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L’eclisse del liceo classico

© Public Domain
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Una perdita per il Paese e per le nuove generazioni, immerse in abilità e tecnologie di cui non comprenderanno gli effetti sociali

I primi dati riguardanti le iscrizioni alle scuole superiori per il prossimo anno confermano, a livello nazionale, il declino inesorabile del liceo classico. Otto anni fa a sceglierlo era stato il 10% delle famiglie italiane; l’anno scorso il 6,1%; quest’anno è solo  il 5,5% (con l’eccezione, una volta tanto in positivo, di Palermo, che ha registrato un aumento dal 9,05 all’11%). A giustificare questo calo (meglio, questo dimezzamento, nell’arco di pochi anni!), secondo la maggior parte degli osservatori, vi sarebbe l’esigenza diffusa di una preparazione più adeguata ai nostri tempi e al mercato del lavoro, come quella che danno il liceo scientifico (che quest’anno supera il 25,5%) o quello linguistico (al 10%). Per non parlare degli istituti tecnici, al 30,5%.

Francamente non mi sembrano buone notizie per il nostro Paese. Il liceo classico è stato per molto tempo la sua scuola di eccellenza, anche se ha risentito sempre pesantemente della tendenza, di matrice idealista, a sottovalutare la sfera scientifica. Ma il fenomeno a cui assistiamo non comporta un suo rafforzamento su questo fronte, bensì la sua eclisse. Stiamo di fatto realizzando, per una scelta che viene dal basso, dagli utenti, il progetto mille volte riaffiorato a livello governativo e (per fortuna) finora mai attuato: adeguare la scuola italiana agli standard europei.  Molte volte, in passato, si è invocata questa “adeguazione” come una modernizzazione e crescita. In realtà, come hanno potuto sistematicamente constatare docenti e alunni impegnati in gemellaggi con istituti stranieri, la qualità dei nostri studi è stata sempre decisamente superiore. Ciò in cui il sistema italiano d’istruzione avrebbe dovuto e dovrebbe adeguarsi agli standard europei non sono certo i programmi, ma gli stipendi dei professori e le strutture scolastiche. Ma proprio su questi punti, in Italia non c’è mai stata la minima volontà di cambiare le cose. Così, le velleità di “europeizzazione” si sono sempre concentrate sul tipo di studi. Ma ormai non c’è più bisogno, a quanto pare, di interventi dall’alto. È l’opinione pubblica del nostro Paese a decretare il tramonto del tipo di scuola che ci rendeva “diversi”.

Le ragioni sono molte. Una è sicuramente la convinzione che gli studi superiori debbano “servire” a garantire sbocchi pratici.  È la logica oggi dominante. Si scambia ciò che è “utile” con ciò che è “importante”. Dimenticando che quello che “serve” ad altro è, per definizione, privo di valore in sé, perché va cercato solo in funzione di questo “altro”. Le cose importanti, invece, sono quelle che vale la pena cercare per se stesse. Perché è di esse, non dei mezzi atti a conseguire, che una persona può vivere.  Un’opera d’arte non “serve” a niente. La bellezza è “inutile”. Ma è così importante che senza di essa la vita diventa grigia. Anche la verità non può mai ridursi un mezzo per qualcos’altro. Va cercata e rispettata per se stessa, in funzione di obiettivi pratici. Altrimenti diventa ostaggio della propaganda. 

Il liceo classico è lì a testimoniare questo primato dell’inutile, del gratuito, in una società sempre più dominata dalla tecnica, il cui unico senso è nel “servire”. Solo che, se si perdono di vista i fini, i mezzi rischiano di impazzire.  Possono essere “utili”, indifferentemente, per salvare vite o per annientarle, per diffondere informazione autentica o per manipolare l’opinione pubblica (è stato notato che l’Isis conta molto sui nuovi mezzi di comunicazione per la sua strategia del terrore).  E il nostro Paese sta vivendo, a tutti i livelli, una fase di vuoto etico che riguarda precisamente i fini, non i mezzi.

Si potrà obiettare che oggi la crisi economica rende necessario puntare sulla preparazione al lavoro. In realtà, proprio l’evoluzione dell’economia oggi rende molto più necessaria  una formazione globale della persona, fondata su ciò che è “importante”, rispetto alla tradizionale preparazione a un certo tipo di lavoro.

Prima, il ciclo lavorativo della vita di un essere umano – circa quarant’anni – coincideva, grossomodo, con quello di competitività dei congegni meccanici o degli specifici servizi a cui era addetto e per cui si era specializzato. Oggi non è più così. Gli apparati tecnologici e il tipo di servizi di un’azienda diventano obsoleti e devono essere sostituiti dopo un numero di anni (in molti casi, poco più di dieci) assai più breve di prima. Se un lavoratore, sia manuale che intellettuale, è stato modellato su quell’apparato, bisogna rottamarlo insieme ad esso, quando ancora è nel pieno della sua vita lavorativa.

Da qui la necessità di ripensare la formazione in funzione di un modello di lavoro che lo renda capace di servirsi di macchine diverse e di operare in forme di servizio multiformi, invece di essere lui stesso al servizio di una o dell’altra. Ma questo sposta il centro dall’istruire, che riguarda il “fare” – ci sono istruttori anche di animali – , all’educare, che ha di mira l’“essere”.

Senza dire che ci sono aspetti della vita sociale, come la politica, che non si possono ridurre ad abilità lavorativa, ma richiedono capacità di riflessione maturità di giudizio, apertura ai valori umani, che ovviamente tutti i tipi di studi possono dare, ma per cui il liceo classico ha sempre costituito una via privilegiata. A patto, naturalmente, che docenti, dirigenti e alunni lo vivano in questo spirito.

QUI L'ORIGINALE

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