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5 punti in comune tra papa Francesco e don Milani

AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE
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Le simili esigenze della pastorale della Chiesa in un’epoca di cambiamento

La figura di don Lorenzo Milani (1923-1967), il “Priore di Barbiana”, è senz’altro ricca, ma non ancora definitivamente conosciuta nella sua complessità. Il sacerdote fiorentino “in alcuni casi aveva individuato importanti nodi del trapasso verso la modernizzazione”, e Giuseppe Brienza, nel suo libro “Don Milani e papa Francesco. L'attrazione della testimonianza” (Cantagalli), vuole ripercorrere le sue preoccupazioni pastorali “per mostrarne la ricchezza di prospettiva e l’affinità con alcune accentuazioni di Jorge Mario Bergoglio sacerdote, vescovo e papa”.

Lo afferma nella prefazione al testo il vescovo di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi, riconoscendo che accostare un sacerdote italiano e uno argentino “può sembrare ardito” ma precisando che l'obiettivo non è “'consacrare' l’esperienza del sacerdote fiorentino paragonandola a quella del papa”, né di fare il contrario, ovvero “'confermare' gli atteggiamenti pastorali del pontefice mediante una esperienza di base”.

Per monsignor Crepaldi, l'autore ha voluto cogliere nei due personaggi – “senza metterli sullo stesso piano e contemporaneamente senza distanziarli troppo” – “alcune esigenze della pastorale della Chiesa in un’epoca di cambiamento”, dimostrando che le esigenze del Vangelo si fanno strada in modi diversi ma anche convergenti.

Quali sono, allora, i tratti che accomunano don Milani e papa Francesco, e come li declinavano?

1) La gelida legge del conformismo
Don Milani osservava come molti praticanti avessero “una visione distorta della vita cristiana, tanto da dare più importanza ai riti esteriori come le feste e le processioni piuttosto che ai sacramenti”, ricorda Brienza. Quella che don Milani definisce la “gelida” legge del conformismo, però, non onorava chi la seguiva, né tantomeno chi ci si adeguava.

“Cos’ha di cristiano una fede che osserva il rito (e non tutto) e poi fuori di quello non vuol esser turbata in nulla? Non è questa la fede degli egiziani e dei romani? Fede in Dio senza addentellati in nessun comandamento di vita, ma solo in comandamenti di rito”, scriveva il sacerdote.

Anche Bergoglio, da arcivescovo di Buenos Aires, denunciava lo stesso tipo di conformismo, che rinveniva esattamente come don Milani non solo nella pastorale parrocchiale, ma anche nella scuola, persino quella promossa da istituzioni e congregazioni cattoliche.

“Non c’è nulla di peggio – ha scritto per la Pasqua 2004 – di un’istituzione educativa cristiana che si concepisca in base all’uniformità e al calcolo, come una sorta di 'macchina per fare le salsicce'”.

“La moda è da negarsi del tutto”, aggiungeva don Milani, “e istrumento borghese con fini corrotti”, “e in sé un insulto ai poveri ed è guidata dagli industriali che si moltiplicano i loro guadagni”. L’unico entusiasmo duraturo che può dare un senso alla vita, spiegava Bergoglio, si basa esclusivamente sulla convinzione dell’unicità del messaggio, anche sociale, della Fede cristiana, che oltrepassa tutte le mode illusorie ed uniformanti.

2) Ricristianizzare il popolo di Dio
In questo contesto, don Milani avvertiva come urgente la necessità di “ricristianizzare” il popolo di Dio, constatando che sotto la patina della religiosità tradizionale la cultura religiosa degli adulti era “praticamente nulla”.

Per questo, a suo avviso era necessario che il sacerdote si considerasse non più pastore di un gregge cristiano, ma missionario in terra di infedeli, comportandosi di conseguenza.

Ecco allora introdotto il problema della scuola, per lui inscindibile da quello pastorale: “un parroco […] come padre non può permettere che i suoi figlioli vivano a livelli umani così differenti e che la gran maggioranza viva anzi a un livello umano così inferiore al suo e addirittura non umano. Come evangelizzatore non può restare indifferente di fronte al muro che l’ignoranza civile pone tra la sua predicazione e i poveri”.

Trent'anni dopo, monsignor Bergoglio, nominato da Giovanni Paolo II vescovo a Buenos Aires, sottolineava la necessità di “fondare scuole e seminare negli animi”. “Non ritengo di esagerare se affermo che qualsiasi progetto che non metta l’educazione al primo posto non apporterà veri rinnovamenti”, scriveva.

Lo stretto legame fra l’educazione e la pastorale costituisce per Brienza un punto centrale di comparazione e affinità fra il pensiero di don Milani e il magistero di papa Bergoglio. La “scuola sociale” pensata dall’arcivescovo di Buenos Aires, infatti, risponde per molti versi nella sua ispirazione alla “scuola popolare” inventata da don Milani nel 1947 a San Donato di Calenzano.

3) No a commissistioni Chiesa e politica
Un altro tema che ha accomunato le riflessioni di papa Francesco fin da quando era vescovo e di don Milani è la politica e il rapporto dei credenti con essa. Uno degli obiettivi di buona parte degli interventi pubblici di Bergoglio da arcivescovo di Buenos Aires è stato quello di favorire una rinascita della politica e della vita democratica in Argentina, ma evitando commistioni, clericalismi o coinvolgimento della Chiesa nelle sue gerarchie ed istituzioni nella gestione dei processi politici o del potere. Il suo appello, piuttosto, è sempre stato alla responsabilità per i poveri e per il bene comune a tutte le classi sociali e, in particolare, ai gruppi dirigenti del Paese.

Anche don Milani affrontava l'argomento, ad esempio parlando della clamorosa affermazione del “partito cattolico”, la Democrazia Cristiana, alle elezioni del 18 aprile 1948. A suo avviso, dall'interdipendenza fra la politica e la religione, fra la Chiesa e il potere non derivavano che ostacoli all’attività dell’apostolato, ostacoli che diventavano pressoché insormontabili di fronte ad un legame così stretto del clero italiano con un partito “che osa profanare cosi il nome di cristiano”.

Ciò che lo amareggiava maggiormente era il fatto che per questo partito il prete avesse “ordine” di far votare: sbagliato il motivo e sbagliato il modo. Per don Milani, i “lontani” erano “lontani” perché i preti hanno avevano voluto mischiarsi troppo nelle cose terrene, finendo spesso per perdervi la dignità e la “serenita di giudizio”.

4) Il prete si spogli dei beni materiali superflui
Tutti conoscono il “basso profilo” di papa Francesco e la sua predilezione per la semplicità, a cominciare dal rifiuto di risiedere nel Palazzo Apostolico preferendo vivere nella Casa Santa Marta. Anche don Milani ha fatto propria l'opzione della semplicità, additando nei benefici ecclesiastici la causa principale dell’estraniarsi del povero dalla Chiesa e dello schierarsi del clero contro il povero.

Il sacerdote condannava la figura del prete troppo “disinvolto” nel possesso di quei beni materiali, come l’automobile, che al tempo in cui scriveva apparivano insieme un privilegio e uno schiaffo alla condizione dei poveri e facevano rientrare i preti nella classe di coloro che hanno anche il superfluo, togliendogli così in radice la possibilità di parlare di cose sociali e politiche, per non dire poi della povertà evangelica.

Prima di mettersi in casa degli oggetti, diceva Milani, bisognava “contare accuratamente quante famiglie del nostro popolo hanno o potrebbero avere in casa oggetti di quel valore. E se ci risultasse che c’e anche una sola famiglia che vive senza, non basterebbe questo fatto per rinunciare al 'maggior bene' […] vero: quello di poter parlare sempre dalla cattedra ineccepibile della povertà”.

5) Il sacerdote deve dare l'esempio
L’apostolato di don Milani era fondato su una priorità: alla chiamata della fede, la vocazione del Signore che sta alla porta e bussa, l’uomo risponde “aprendo dal di dentro”, scardinando “dall’interno” l’uscio del proprio cuore, intendendo il cuore alla maniera biblica, cioè la sede dell’intelligenza e della volontà.

Fondamentale era allora l'esempio del sacerdote. “Con le parole alla gente non gli si fa nulla”, scriveva don Milani. “Sul piano divino ci vuole la Grazia e sul piano umano ci vuole l’esempio”.

Dal canto suo, papa Francesco indica la necessità di sacerdoti determinati a compiere sempre scelte libere da “condizionamenti di scuderie, consorterie o egemonie”, uomini “non condizionati dalla paura dal basso, ma pastori dotati di parresia [dal greco “liberta di dire tutto”], capaci di assicurare che nel mondo c’e un sacramento di unità e perciò l’umanità non è destinata allo sbando e allo smarrimento”.

Non sono pochi, dunque, i punti di contatto tra don Milani e papa Francesco. Proprio al pontefice il presidente della Fondazione don Lorenzo Milani, Michele Gesualdi, ha rivolto la richiesta di “esplicitare la decadenza formale del provvedimento del S. Uffizio contro il libro 'Esperienze Pastorali', che nel dicembre 1958 ne ordinò il ritiro dal commercio perché inopportuna la lettura”.

È vero che non sono mai state messe in dubbio o in discussione quelle che erano le sincere “intenzioni” o la buona fede del sacerdote fiorentino, che l’ordine di censura non impediva di leggere il libro (privo di errori dottrinali) e che don Lorenzo è stato ampiamente riabilitato e buona parte del suo messaggio è oggi patrimonio della Chiesa, ma una riabilitazione anche formale dichiarando decaduto quel decreto, ha scritto Gesualdi, “sarebbe per noi che gli abbiamo voluto bene e visto soffrire per le incomprensioni subite motivo di gioia perche sappiamo quale maestro di fede, di morale e di impegno a favore dei poveri e dei piu deboli è stato don Milani”.
 

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