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“Una società dove la gratuità scompare, è una società perversa”

© Sabrina Fusco / ALETEIA
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Così il pontefice durante l’udienza di oggi

All’udienza generale in Piazza San Pietro, il Papa ha dedicato la prima di due catechesi agli anziani. “Oggi – ha detto – riflettiamo sulla problematica condizione attuale degli anziani, e la prossima volta, cioè il prossimo mercoledì, più in positivo, sulla vocazione contenuta in questa età della vita. Grazie ai progressi della medicina la vita si è allungata: ma la società non si è ‘allargata’ alla vita! Il numero degli anziani si è moltiplicato, ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro fragilità e la loro dignità. Finché siamo giovani, siamo indotti a ignorare la vecchiaia, come se fosse una malattia, una malattia da tenere lontana; quando poi diventiamo anziani, specialmente se siamo poveri, se siamo malati, se siamo soli, sperimentiamo le lacune di una società programmata sull’efficienza, che conseguentemente ignora gli anziani. E gli anziani sono una ricchezza, non si possono ignorare”.

“Benedetto XVI – ha ricordato – visitando una casa per anziani, usò parole chiare e profetiche, diceva così: «La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune» (12 novembre 2012). E’ vero, l’attenzione agli anziani fa la differenza di una civiltà. In una civiltà c’è attenzione all’anziano? C’è posto per l’anziano? Questa civiltà andrà avanti perché sa rispettare la saggezza, la sapienza degli anziani. In una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani, sono scartati, perché creano problemi, questa società porta con sé il virus della morte”.

 “In Occidente – ha proseguito – gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. Eppure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una ‘zavorra’. Non solo non producono, pensa, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato del pensare così? Vanno scartati. E’ brutto vedere gli anziani scartati, è cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertamente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Ma noi siamo abituati a scartare gente. Vogliamo rimuovere la nostra accresciuta paura della debolezza e della vulnerabilità; ma così facendo aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati”.

Il Papa ha quindi continuato: “Già nel mio ministero a Buenos Aires ho toccato con mano questa realtà con i suoi problemi: «Gli anziani sono abbandonati, e non solo nella preca¬rietà materiale. Sono abbandonati nella egoistica incapaci¬tà di accettare i loro limiti che riflettono i nostri limiti, nelle numerose difficoltà che oggi debbono superare per soprav¬vivere in una civiltà che non permette loro di partecipare, di dire la propria, né di essere referenti secondo il modello consumistico del “soltanto i giovani possono essere utili e possono godere”. Questi anziani dovrebbero invece esse¬re, per tutta la società, la riserva sapienziale del nostro po¬polo. Gli anziani sono la riserva sapienziale del nostro popolo! Con quanta facilità si mette a dormire la coscienza quando non c’è amore!» (Solo l’amore ci può salvare, Città del Vaticano 2013, p. 83) E così succede”.

A braccio ha aggiunto: “Io ricordo, quando visitavo le case di riposo, parlavo con ognuno e tante volte ho sentito questo: ‘Ah, come sta lei? E i suoi figli? – Bene, bene -Quanti ne ha? – Tanti. – E vengono a visitarla? – Sì, sì, sempre, sì, vengono, vengono. – E quando sono venuti l’ultima volta?’. E così l’anziana, ne ricordo una specialmente, diceva: ‘Mah, per Natale’. Eravamo in agosto! Otto mesi senza essere visitati dai figli, otto mesi abbandonata! Questo si chiama peccato mortale, capito? Una volta da bambino, la nonna ci raccontava una storia di un nonno anziano che nel mangiare si sporcava perché non poteva portare il cucchiaio bene alla bocca, con la minestra. E il figlio, ossia il papà della famiglia, aveva deciso di spostarlo dalla tavola comune e ha fatto un tavolino in cucina, dove non si vedeva perché mangiasse da solo. E così non facesse una brutta figura quando venivano gli amici a pranzo o a cena. Pochi giorni dopo, arrivò a casa e trovò il suo figlio più piccolo che giocava con il legno e il martello e i chiodi, faceva qualcosa lì, disse: ‘Ma cosa fai? – Faccio un tavolo, papà. – Un tavolo, perché? – Per averlo quando tu diventi anziano, così tu puoi mangiare lì’. I bambini hanno più coscienza di noi!”.

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