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La Pasqua, una festa senza maschere

© Leland Francisco - CC

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don Marco Pozza - Sulla strada di Emmaus - pubblicato il 16/02/15

Fare Quaresima è sottrarre l'inutile per far apparire il necessario

Al pari di uno scultore sopraffine ed esperto. Essere capace d’arte è, per chi ama scolpire la materia, lavorare per sottrazione: sottrai al marmo ciò che è superfluo e vedrai sbocciare l’opera d’arte, togli l’inutile e s’annuncerà l’essenziale. Ciò che è bello perché semplice, spoglio, disadorno di tutto ciò che è di sovrappeso: ciò che basta a se stesso. L’imbarazzo e l’essenza della Quaresima – antichissimo tempo di preparazione alla Pasqua che inizierà, ancora una volta, mercoledì prossimo – abita nell’interstizio di due feste: il Carnevale e la Pasqua. Due feste dai connotati totalmente differenti. Il Carnevale, secondo una vecchia etimologia, significherebbe «il contrario, il rovescio, ciò che è contrapposto».

E’ il tempo delle maschere e dei giochi: come l’uomo, quand’è ancora bambino, attraverso il gioco racconta la sua immagine di vita, così è del Carnevale. Nascosto dietro una maschera che indossa, l’uomo si sente per un po’ di tempo libero da tutte le regole che la società gli ha imposto: di mangiare a dismisura, di festeggiare ad oltranza, di ridere e scherzare senza che nessuno ne scopra l’identità. E’ lo spazio di tempo a disposizione perchè, magari ridendo e scherzando, qualcuno possa rispondere al meglio all’unica domanda che conti per le strade di quaggiù: “Chi sono io?” Anche la Pasqua è una festa, per il popolo del Nazareno è la festa delle feste, quella nel cui grembo abita l’elisir stesso della festa: di colori, di luci e di annunci. L’uomo, morto, un giorno potrà risorgere: proprio come il suo Dio. Una festa senza maschere, a volto scoperto, nudi sotto il Cielo.

Tra il Carnevale e la Pasqua, la Quaresima: la possibilità, sempre fallibile e sempre a portata di mano, di fare festa togliendo la maschera e contemplandosi alla luce della Risurrezione: bagliore e anticipo di qualsiasi altra risurrezione della storia, di ciascuna delle liberazioni possibili. Fare Quaresima è, dunque, lavorare per sottrazione: sottrarre l’inutile per far apparire il necessario. Togli la maschera e, senza trucco alcuno, trovi la risposta alla domanda delle domande: “Chi sono io?”. Detta così, al netto delle ambiguità, nello spazio del deserto: il luogo per eccellenza della Quaresima, lo spazio delle tentazioni vinte, il laboratorio nel quale l’inutile diventa polvere e schegge, il legno superfluo si trasforma in segatura. O, tutt’al più, in trucioli: pronti per essere bruciati. E’ il bagliore della proposta cristiana: ancora quaranta giorni a disposizione. Per denudarsi dell’inutile, per prendere le maschere e rimetterle in soffitta, per sciacquarsi con acqua e cenere – gli ingredienti di inizio e fine della Quaresima – tutto il corpo. E splendere appieno una volta sottratto l’inutile.

Il Carnevale nasce come forma di svago, di liberazione dalle imposizioni, di libertà assoluta: “fare carnevale” è fare tutto ciò che nei giorni che non sono carnevale non sempre è possibile fare. Carnevale è, dunque, un passaggio momentaneo, forse necessario, anche salutare: ogni tanto è bene sfiatare le botti, altrimenti rischiano di scoppiare. Quando la vita intera diventa un carnevale, però, rimane traccia di un unico dubbio: che senso ha mettere maschere, sognarsi altrove e diversi, festeggiare a dismisura? Da chi è eternamente distratto, la domanda “Chi sono?” sovente viene accantonata come inutile, forse anche dannosa, certamente fastidiosa. Alla distrazione possibile viene in soccorso la possibilità della Quaresima: attraverso un cammino di spoliazione e di sobrietà, ammaestra l’uomo a fare i conti con se stesso. A dosare le forze, ad amarsi per quello che si è. Pasqua sarà festa, la festa opposta al Carnevale. La festa di chi ha se stesso in proprio potere. Cioè del potente per eccellenza: il potere senza maschera. A portata di mano.

(da Il Mattino di Padova, 15 febbraio 2015)

Tags:
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