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Ma le prime “femministe” furono cristiane

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La Croce - Quotidiano - pubblicato il 02/03/15

Intervista ad Angela Ales Bello, massima esperta italiana del pensiero di Edith Stein

di Myriam Conti

Angela Ales Bello è la fondatrice e direttrice del Centro Italiano di Ricerche Fenomenologiche. Tra le massime specialiste della fenomenologia tedesca, insegna attualmente Fenomenologia dell'esperienza religiosa alla Pontificia Università Lateranense.

Di solito i libri di storia del femminismo associano il momento delle origini al nome di due donne, attive negli anni in cui la Rivoluzione francese aveva acceso il dibattito sui diritti dell'uomo: l'inglese Mary Wollstonecraft che pubblicò nel 1792 la “Rivendicazione dei diritti della donna” e la francese Olympe de Gouges che pubblicò nel 1791 la Dichiarazione dei diritti delle donne”.

Ma lei in proposito ha una tesi provocatoria, poco sentita, che scombina le carte già assegnate, ovvero che nella storia del pensiero Occidentale, la prima miccia sulla questione della donna, sia sul piano della riflessione teorica, che sul piano politico, sia stata accesa in ambito cristiano, da donne cristiane. Chi erano?

Potrebbe sembrare che un'affermazione del genere non tenga conto della storia del femminismo nei secoli scorsi che, in effetti, si è caratterizzata per lo più come fenomeno “laico” e avverso al “maschile”. Ma se potessimo illuminare su una mappa il percorso storico-geografico che ha fatto il movimento, non potremmo sottovalutare, rispetto alla genesi delle rivendicazioni femminili, quanto è accaduto nei movimenti cristiani che si definivano “protestanti”. La prima luce della nostra mappa si accenderebbe infatti in America, addirittura nel Seicento, tra le donne di alcune comunità calviniste. Queste donne, studiando i vangeli, si resero conto che nella vita civile, come nella Chiesa, non aveva trovato una trasposizione effettiva il principio implicito nei vangeli dell'uguale dignità tra uomo e donna. La presa di coscienza sul piano religioso passò presto al piano sociale e politico. Poi, come nel caso di altre fondamentali conquiste, a partire da una rielaborazione storica delle proposte evangeliche, assistiamo progressivamente ad un processo di decentramento e laicizzazione delle istanze, che sfociano in una filosofia laica, in cui finisce per smarrirsi la matrice cristiana. Anche in questo senso possiamo parlare di radici cristiane della società, dell'Europa, perché mi sembra che nella cultura occidentale, il messaggio cristiano abbia agito da fondamento, nonostante le varie contrapposizioni e travisamenti, interni ed esterni, che si sono succedute nei secoli. Il tema della libertà, della democrazia e dell'uguaglianza, ad esempio, hanno indubbiamente radici cristiane. Qualcosa di simile è accaduto anche per la questione della donna.

Quindi potremmo dire che le prime istanze femministe vengano dal cristianesimo?

…dal testo sacro. Dalla lettura diretta del testo sacro in ambito protestante, nello specifico puritano e calvinista. Il calvinismo si costituiva come una comunità laica, perché Calvino era un avvocato, non un sacerdote. La sua riforma è stata molto interessante dal punto di vista politico-sociale, basti pensare che in quel contesto sono nate le prime comunità moderne di tipo democratico in cui è sorta anche la rivendicazione femminile. Per capire questo fenomeno, dobbiamo tornare al momento in cui i puritani inglesi, che facevano parte dei calvinisti, emigrarono negli Stati Uniti. Quando le prime comunità si installarono in America, le donne per la prima volta ebbero la possibilità di leggere direttamente il testo sacro, così si resero conto, soprattutto guardando alla predicazione di Gesù, all'atteggiamento di Gesù nei confronti delle donne, che era molto diverso da quello che i costumi del tempo dettavano. Allora cominciarono a chiedere una maggiore partecipazione alla vita politica e alla vita pubblica delle comunità, si trattava di piccole comunità, a pretendere che fosse riconosciuta loro pari dignità. Naturalmente, furono respinte dagli uomini. L'elemento di fondo, che interessava alle donne, era la partecipazione alla vita politica. Quindi il movimento ha viaggiato, tramite la via religiosa, di comunità in comunità, superando l'Oceano per poi tornare in Inghilterra, da dove era partito. Ma ormai la miccia era innescata e il femminismo cominciò ad assumere un profilo laico. In Inghilterra, tra l'Ottocento e il Novecento si organizzarono le suffragette, che chiedevano diritti per le donne: diritto di voto, di proprietà, d'istruzione. La ribellione era violenta, perché nessuno le ascoltava. Nessuna Chiesa le ascoltava, nessun potere politico le ascoltava. Dall'Inghilterra passò poi nei Paesi del Nord Europa, in particolare in Germania, che divenne uno dei centri importanti di diffusione del femminismo, soprattuto socialista. Un femminismo elaborato da intellettuali che poi trascinarono anche le altre.

Qui si inserisce ad esempio la figura della Stein. Lei è la maggiore esperta italiana di Edith Stein, ha curato per la Città Nuova l'edizione integrale delle sue opere. La Stein è una grande santa, ma anche una grande filosofa cristiana. La prima filosofa cattolica che si sia occupata nello specifico della questione femminile. Come si colloca Edith Stein nella mappa che traccia gli sviluppi del pensiero sulle donne?

Frequentava l'università, conosceva molto bene i movimenti femministi del suo tempo. I movimenti degli inizi degli anni Trenta in Germania. Rivendicava i diritti politici, sosteneva la necessità di una partecipazione delle donne in politica, lei stessa aveva partecipato ad alcuni movimenti politici. Dopo la prima guerra mondiale, si era perfino iscritta ad un partito di sinistra e ne era diventata dirigente. Però poi se n'era andata abbastanza presto, perché l'ambiente della politica non le piaceva, come raccontava in una lettera. La Stein era una donna interessantissima….Aveva una personalità ricca, una formazione filosofia solida, ed era stata allieva di Husserl…Non bisogna pensarla già monaca, lei si converte da adulta e diviene monaca per scelta consapevole, ma ha alle spalle una formazione culturale e umana notevolissima. Per quarant'anni è vissuta nel mondo.

La prima volta che ha preso posizione nei confronti della questione femminile è stato in occasione di un ciclo di conferenze raccolte sotto il titolo La donna il suo compito secondo la natura e la grazie. Si trattava di una risposta indiretta nei confronti dei movimenti femministi e di un certo tipo di visione della libertà e dell'emancipazione.

Sarà poi soprattutto l'attività di docente che la spingerà ad esaminare ancora approfonditamente il ruolo e la funzione della donna nella società, ragionando sulla migliore pedagogia da utilizzare con le proprie alunne, che si preparavano a diventare maestre.

Grazie a questo bagaglio di conoscenze ed elaborazioni teoretiche, unito all'esperienza didattica vissuta quotidianamente e ad un'attenzione speciale dedicata ai temi sociali e politici del suo tempo, la questione femminile viene analizzata da Edith Stein con una completezza che rappresenta un caso forse unico della riflessione antropologica cristiana sulla donna.

Dal punto di vista filosofico, cosa caratterizza il suo pensiero sulla donna?

Dal punto di vista filosofico, infatti, il suo pensiero è molto originale e precorre i tempi. Di solito si distingue tra il femminismo liberale e socialista (che va dall'Ottocento alla prima metà del Novecento) e il neo-femminismo (più recente e molto articolato). Mentre il primo si caratterizzava prevalentemente per una lotta sul piano teorico e pratico finalizzata al riconoscimento dell'uguaglianza (e alla dimostrazione dell'infondatezza dell'inferiorità femminile), il secondo si caratterizzava anche per la presenza di correnti che considerano la differenza tra i sessi come un valore aggiunto, da ridefinire e valorizzare. Ciò che si discute, è il tema dell'uguaglianza e della differenza. Pur appartenendo alla prima metà del Novecento, la Stein non solo pone a tema la differenza tra i sessi, ma la propone addirittura come struttura antropologica dell'essere umano: creato maschio-femmina. E' ciò che io chiamo la sua “antropologia duale”. Si sofferma sul racconto biblico della Genesi, sottolineando come nel mondo animale Adamo non abbia trovato “nessun aiuto che corrispondesse a lui”. Osserva come l'espressione ebraica Eser Kenegdo è difficilmente traducibile in tedesco e propone di intenderla come un “aiuto a lui dirimpetto”, cioè un aiuto che gli stia di fronte, che sia costretto a guardare, che lo sproni, che lo costringa al confronto, che gli renda possibile amare. Secondo lei, il Signore ha tratto la donna dalla costola di Abramo, perché la potesse riconoscere come carne della sua carne. “Si può pensare ad un'immagine speculare…ma anche ad un completamento, ad un pendant, in cui le due parti si corrispondano, tuttavia non in senso pieno, ma in modo che si completino a vicenda, come una mano rispetto all'altra”. La duplicità della struttura dell'essere umano è giustificata da Stein in due modi: il primo è che Dio stesso è uno e trino, per cui non ci sono motivi per cui l'uomo non debba essere uno in due persone; il secondo è che, essendo il fine dell'uomo l'amore, due è il minimo sindacale perché: “Fra meno di due non vi può essere amore”.

Cosa pensa Edith Stein del ruolo della donna nella Chiesa?

Anche rispetto a questo, Edith Stein anticipa i tempi. In più di un'occasione aveva auspicato che il Magistero prendesse posizione sulla questione femminile; la sua speranza è stata realizzata, con l'enciclica Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II, che ha risposto all'appello. Oggi anche Papa Francesco sta tornando su questo tema, perché è davvero una questione essenziale. Anche la Stein dice: “Le donne cattoliche hanno il loro sostegno più valido nella Chiesa, la quale ha bisogno delle loro forze. La Chiesa ha bisogno di noi. Cioè il Signore ha bisogno di noi”.

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