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Armi o diplomazia? Sulla crisi libica la posizione della Santa Sede

© AFP PHOTO / HO / WELAYAT TARABLOS

An image made available by propaganda Islamist media outlet Welayat Tarablos on February 18, 2015, allegedly shows members of the Islamic State (IS) militant group parading in a street in Libya's coastal city of Sirte, which lies 500 kilometres (310 miles) east of the capital, Tripoli. Egyptian F-16s bombed militant bases in the eastern Libyan city of Derna in mid-February after the Islamic State group in Libya released a gruesome video showing the beheadings of a group of Egyptian Coptic Christians who had gone to the North African country seeking work. AFP PHOTO / HO / WELAYAT TARABLOS

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 20/02/15

Il Segretario di Stato Parolin chiede il rispetto della legalità internazionale. Onu e Unione europea rilanciano la mediazione per un governo di unità nazionale contro l’Isis

“Possa la comunità internazionale trovare soluzioni pacifiche alla difficile situazione in Libia”: le parole di Papa Francesco a conclusione dell’udienza generale in piazza s. Pietro del mercoledì delle Ceneri dettano la linea della Santa Sede su come affrontare la crisi libica.

L’invocazione del papa ribadisce quanto affermato la sera precedente dal segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, nel summit con le autorità italiane che ha luogo tradizionalmente all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede in occasione dell’Anniversario dei Patti Lateranensi. Durante l’incontro a porte chiuse il Segretario di Stato ha avanzato la richiesta che in Libia “l'opzione militare sia l'ultima ratio e comunque che avvenga sotto l'egida delle Nazioni Unite”. Lo ha riferito lo stesso Parolin ai giornalisti: “Abbiamo parlato della Libia – ha detto uscendo da Palazzo Borromeo -, dell'importanza di rilanciare l'iniziativa diplomatica, e che qualsiasi intervento di tipo armato sia sempre fatto secondo le norme della legalità internazionale, e quindi che ci sia un'iniziativa dell'Onu… C'è una minaccia, la situazione è grave ed esige una risposta concorde della comunità internazionale, esige una risposta rapida, la più rapida possibile, dall'Onu” (Vatican Insider 18 febbraio).

Una posizione che privilegi l’iniziativa diplomatica rispetto all’intervento militare non rappresenta una novità per la Santa Sede: si tratta, ha precisato il cardinale Parolin al quotidiano Avvenire (19 febbraio), di quanto “avevo già affermato nell’intervento all’Onu del 30 settembre 2014”.

In quell’occasione, il cardinale Parolin aveva sottolineato che a fronte delle emergenze innescate anche dal nuovo terrorismo jihadista globalizzato, l’Onu deve recuperare la fedeltà alla sua Carta costitutiva e ai compiti di “prevenire la guerra, fermare gli aggressori, proteggere le popolazioni e aiutare le vittime”, respingendo le “soluzioni unilaterali” a favore di quelle “fondate sul diritto internazionale”.

L’osservanza dei criteri di adesione alle Nazioni Unite non giustifica, secondo Parolin, né l’intervento militare guidato dagli Stati Uniti in Siria e Iraq né può legittimare un intervento simile in Libia: “i partecipanti attivi e passivi di un tale sistema sono tutti gli Stati, i quali si pongono sotto l'autorità del Consiglio di Sicurezza e si impegnano a non intraprendere atti di guerra senza l'approvazione di questo stesso Consiglio”. E “poiché non esiste norma giuridica che giustifichi azioni di polizia unilaterali oltre i propri confine”, il segretario di Stato ha chiarito che tali azioni sono “di competenza del Consiglio di Sicurezza”. Per di più, le azioni con mandato Onu richiedono “il consenso e la supervisione dello Stato nel quale viene esercitato l'uso della forza”, se non vogliono trasformarsi in ulteriori fattori di “instabilità regionale o internazionale”. Per questo, a fronte delle nuove emergenze innescate anche dal terrorismo globale occorrono “strategie innovative” per riattivare “i meccanismi utilizzati dalle Nazioni Unite” (Avvenire 19 febbraio).

La consapevolezza, sottolineata all’Onu dal cardinale Parolin su come “certe guerre condotte senza porsi il problema di come gestire la fase post-bellica hanno aiutato a produrre caos e destabilizzazione in Medio Oriente”, non deve essere estranea alla decisione dell’Unione europea di rilanciare la cooperazione internazionale per una soluzione politica della crisi libica e per contrastare l’avanzata del cosiddetto Stato islamico (Is), riunendo intorno allo stesso tavolo di un vertice sul terrorismo internazionale a Washington, Onu, Stati Uniti ed Egitto. “La riunione di oggi al dipartimento di Stato – ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini – ha prodotto un risultato importante: da tutti è arrivato un sostegno forte alla mediazione che sta conducendo l’inviato speciale del segretario generale dell’Onu, Bernardino León, per costituire un Governo di unità nazionale, che la comunità internazionale è pronta a sostenere nella lotta contro l’Is” (L’Osservatore romano 21 febbraio).

Da parte sua, l’inviato dell'Onu per la Libia Bernardino Leon, ha dimostrato un cauto ottimismo auspicando che un accordo politico possa essere raggiunto "presto" in quanto, come ha riferito al Consiglio di Sicurezza, le divergenze tra le parti in Libia "non sono insormontabili". Al Consiglio sono stati invitati a parlare Libia, Egitto, Algeria e Tunisia; mentre per l'Europa ha preso la parola l'Italia. L'ambasciatore Sebastiano Cardi, rappresentante permanente dell'Italia all'Onu, è stato chiamato a intervenire con un riconoscimento de facto del ruolo italiano in questa delicata trattativa. "L'italia è pronta ad un ruolo guida nella missione in Libia" ha affermato Cardi (Huffington Post 19 febbraio).
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