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La tolleranza non è una virtù di Dio

Bruno

La Croce - Quotidiano - pubblicato il 16/02/15

Quinta opera di crudeltà spirituale: Perdonare le offese

di Antonio Benvenuti

Carissimi diavoli, arcidiavoli, demoni e compagni di dannazione,

benvenuti alla quinta puntata del rovesciamento di quelle che i nostri avversari chiamano “Opere di misericordia spirituale”.
Quest’oggi ci occuperemo di

Recto: 5 – Perdonare le offese
No, realmente. Non sto scherzando. Davvero il Nemico che sta Lassù pretende che gli esseri umani perdonino quanti li offendono. So che può sembrare impossibile. A noi di stirpe infernale ci vuole qualche minuto per comprendere l’idea. Finché non l’ho visto con i miei occhi anch’io ero scettico. Ma può accadere: di fronte a parole malvagie, azioni maligne, sgarbi intenzionali, alcuni umani perdonano coloro che li offendono invece di odiarli e distruggerli.

Errore di fabbricazione? Un comportamento così contrario alla legge della selezione del più forte è inspiegabile altrimenti. Ma non illudiamoci sia un caso. Che sia stato progettato è reso evidente dal fatto che il Nemico che sta Lassù accetta al suo seguito solo quegli umani che questo strano difetto ce l’hanno e lo usano.

Le conseguenze per noi sono enormi. Se questa debolezza autodistruttiva rende gli uomini così appetibili al Cielo, è chiaro che noi, per banchettare delle loro anime, dobbiamo agire in senso opposto. Noi ci nutriamo e prosperiamo grazie a tutti coloro che non perdonano mai.

E’ nel nostro interesse lavorare su due fronti: togliere l’idea di perdono alla nostra vittima, e insegnare ai nostri protetti ad insultare sempre meglio, più a fondo, con parole che facciano il più male possibile. Per ottenere il maggior effetto bisogna cominciare quando sono piccoli. Infatti gli esseri umani imparano questa perversione, il perdono, dai loro genitori.

Quante volte le madri e i padri, invece di punire severamente i loro pargoli che hanno compiuto qualche guaio, condonano loro tutto? Togliere ai bambini genitori che li amano e sostituirli con qualcuno che non perdona mai o consente loro tutto è la prima mossa di una vera educazione al disprezzo.

L’offesa è un tipo di male specificatamente diretto contro qualcuno. Colpisce nell’amor proprio, mette in discussione chi ne è il bersaglio, i suoi affetti, la sua personalità, le sue abitudini. Le offese fanno tanto più male quando attaccano ciò che è caro. Oppure il punto debole: l’offesa peggiore è quella che ha un fondo di verità. Gli uomini equilibrati, con niente da nascondere, certi di se stessi, degli insulti se ne fanno un baffo. Ci scherzano persino su: intollerabile! Quelli che non hanno una figura pubblica da difendere, a cui non importa niente delle calunnie, sono difficili da provocare, possono permettersi di perdonare. Per questo occorre allevare buoni creatori di offese.

Quando i giovani diavoli che fanno l’apprendistato da tentatori vengono da me per chiedere consiglio, io chiedo sempre di vedere le discussioni dei loro protetti. Se gli uomini che hanno in custodia, quando replicano ai loro interlocutori, cominciano con un insulto più o meno velato allora mi complimento con il loro demone: sta facendo un buon lavoro. Un lavoro ottimo è quando la discussione diventa solo un pretesto per insultare l’avversario. Ogni mala parola è musica per le mie orecchie aguzze.

La goduria di vincere una diatriba non perché si ha ragione, ma perché si accoppa l’avversario a parole, può essere insegnata. Una volta che il nostro protetto capisce che, anche avendo torto marcio, può avere la meglio offendendo è tutta discesa.

Le soddisfazioni più grosse ci vengono da quegli spiriti eletti che ricercano le altre persone solo per riversare su di loro tutto il loro disprezzo, il loro odio, tutto il putridume che abbiamo così sapientemente coltivato.

Un’offesa bene calibrata è come un tarlo che rode. Non si può lasciarla invendicata! Non si può tacere! Deve diventare il centro del pensiero, come un insetto che fa la sua tana nell’anima e lì figlia la sua progenie immonda. Guai dimenticarla.
A volte anche a chi ama scappa una parola di troppo. Quanto facile dimenticarsi di quell’amore per concentrarsi sulla parola scappata! Alla fine è proprio l’amore a fuggire.

Se le offese che hanno un fondo di verità sono quelle che suscitano più reazione, sono quelle assolutamente false che corrompono di più chi le riceve. Proprio perché immeritate, scatta l’orgoglio. Ricordate, compagni diavoli: l’orgoglio è sempre vostro amico. L’onore offeso brucia per molto tempo. Quel che frega l’offeso è che sa di essere nel giusto. Se è nel giusto, non capisce perché dovrebbe abbassarsi a perdonare. Quanti uomini integerrimi abbiamo condotto alla nostra tavola con questo espediente! Avevano ragione: hanno passato il resto della vita a curarsi l’amor proprio ferito e meditare vendette.

Se poi l’offesa è rivolta contro ciò a cui la persona tiene davvero, le reazioni possono essere per noi di estrema soddisfazione. Devo proprio farvi esempi? Insultare la madre, i padre, i famigliari è ottimo per far saltare i nervi a chi è impermeabile alle offese personali. Una bella bestemmia farà balzare dalle sedie e rendere rabbiosi anche i servi del Nemico più compassati. E quanti massacri compiuti da coloro che si sono autonominati custodi del loro dio! Una vignetta cattiva può causare più dolore innocente di uno squadrone di torturatori.

Nota finale: perdonare è molto diverso dal “passarci sopra”. La tolleranza non è una virtù del Nemico. Il perdono ricuce lo strappo, la tolleranza lo nasconde: ma lo strappo resta, e il tessuto finirà per aprirsi e mostrare quanto c’è sotto. Per ovviare alla propaganda avversaria non c’è niente di meglio che accusarli di essere intolleranti. Se siamo fortunati, la prenderanno come un’offesa.

In conclusione, dobbiamo moltiplicare le offese, farle ricambiare, dobbiamo renderle il normale modo di comunicazione tra le persone. Far dimenticare loro che sono fratelli, e il dovere di perdonare settanta volte sette. Se lo scordano coloro che amano, figurarsi gli altri.

Verso: 5 – Passare all’offensivo

Tags:
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