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Aldo Maria Valli: si parla di “rivoluzione” Francesco … Perché?

L'Osservatore Romano/Pool/AP
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“Francesco è nuovo nelle priorità che sta indicando”

In occasione del prossimo secondo anniversario del pontificato di Francesco (13 marzo) Il Sismografo ha interpellato diversi vaticanisti e studiosi per chiedere loro un’opinione, seppure breve, sulla caratteristica più rilevante e significativa di questi primi 24 mesi della missione pastorale di Jorge Mario Bergoglio.

Due anni con Francesco – Aldo Maria Valli, vaticanista RAI.

Papa Francesco in questi due anni ha messo al centro del suo insegnamento la misericordia di Dio. Ha parlato di Dio come padre misericordioso che ama le sue creature con tenerezza e perdona ogni peccato di chi si rivolge a lui con cuore pentito. 

Ha sottolineato che Dio ama per primo, senza condizioni, e che ricorrere alla sua paternità amorosa è la miglior medicina contro ogni tipo di sofferenza. Il Dio dei cristiani, ha detto, non è un «Dio spray», nebulizzato, vago e indeterminato, ma è padre, un padre buono che non si stanca di cercarci e di perdonarci: il nostro rapporto con Dio è dunque diretto, è un autentico rapporto filiale. Con Dio possiamo e dobbiamo parlare, senza paura, senza reticenze, senza temere di provare il senso di vergogna. E dobbiamo utilizzare lo strumento della confessione, il mezzo più efficace per riconciliarci con il Padre e riprendere il cammino con fiducia.

Dal punto di vista dottrinale non è certamente di un insegnamento rivoluzionario: Francesco non ha fatto che ribadire alcuni punti centrali della fede cristiana. Eppure si parla di «rivoluzione» di Francesco e le sue parole sono apparse nuove. Perché?

Il motivo sta forse nel fatto che Francesco è nuovo nelle priorità che sta indicando. Anziché mettere al primo posto gli obblighi morali che derivano dalla fede, sta privilegiando l’annuncio della speranza cristiana. Quando gli è stato fatto notare che da parte sua non ci sono che pochi accenni a quelli che venivano chiamati «valori non negoziabili» (la vita umana dal concepimento alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna, la libertà di educazione), ha risposto che lui è un figlio della Chiesa. Ha fatto capire così  che non ha  intenzione di discostarsi dall’insegnamento tradizionale. Tuttavia per lui è più importante proporre l’annuncio della salvezza piuttosto che la precettistica.

Possiamo dire che Francesco sta mettendo al centro della sua proposta il Vangelo più che la legge, il kerygma (dal greco kēryssō: gridare, proclamare) più che la didaché, ovvero l’insieme dei precetti morali. 

Per Francesco la fede può sbocciare solo in presenza del kerygma, dell’annuncio, e l’annuncio è l’evangelo, la buona novella portata di Cristo. Ecco perché ha raccomandato di tenere sempre con sé una copia tascabile del Vangelo, magari per leggerla in autobus o sulla metropolitana, ed è arrivato perfino a farne distribuire migliaia in piazza San Pietro. Solo il Vangelo può scaldare il cuore, ma occorre annunciarlo. E annunciarlo significa parlare di Gesù, significa rimettere Gesù al centro della predicazione. A Francesco si adattano alla lettera le parole di Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).

Francesco sa che la legge, di per sé, non può scaldare il cuore, né tanto meno portare alla conversione. Con Dio padre si entra in rapporto filiale attraverso Gesù, e Gesù lo si conosce e lo si ama attraverso il Vangelo e attraverso tutti coloro che del Vangelo sono testimoni viventi.

Qualcuno sostiene che la proposta di Francesco, con questa accentuazione del Vangelo di Gesù rispetto alla precettistica, rischia di cadere nel buonismo e di ridurre lo stesso messaggio cristiano a un invito consolatorio e sentimentale. Il rischio c’è, ma papa Francesco è il primo a esserne consapevole. Lo ha dimostrato quando, rivolto ai preti, ha chiesto di non essere né rigoristi né lassisti, perché se il rigorista, avendo in mente soltanto la legge, si comporta con freddo distacco, il lassista a sua volta dimostra di non avere sufficientemente a cuore la sorte delle anime affidate alle sue cure. Si tratta di trovare il giusto equilibrio, senza mai dimenticare che l’adesione a ogni tipo di obbligazione morale, tanto più a quelle più lontane e incomprensibili per la mentalità dominante, può nascere non dalla reiterazione di alcuni precetti, ma dal rapporto d’amore con il Padre attraverso il Figlio.

Alla Chiesa papa Francesco sta chiedendo di sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda. Nasce qui la definizione di Chiesa come «ospedale da campo» nel quale il pastore, a ogni livello, non è chiamato a occuparsi di malesseri passeggeri e di malattie di poco conto ma di ferite gravi e profonde, che possono portare alla morte. Queste ferite, che fanno soffrire tanti uomini e tante donne del nostro tempo e comportano la morte dello spirito, sono l’incertezza, la tristezza, l’angoscia, la disperazione, la solitudine. È proprio qui, in questo immenso ospedale affollato e dolente, che il pastore è chiamato a operare attraverso l’annuncio della speranza cristiana. Perché di fronte a una ferita mortale la guarigione non può certamente arrivare da un comandamento, ma da una carezza, da un gesto di tenera attenzione e compassione.

L’esempio è quello del samaritano, che si china concretamente sulle ferite del viandante colpito e derubato dai briganti. Significa forse che la Chiesa deve diventare una sorta di agenzia assistenziale? No di certo, risponde Francesco. La Chiesa, ha ripetuto più volte, non è una ong e non può esserlo. Tuttavia tradirebbe se stessa se ignorasse il dolore e la sofferenza e si limitasse a lanciare messaggi morali guardando la realtà dall’alto.

In un’epoca nella quale l’uomo tende sempre di più a farsi Dio, guadagnandone però soltanto stordimento, squilibrio o disperazione, papa Francesco torna alla lezione conciliare, e lo fa seguendo alla lettera l’indicazione data da Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio: «Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando».

Sono questi i motivi per cui Francesco, pur parlando spesso del peccato e anche del ruolo che il diavolo gioca nella vita di ogni creatura, non punta l’attenzione sulla dimensione del sacrificio, né sul senso di fallimento e di disperazione che può derivare dalla trasgressione della legge, ma preferisce volgere il discorso in positivo, mostrando la bellezza del cammino cristiano e il senso di pienezza che scaturisce dall’adesione al Vangelo. E sono questi i motivi per cui  raccomanda di non essere cristiani «da salotto», che discettano dei mali del mondo gustando il tè con i pasticcini e mantenendosi a debita distanza da bisognosi e sofferenti, ma di lasciarsi inquietare e di coinvolgersi nei problemi delle persone che incontriamo sulla nostra strada. 

Quando, a proposito degli omosessuali, si è chiesto «chi sono io per giudicare?», ha messo in pratica la lezione in prima persona. «Misericordia è la parola che cambia tutto. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto». Ha detto così Francesco nel suo primo Angelus, e da allora sta battendo sullo stesso tasto. Dimostrazione di misericordia è la pazienza, e Dio ne ha tantissima nei nostri confronti. Non si stanca mai di aspettarci, di perdonarci. Possiamo allontanarci moltissimo da lui, ma eccolo sempre pronto, a un nostro minimo cenno di attenzione per lui, ad abbracciarci di nuovo. «Dio risponde alla nostra debolezza con la pazienza e questo è il motivo della nostra fiducia». Lasciamoci dunque afferrare dalla sua «carezza d’amore».

Tanti cristiani, ha detto Francesco, pensano di poter essere salvati per le loro opere, ma, sebbene le opere siano necessarie, non possiamo dimenticare che sono una conseguenza dell’amore misericordioso di Dio, ed è questo che ci salva. Le opere, da sole, servono solo a far crescere la nostra superbia. La salvezza arriva da Dio attraverso suo Figlio, morto e risorto per ciascuno di noi.

Francesco chiede, a partire dalla curia romana, un bagno di umiltà: spogliarsi dell’individualismo dominante, della pretesa di poter fare da soli, dell’idea che l’altro è importante solo quando mi è utile. Chiede di recuperare l’idea di relazione, così centrale nella  fede trinitaria, e di applicarla in tutti gli ambiti.

Ottimo conoscitore della vita della Chiesa, Francesco sa che i luoghi di governo della comunità ecclesiale sono spesso anche luoghi di ben scarsa misericordia e di ben limitata propensione al perdono. Di qui i suoi richiami costanti e fortissimi alla coerenza Cristiana, come quando, rivolto alla curia, ha elencato le famose quindici malattie di qui soffre quel mondo. 
Francesco vuole una Chiesa «in uscita», centrata sulle povertà vecchie e nuove, non su se stessa, una Chiesa più attenta a facilitare la fede che a controllarla. I sacramenti, ha ricordato, sono sette, ma noi, quando ci frapponiamo fra Gesù e gli altri,  istituiamo l’ottavo, «il sacramento della dogana pastorale». 

Francesco dice no alle «pastorali lontane» e di carattere disciplinare, tutte tese a privilegiare i principi, le condotte e i procedimenti organizzativi a scapito della vicinanza, della tenerezza, della carezza di cui le creature hanno bisogno. In un’intervista a una televisione brasiliana ha detto che quando la Chiesa, impegnata con le cose da fare e i precetti da trasmettere, dimentica di essere una madre premurosa e amorevole, si comporta come una mamma che comunica con il figlio solo per lettera. È mai possibile?

Uno degli strumenti più importanti per comunicare la buona novella è l’omelia, ma come sono, ha chiesto a più riprese Francesco, queste nostre omelie? Ci avvicinano a nostro Signore, che si rivolgeva a tutti conquistando i cuori e senza mai annoiare, o sono lontane, evasive, astratte, piene di precetti ma prive di passione e di amore? Abbiamo ridotto il nostro parlare del mistero a una spiegazione meramente razionale, ma nelle persone «il mistero entra dal cuore». Occorre imparare di nuovo la «grammatica della semplicità»: basta con la Chiesa fredda, da specialisti, prigioniera dei propri linguaggi autoreferenziali. Paolo, ricorda papa Francesco, ci dice che la nostra fede non è fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. L’autorità del cristiano viene dallo Spirito Santo, non dalle lauree in teologia. 

Serve una Chiesa umile, capace di accostarsi a chi vaga senza meta, capace di fare compagnia, di accogliere e di ascoltare senza tramortire l’altro con un diluvio di parole, una Chiesa «che si renda conto di come le ragioni per le quali c’è gente che si allontana contengono già in se stesse anche le ragioni per un possibile ritorno». Di qui la domanda: «Siamo ancora una Chiesa capace di scaldare il cuore?», come fece Gesù con i discepoli di Emmaus? 

Sul piano politico e sociale, in attesa dell’enciclica sulla difesa del creato, Francesco si è segnalato per le prese di posizione contro il capitalismo esasperato e contro l’economia sottomessa al dio denaro. Quando la divinità è il denaro, ha detto, si cade nella cultura dello scarto, nella quale tutti coloro che non sono funzionali al capitale e al consumismo vengono messi ai margini. Significativo il suo incontro, senza precedenti, con i rappresentanti dei movimenti alternativi all’economia capitalistica. 

Il 2015 sarà l’anno della parte finale del sinodo sulla pastorale per la famiglia. Lì vedremo se la medicina della misericordia si tradurrà in provvedimenti concreti. Allo stesso modo, si attendono novità nell’organizzazione interna della curia. Numerosi segnali sono comunque già arrivati, come nel caso della scelta dei nuovi cardinali. Il metaforico cartello con scritto «lavori in corso» è ancora appeso, ma forse Francesco vuole che ci resti sempre, come ha fatto capire quando ha detto di preferire una Chiesa «incidentata» piuttosto che una apparentemente perfetta ma chiusa.
Aldo Maria Valli.

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