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Perché il desiderio è la prova più sicura dell’esistenza di Dio?

© Steve Evans / CC

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Edizioni San Paolo - pubblicato il 24/02/15

Il desiderio va sempre attizzato e mai estinto...parola dei Padri della Chiesa

Il desiderio nell'uomo: un grande mistero….Crediamo di soddisfarlo, ma la soddisfazione dura solo un istante. Il desiderio ritorna rapidamente, inopinatamente, come per insegnarci che la fonte del desiderio è anche ciò che può rispondere a esso. I Padri ci parleranno di desiderio, di sete, di fame…Sant'Agostino, poi san Colombano (verso il 540-615), che fu uno di quei monaci irlandesi approdati nel continente verso la fine del VI secolo, ci invitano a far crescere, ad attizzare questo desiderio anziché cercare di estinguerlo…Questo desiderio, segno di Dio nell'uomo, è un tema caro a sant'Agostino:

A Dio che ti dice: chiedi ciò che vuoi , cosa chiederai? Rifletti bene, dilata la tua avarizia, estendi il tuo desiderio, allarga la tua bramosia; non è uno qualunque, ma è Dio onnipotente che ti ha detto: Chiedi ciò che vuoi. Se ami le proprietà, desidererai tutta la terra, in modo che tutti coloro che ivi nascono siano tuoi coloni e tuoi schiavi. E quando sarai padrone di tutta la terra? Chiederai il mare, nel quale tuttavia non potrai vivere. In questa cupidigia i pesci avranno la meglio su di te. Ma forse diverrai padrone delle isole. Va al di là di tutto questo, chiedi anche l'aria, sebbene tu non possa volarvi; spingi la tua cupidifia fino al cielo, proclama che tuoi sono il sole, la luna, le stelle, dato che Colui che tutto ha creato ha detto: Chiedi ciò che vuoi; e tuttavia non troverani niente di più pregevole, niente di migliore di Quello stesso che tutto ha creato. Chiedi Colui che tutto ha fatto, ed in Lui e da Lui avrai tutto ciò che ha creato. Tutte le cose hanno gran valore, perché tutte sono belle; ma che cosa è più bello di Lui? Tutte le cose sono forti: ma che cosa è più forte di Lui? E niente vuole tanto donare quanto se stesso. Se troverai qualcosa di meglio, chiedila. Se chiederai qualcosa d'altro farai offesa a Lui e danno a te, anteponendo la sua opera a Chi l'ha fatta, mentre vuol darsi a te Egli stesso che l'ha creata (Agostino di Ippona, Esposizioni sui Salmi, 34, I, 12, p. 687).

La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Ma se una cosa è oggetto di desiderio, ancora non la si vede, e tuttavia tu, attraverso il desiderio, ti dilati, cosicché potrai essere riempito quando giungerai alla visione. Ammettiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato; ti preoccupi di allargare il sacco o l'otre o qualsiasi altro tipo di recipiente, più che puoi; sai quanto hai da metterci dentro e vedi che è piccolo; allargandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l'attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l'animo e dilatandolo lo rende più capace. Viviamo dunque, o fratelli, di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti. Ammirate l'apostolo Paolo che dilata le capacità della sua naima, per poter accogliere ciò che avverrà. Egli dice infatti: Non che io abbia già raggiunto il fine o che io sia perfetto; non penso di avere già raggiunto la perfezione, o fratelli. Ma allora che cosa fai, o Paolo, in questa vita, se non hai raggiunto la soddisfazione del tuo desierio? Una sola cosa, inseguire con tutta l'anima la palma della vocazione celeste, dimentico di ciò che mi sta dietro, proteso invece a ciò che mi sta davanti. Ha dunque affermato di essere proteso in avanti e di tendere al fine con tutto se stesso. Comprendeva bene di essere ancora incapace di accogliere ciò che occhio umano non vide, né orecchio intese, né fantasia immaginò. In questo consiste la nostra vita: esercitarci col desiderio. Saremo tanto più vivificati da questo desiderio santo, quanto più allontaneremo i nostri desideri dall'amore del mondo. Già l'abbiamo detto più volte: il recipiente da riempire deve essere svuotato. Tu devi essere riempito di bene: liberati dunque dal male. Supponi che Dio ti voglia riempire di miele: se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna gettar via il contenuto del vaso, anzi bisogna addirittura pulire il vaso, pulirlo faticosamente coi detersivi, perché si presenti atto ad accogliere questa realtà misteriosa. La chiameremo impropriamente oro, la chiameremo vino. Qualunque cosa diciamo interno a questa realtà inesprimibile, qualunque cosa ci sforziamo di dire, è racchiuso in questo nome: Dio. Ma quando lo abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo detto? Sono forse queste due sillabe tutto quel che aspettiamo? Qualunque cosa dunque siamo capaci di dire, è al di sotto della realtà: dilatiamoci col desiderio di lui, cosicché ci possa riempire, quando verrà. Saremo infatti simili a lui, perché lo vedremo così com'è (Agostino di Ippona, Commento alla Prima Epistola di san Giovanni, Omelia 4, 6, pp. 1717-1719).

Così, quando ascolti: Nessuno viene a me se non è attratto dal Padre, non pensare di essere attratto per forza. Anche l'amore è una forza che attrae l'anima. Non dobbiamo temere il giudizio di quanti stanno a pesare le parole, ma sono incapaci di intendere le cose di Dio; i quali, di fronte a questa affermazione del Vangleo, potrebbero dirci: come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: non è gran cosa essere attratti da un impulso involontario, quando anche il piacere riesce ad attirarci. Che significa essere attratti dal piacere? Metti il tuo piacere nel Signore, ed egli soddisferà i desideri del tuo cuore. Esiste anche un piacere del cuore, per cui esso gusta il pane celeste. Che se il poeta ha potuto dire: “Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costruzione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l'uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo. Se i sensi del corpo hanno i loro piaceri, perché l'anima non dovrebbe averli? Se l'anima non avesse i suoi piaceri, il salmista non direbbe: I figli degli uomini si rifugiano all'ombra delle tue ali; s'inebriano per l'abbondanza della tua casa, bevono al torrente delle tue delizie; poiché presso di te è la fonte della vita e nella tua luce noi vediamo la luce. Dammi un cuore che ama, e capirà ciò che dico. Dammi un cuore anelante, un cuore affamato, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, un cuore che sospiri la fonte della patria eterna, ed egli capirà ciò che dico. Certamente, se parlo ad un cuore arido, non potrà capire. E tali erano coloro che mormoravano tra loro. Viene a me – dice il Signore – chi è attirato dal Padre (Agostino di Ippona, Commento al Vangelo di san Giovanni, Omelia, 26, 4, pp. 599-601).

San Colombano, a sua volta, ci invita ad “attizzare questa sete”. Sempre in movimento, fuggendo la sedentarietà e ogni forma di riposo, ha fatto lui stesso questa esperienza. Nato in Irlanda ed educato nello spirito di una ricerca di perfezione cristiana, diventa monaco e, spinto allora verso la missione, Colombano decide di espatriare. Verso il 589, dopo un breve passaggio attraverso la Gran Bretagna, raggiunge la Gallia, accompagnato da dodici compagni.

Pertanto, fratelli carissimi, ascoltate attentamente le nostre parole. Sto per dirvi cose necessarie al vostro bene. Ristorate la sete della vostra anima alle acque della fonte divina, di cui ora desideriamo ardentemente parlare. Non estinguete, però, la vostra sete, bevete, ma non siatene sazi; infatti già ci chiama a sé la Fonte viva, la Fonte di vita, e dice: Chi ha sete venga a me e beva. Capite bene che cosa bevete. Ve lo dica Isaia, ve lo dica la Fonte stessa. Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva dice il Signore. E' dunque lo stesso nostro Dio Gesù Cristo, la Fonte di vita che ci invita a sé, in quanto Fonte, perché di lui beviamo. Beve di lui chi lo ama. Beve di lui chi si sazia della parola di Dio; chi più lo ama, più lo desidera. Beve di lui colui che arde di amore per la sapienza.

Osservate bene da dove scaturisce questa sorgente: di là da dove discende anche il pane; perché Pane e Fonte sono il medesimo e unico Figlio, il nostro Dio Cristo Signore, di cui dobbiamo aver sempre fame. E' vero che amandolo ne mangiamo e desiderandolo lo assorbiamo; tuttavia dobbiamo sempre desiderarlo come ne avessimo fame. Allo stesso modo, con tutta la forza del nostro amore beviamo sempre di lui in quanto sorgente, attingiamo da lui con tutta l'itensità del nostro desiderio e gustiamo per così dire la fragranza della sua dolcezza. Il Signore è infatti dolce e soave: sebbene ne mangiamo e ne beviamo, abbiamone sempre fame e sete, perché, sebbene sia nostro cibo e nostra bevanda, nessuno potrà mai farlo proprio totalmente e berlo interamente, perché mangiandolo e bevendolo non lo si esaurisce, né lo si consuma: questo nostro pane infatti è eterno, questa nostra sorgente è perenne, questa nostra fonte è dolce. Perciò il Profeta dice: voi tutti assetati, venite alla sorgente. Questa sorgente è per chi ha sete, non per chi è satollo. Giustamente quindi chiama a sé quelli che hanno fame e sete e che altrove ha detto beati: essi non bevono mai a sufficienza, anzi quanto più attingono tanto più hanno sete. E' dunque necessario, o fratelli, che noi sempre desideriamo, cerchiamo e amiamo la fonte della sapienza, il Verbo di Dio altissimo, nel quale, secondo le parole dell'Apostolo, sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza: coloro che hanno sete sono invitati ad attingervi. Se hai sete, bevi alla fonte di vita; se hai fame, mangia del pane di vita. Beati coloro che hanno fame di questo pane e sete di quest'acqua, perché, pur mangiandone e bevendone sempre, ancora desiderano di berne e mangiarne. Deve essere senza dubbio indicibilmente gustoso ciò che si mangia e si beve sempre, per sempre sentirsene affamati e assetati, sempre gustarne e sempre desiderarlo. Per questo il re e profeta dice: Gustate e vedete quanto è dolce e soave il Signore (Colombano di Bobbio, Le opere, Sermone XIII, 1-2, pp. 257-259).

Questi testi sono proprio nella linea degli scritti di Gregorio di Nissa che non può neanche immaginare un riposo nell'eternità. Egli scrive:

Solo quel Bene, infatti, è veramente dolce e desideraile e amabile; il suo godimento diviene sempre di più un impulso a un desiderio pià grande, percéh proprio per mezzo della parteciapzione alle cose buone esso tende il nostro desiderio sempre più avanti (Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei Cantici, Omelia 1, p. 52).

In questo modo il testo sacro ci vuole insegnare, io credo, che colui che desidera vedere Dio vede colui che desidera solo se lo segue sempre, e la contemplazione del suo volto consiste nel procedere incessantemente incontro a Dio, e questo procedere giunge a buon fine solo se si segue il Logos standogli dietro (Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei Cantici, Omelia 12, p. 277).

Tanto in Agostino quanto in Colombano, ritroviamo questa espressione di un desiderio orientato verso Dio, m che convinee lasciar crescere per esserne sempre più appagati: desiderio infinito, desiderio inesauribile, occasione costante di nuovi godimenti e nuovi desideri.

L'uomo durante tutta la vita, scopre il desiderio e la sete la cui sorgente e la cui soddisfazione sono in Dio. E' proprio in questo desiderio che possiamo vedere la prova pià sicura dell'esistenza di Dio: Dio, all'origine del desiderio dell'uomo, è anche colui che appaga ogni desiderio…Una definizione, questa, che è certamente la più vera che si possa dare di colui che non possiamo afferrare, ma che sconvolge il nostro cuore e il nostro corpo sempre in stato di mancanza, sempre in attesa finché non l'hanno trovato.

Se la sofferena dell'uomo si spiega attraverso questo desiderio che lo spinge sempre al di fuori di sé, sempre verso l'altro che è l'imprevisto, esso costituisce anche paradossalmente la sua grande libertà, poiché non c'è niente che rinchiuda più di noi stessi. Quando crediamo che possedere l'altro ci acquieterà, ci sbagliamo. In realtà scopriamo che non possediamo niente né nessuno, ma che l'amore è desiderio sempre rinnovato. E' immenso questo amore di Dio, il totalmente Altro…

Una delle immagini più forti del desiderio è quella del roveto ardente che brucia e non si consuma (Es 3,1-6). Non è forse quella con la quale Dio vuole presentarsi all'uomo? Fiamma di fuoco, fiamma dell'amore, fiamme ricorrenti nella Bibbia per manifestare la presenza di Dio, ma fuoco che non finisce, segno di questa eternità di Dio che noi non possiamo immaginare veramente, ma che ci fa vivere – questo fuoco nell'uomo che, per il cristiano, si prolunga nell'eternità, si trasforma in eternità…

Fine che giunge alla sorgente.
Infinito del desiderio che rinasce sempre
perché esso è infinito come la sua sorgente,
infinito come la sua meta,
desiderio che non finisce mai di avvenire:
“Il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava” (Es 3,2b).
Attesa del faccia a faccia
in cui l'uomo diventerà simile a Colui che egli vedrà così
come egli è,
ritrovando la somiglianza da cui il peccato lo ha allontanato.

[Hazael-Massieux Marie-Christin, “36 domande su Dio. Con i Padri della Chiesa” (Edizioni San Paolo)]

Tags:
diopadri della chiesa
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