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Dite “Amici” ed entrate

© CaioBraga
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L'amicizia è sempre uno scendere nella profondità dell'altro

Nel Signore degli Anelli c’è una scena in cui Gandalf deve decifrare un enigma per entrare nelle miniere di Moria, l’antico regno dei Nani, e la risposta all’enigma è: dite “amici” ed entrate.

Amico è la parola d’ordine segreta che apre la via verso il profondo, verso l’intimità dell’altro, verso il regno splendente nascosto in fondo all’uomo. Solo chi si dichiara “amico” sarà fatto entrare perché chi facesse entrare altri che non sono amici mostrerebbe di aver poca considerazione di sé e del proprio valore. Mi lascerò abitare solo da chi si lascia abitare da me. Mi consegnerò solo a colui che si arrende a me.

La soglia di Moria è tenebrosa, entrare nell’amicizia, nel cuore dell’altro, non vuol dire necessariamente entrare in un luogo di delizie. La Compagnia dell’Anello giunge a Moria credendo di trovare in essa un luogo di riparo e un rifugio e si trovano invece a dover affrontare mille pericoli nell’attraversarla.

Così ciò che distingue l’amicizia non è il fatto che sia in sé piacevole, anzi, a volte non lo è affatto, ma è sempre uno scendere nel profondo, un avanzare dentro l’amico passo dopo passo, uno scendere nelle sue profondità, che a volte sono profondità infernali, insieme. Anzi nel fondo della miniera quasi sempre è nascosto un balrog, un demone infernale, e solo la presenza dell’amico mi darà il coraggio di affrontarlo e scacciarlo.

Per questo l’amico è essenziale, perché senza di lui non inizierei questo cammino dentro di me, è troppo faticoso, troppo oscuro. L’amico è colui che mi permette di conoscermi davvero, colui che apre a me stesso la via delle mie profondità, colui che mi dà il coraggio di riappropiarmi del mio regno perduto.

Come accade a Gimli e Legolas, mentre si addentrano nelle miniere, aprendogli la mia casa interiore e lasciandomi abitare dall’amico, visito io stesso questa casa: dò aria a stanze dove non entravo magari da decenni, scopro corridoi e collegamenti che nemmeno sapevo che esistessero e lui mi mostra bellezze che ignoravo, il suo sguardo amante su di me mi restituisce fiducia in me stesso, la sua presenza mi consente di affrontare nemici che mi avevano sempre terrorizzato.

Essendo penetrato nel mio intimo, l’amico è il solo autorizzato a giudicarmi. Si sente spesso dire che per essere oggettivi bisogna giudicare le cose “da fuori”, cioè senza farsi influenzare da valutazioni personali. In realtà però, tutti noi quando veniamo giudicati vorremmo essere giudicati “da dentro”, cioè a partire dalle nostre motivazioni e dai nostri sentimenti. Solo un amico può giudicarci così, conoscendo pienamente il perché delle nostre scelte e il processo che le ha generate.

Non voglio essere troppo tranciante, ma non credo che sia davvero possibile una vita interiore senza amicizia, perché credo che senza un amico sia impossibile conoscersi davvero. Nel nostro immaginario l’uomo spirituale è il solitario che dedica lunghe ore all’introspezione e alla meditazione e sicuramente queste due dimensioni sono indispensabili a chi voglia crescere interiormente, ma la sapienza della Chiesa ha sempre saputo quanto è difficile inoltrarsi da soli in certe vie e l’eremitaggio è sempre stata una eccezione, mentre i monaci, cioè i pionieri dell’interiorità, si sono generalmente organizzati in cenobi, comunità di amici appunto, che si sostengono a vicenda in questa avventura. Basta leggere anche pochi degli apoftegmi dei padri del deserto per rendersi conto di quanta stima avessero del valore dell’amicizia quelle aquile solitarie dello spirito.

Nell’amore dell’amico capisco di essere amabile io stesso. Proprio perché è libero e gratuito, proprio perché non ho alcun diritto ad esso, il fatto che l’amico mi ami mi dice che c’è in me qualcosa di prezioso e degno di essere amato in sé. Per questo bisogna avere il coraggio di farlo entrare senza riserve nelle proprie profondità, perché solo se si rischia, aprendosi incondizionatamente, si può ricevere la guarigione interiore prodotta dall’amore incondizionato. Per questo si dice che chi trova un amico trova un tesoro, è proprio così: è il tesoro di te stesso, o meglio è te stesso come un tesoro ciò che trovi lasciando entrare l’amico nelle tue profondità.

Naturalmente chi entra nelle profondità dell’altro dovrà farlo con una delicatezza infinita. Dimostrerebbe di non aver compreso quanto è rara e preziosa la fiducia ricevuta colui che si addentrasse nell’intimità di un amico con il passo spavaldo del conquistatore, con l’occhio del padrone, di chi dispone di qualcosa che è suo.

È vero, egli si è donato a me, in un certo modo mi ha autorizzato ad entrare, ma questo non lo rende mia proprietà, anzi, proprio la confidenza che mi è stata data deve riempirmi di timore, nella preoccupazione di ferire colui che con tanta generosità mi ha offerto i suoi tesori più preziosi. “La mia casa è la tua casa”, dicono i sudamericani accogliendo un ospite e lo stesso vale nell’amicizia, ma questo non ci autorizza a sporcare ed invadere la casa che ci accoglie.
Grazie all’amico infine io percepisco la mia vita come storia. Una storia non è un semplice succedersi di eventi, ma è il filo che collega questi eventi tra loro. Senza un amico la vita assomiglia ad un libro le cui pagine siano state strappate e rimescolate a caso, è una vita senza una trama. Aiutandomi a riconciliarmi con il mio passato, rendendomi amabile il presente, l’amico mi proietta verso il futuro, mi permette di guardare avanti con speranza. Accanto all’amico vedo con più lucidità la meta ed ho la consapevolezza che il cammino sarà meno faticoso.

QUI L'ORIGINALE

Tags:
amicizia
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