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La nostra cultura da morti viventi

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Emily Stimpson - pubblicato il 05/03/15

Come i sacramenti e la teologia del corpo ci possono salvare dall'apocalisse degli zombie

L'apocalisse degli zombie non ci aspetta in un futuro utopico lontano. È già qui. Ci viviamo dentro. È solo che non ce ne siamo ancora resi conto.

Non mi credete? Allora guardate un episodio o due dello show di successo di AMC The Walking Dead.

Per chi non se ne intende, nel mondo di The Walking Dead ampie fasce della popolazione hanno perso la propria umanità per cause sconosciute. Lo show li definisce walker (camminatori). Questi camminatori non sono né pienamente morti né pienamente vivi. Si muovono. Mangiano. Gravitano l'uno intorno all'altro, spostandosi il più delle volte in gruppo. Ma non provano sentimenti. Non ricordano. Non sanno chi sono e non vedono la bellezza del mondo che li circonda. Per i camminatori, ogni creatura vivente – persona o animale – non è altro che cibo, qualcosa da usare o da consumare.

Lo show, ad ogni modo, riguarda i viventi. Riguarda il loro tentativo di non limitarsi a sopravvivere, ma, cosa più importante, di trattenere la propria umanità in un mondo impazzito.

Vi suona in qualche modo familiare?

Vero, la confezione è diversa. I nostri morti viventi hanno un odore migliore e hanno meno sangue sui vestiti di quelli che vagano nel panorama post-apocalittico di The Walking Dead, ma il mondo è fondamentalmente lo stesso.

Se avete bisogno di una conferma, uscite. Guardate le notizie. Collegatevi a Facebook. Vedrete morti viventi praticamente ovunque. Sono gli uomini e le donne che vivono in peccato mortale, quelli che hanno infranto gravemente la fede in Dio e recano le ferite aperte del peccato nella propria anima, se non sul volto.

Nella nostra cultura, i morti viventi sono innumerevoli. Tante persone vivono nell'oscurità. Tante hanno voltato le spalle all'amore e alla verità, e in questo processo hanno bandito la vita di Dio – la grazia santificante – dalla propria anima. Sono diventate spiritualmente morte, anche se fisicamente sono vive.

I nostri morti viventi – proprio come quelli della televisione – non sanno chi sono. Non conoscono la loro dignità o la loro bellezza. Si sottopongono alla chirurgia estetica e si lasciano morire di fame per raggiungere qualche ideale inafferrabile. Danno via il proprio corpo nel modo sbagliato, nelle occasioni sbagliate e alle persone sbagliate. Adorano la giovinezza e temono di invecchiare.

Non sanno nemmeno perché sono stati creati o cosa significhi vivere una vita pienamente umana. Non vedono il significato o l'obiettivo inscritto nella creazione. Non odono i Cieli proclamare la gloria di Dio. Trovano invece significato nelle cose – nelle macchine, nel denaro, nel sesso, nel cibo. Perseguono il piacere, a qualunque costo, ed evitano la sofferenza, qualunque guadagno porti. I loro appetiti sono il loro dio, e il consumo la loro forma di adorazione.

I nostri morti viventi, infine, non riescono a vedere la dignità delle persone che li circondano. Piuttosto, li vedono come oggetti da usare – per piacere, soddisfazione sessuale o per qualche tipo di guadagno – o, peggio ancora, come inconvenienti di cui liberarsi. A modo loro – attraverso il gossip, i discorsi crudeli, gli atti di tradimento e di infedeltà – anche loro mangiano i propri simili.

La lotta continua per ciascuno di noi, come per i protagonisti di The Walking Dead, è non unirsi ai loro ranghi. È mantenere la nostra umanità in un mondo sempre più disumano. È trattenere la vita di Dio nella nostra anima, trattando le persone ferite con misericordia e compassione e sperando, in mezzo al caos culturale, in un mondo migliore.

La buona notizia è che la nostra apocalisse zombie è ben più facile da combattere di quella rappresentata nella versione di AMC.

Nel nostro mondo, un coltello nel cranio non è l'unico modo per far fronte ai morti viventi. Qui i morti viventi possono essere curati. Possono essere riportati alla vita – risorgere spiritualmente attraverso le grazie dei sacramenti. Le grazie guaritrici abbondano su questa terra. Sono in ogni chiesa cattolica, in ogni confessionale, in ogni Eucaristia.

C'è la teologia del corpo, che in un certo senso è sia un antidoto che un vaccino all'apocalisse degli zombie.

Introdotta nella Chiesa da Giovanni Paolo II alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, la teologia del corpo non è – come alcuni credono erroneamente – una teologia del sesso. Ci dà molti splendidi approcci alla sessualità umana e all'amore sponsale, ma questi approcci sono solo una parte della teologia del corpo, non la esauriscono.

La totalità di questa teologia abbraccia mascolinità e femminilità, maternità e paternità, sacerdozio e vita religiosa, per non parlare dell'amicizia e del lavoro, della liturgia e dei sacramenti, del cibo e della moda, della tecnologia e dei media, delle diete e dell'esercizio, perfino di guida e tatuaggi.

Tutto ciò che facciamo nel nostro corpo ricade nell'ambito della teologia del corpo, perché nel suo aspetto fondamentale la teologia del corpo è uno studio di ciò che significa essere una persona umana, creata a immagine di Dio.

In altre parole, la teologia del corpo è un'antropologia, non una sessuologia – radicata in 2.000 anni di Scrittura e Tradizione, ma espressa in un linguaggio più adatto agli orecchi post-moderni.

In qualche modo, la teologia del corpo è come ancorata all'acustica di una visione del mondo sacramentale. Usando il corpo umano come punto di partenza, ci aiuta a imparare a leggere il mondo in modo corretto. Ci ricorda chi siamo – immagini viventi del Dio vivente – e ci rivela il significato e l'obiettivo della creazione, mostrandoci un mondo che pullula di grazia, in cui ogni ape, farfalla e uomo rivela in modo unico e straordinario qualche verità sul Creatore.

La teologia del corpo ci insegna anche come amare. Ci esorta non a usare gli altri, ma a donarci nell'amore agli altri – a diventare un dono, effuso a imitazione di Colui del quale siamo immagine – e a onorare tutti coloro che incontriamo per il dono che sono.

La teologia del corpo ci aiuta a ripristinare tutto ciò che l'apocalisse degli zombie ci può togliere – la nostra dignità, la nostra bellezza, la nostra capacità di amare come ama Dio e di donare come dona Dio. Ci chiama alla guarigione e alla redenzione. Ci chiama alla pienezza, ad essere gli uomini e le donne che Dio aveva in mente quando ci ha creati. E ci mostra come farlo nella nostra vita quotidiana – nel lavoro, nella preghiera, nel gioco -, ricordandoci che la forma della nostra eternità deriva dalla forma dei nostri giorni.

Non è un viaggio che si possa completare in 16 episodi. Quando i camminatori di The Walking Dead avranno abbracciato il loro riposo eterno, noi (a Dio piacendo) cammineremo ancora nei meandri della nostra apocalisse degli zombi, ma con i sacramenti come nostro nutrimento e la teologia del corpo come guida possiamo fare di più che limitarci a sopravvivere in un mondo devastato dai morti viventi.

Possiamo iniziare a guarirlo.

——–

Emily Stimpsonè autrice di These Beautiful Bones: An Everyday Theology of the Body (Emmaus Road, 2013). Questo articolo è stato pubblicato in origine sul The Franciscan Way Magazine.

[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
teologia del corpo
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