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Lo stile comunicativo di Gesù buono anche per i Pastori di oggi

© Carlos E. Santa Maria/SHUTTERSTOCK

Card. Gianfranco Ravasi - Edizioni San Paolo - pubblicato il 25/02/15

La parresìa e quelle parole come pietre d'inciampo

Se l'ira è uno dei sette vizi capitali, bisogna però subito osservare che lo sdegno può essere una virtù. Infatti si tratta di uno schierarsi apertamente, coscientemente e appassionatamente dalla parte del bene, della verità, della giustizia, opponendosi al male, alla menzogna e all'ingiustizia. Il modo espressivo dell'indignazione è quello delle controversie che sono un genere letterario adottato dai Vangeli: basti leggere il capitolo 23 di Matteo. Ovviamente il dibattito, la dialettica, la polemica da sempre costituiscono il sale della comunicazione. Se usato in dosi massicce, come accade ai nostri giorni in televisione o in politica, rovina irrimediabilmente la comunicazione, facendola degenerare in rissa e incomunicabilità ottusa. Nel Nuovo Testamento si adotta un termine della società greca, parresìa, per esaltare la libertà e il coraggio di poter testimoniare in pubblico la propria convinzione e fede.

Ebbene, Gesù non teme di confrontarsi, anche con durezza, con la classe dirigente politica, religiosa e sacerdotale: basti solo leggere i due cicli di controversie con scribi e farisei posti in apertura (Mc 2,1-3,6) e a suggello del suo ministero pubblico (Mc 11-12). Ma gli esempi si possono moltiplicare e hanno alla base una componente fondamentale, cioè la comunicazione della verità contro ogni doppiezza: “Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno” (Mt 5,36-37).

Si tratta di un aspetto messo sovente in sordina nella retorica dell'oratoria ecclesiastica, incline a lasciarsi intridere da robuste porzioni di melassa spiritualmente dolciastra. Sulla scia dello stile dei profeti le parole di Cristo conoscono spesso lo sdegno che si accende soprattutto di fronte all'ipocrisia religiosa che, sotto il manto di una pietà artificiosa e formale, nasconde egoismi inconfessati e interessi inconfessabili. Pensiamo alla frusta agitata contro i mercanti che trasformano il tempio di Sion in “una spelonca di ladri” (Mt 21,13), come già protestavano i profeti (Ger 7,11). Tutto il giudaismo ufficiale è metaforicamente frustato nelle varie polemiche che Gesù apre contro le varie fazioni dei sadducei, dei farisei, degli erodiani, contro le classi sacerdotali e intellettuali (gli scribi): basterebbe rimandare ai sette “Guai!” del capitolo 23 di Matteo o all'attacco contro i “mercenari” o falsi pastori di Israele presente nel capitolo 10 di Giovanni.

Il culto separato dalla vita, la liturgia senza la giustizia, il digiuno retoricamente conclamato, l'elemosina e la preghiera ostentate sono denunziati senza reticenze, e la parabola del pubblicano e del fariseo (Lc 18,9-14) ne è una vigorosa testimonianza. Il fariseo, avvolto nel manto glorioso delle sue opere e della sua giustizia, è convinto della sua giustizia e dei doveri di Dio nei suoi confronti. Il pubblicano, peccatore pentito, con il riconoscimento umile della sua miseria morale diventa il vero uomo religioso. L'idolatria della ricchezza, l'egoismo, la violenza e l'odio escludono dal regno di Dio. “Se stai per deporre sull'altare la tua offerta e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con tuo fratello; dopo verrai a offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).

Sono molte le parole di Gesù simili a quella spada che egli diceva di aver portato nella storia: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto a separare l'uomo da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera […] Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e vorrei davvero che fosse già acceso!”. (Mt 10,34-35; Lc 12,49).

Molte sono le parole dure, radicali e assolute, rese ancor più veementi dal calco semitico, come nel caso della celebre frase: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e anche la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). In realtà Gesù, come è ovvio, non suggerisce l'odio che ha sempre bandito dal suo sdegno, ma riflette il linguaggio semitico che ignora il comparativo e procede per assoluti, che trasforma un “amare meno” in “odiare”. Rimane, comunque, la potenza indimenticabile di quel monito.

Il discorso potrebbe allargarsi e costringerci a citare quasi metà delle parole di Gesù, segnate dal colore e dal calore, dalla passione e dall'intensità, dall'esigenza forte e assoluta, da un radicalismo che detesta il compromesso (in questo senso dev'essere intesa la sua visione del matrimonio come totale e indissolubile donazione d'amore, senza riserve e limiti: Mc 10,1-12; Mt 5,31-32; 19,1-9).

[Tratto da Gianfranco Ravasi, “Seguirlo nel cammino” (Edizioni San Paolo)]

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