frutto dell’intelligenza di Félix.

Beato ed Eterio
I primi a opporsi all’eresia adozionista furono due cristiani delle Asturie, Beato (o Biego) ed Eterio. Il primo venne elogiato dal teologo Alcuino, che lo definì doctus vir, tam vita quam nomine sanctus. Entrambi scrissero un’apologia della vera dottrina, in modo appassionato e polemico.

L’apologia può risultare indigesta ai tempi in cui viviamo, perché un pubblico tiepido non comprenderà la fede ardente della Spagna dell’epoca. Senza alcuna bassezza di linguaggio, i due difensori dell’ortodossia fulminano i vescovi eretici, e di questi due uomini coraggiosi si dice:

“La loro teologia è sana, forte e ardente, basata costantemente sui testi della Sacra Scrittura. […] In fondo, Beato ed Eterio sono molto fedeli alla tradizione isidoriana, ma la loro apologia non era nata tra le pompe di Siviglia o di Toledo, ma in una terra aspra, agreste e selvaggia, tra grandi rischi e mari tempestosi, per essere ascoltata da uomini non tranquilli né dediti alle lettere, ma abituati alla devastazione continua e alle lotte” [6].

L’apologia terminava con un anatema del prelato Teudula: Si quis carnem Christi adoptivam dixerit Patri, anathema sit. Amen.

Carlo Magno, Alcuino e il Sinodo di Francoforte
Allarmato dal grande pericolo che l’Impero d’Occidente cadesse nell’eresia e ricordando bene le devastazioni provocate dagli scismi e dalle eresie nell’Impero d’Oriente, Carlo Magno esercitò la sua funzione di difensore della Chiesa.

Convocò un Sinodo a Francoforte e chiese al papa il suo consenso. Il pontefice lo diede e inviò i suoi delegati, che portavano con sé una lettera dogmatica dello stesso Adriano I per la quale il Figlio della Vergine era l’unico vero Figlio di Dio.

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eresiastoria della chiesa
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