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Un’altra scuola

© Public Domain
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Il faticoso slalom dei genitori per evitare le trappole ideologiche del gender

Se date a una bambina un foglio bianco e un astuccio pieno di colori, lei disegnerà persone, volti, oppure fiori e paesaggi. Le persone avranno occhi, capelli, vestiti dotati di particolari (perché una femmina già a sei anni ha appreso l’arcana verità che gli abiti hanno dei bottoni, e si infilano slacciandoli e poi riallacciandoli, non prendendoli a testate).
Se lo stesso equipaggiamento viene fornito a un bambino, tenderà a disegnare scene di azione, e i personaggi, se ce ne sono, non saranno ritratti con dovizia di particolari – un bambino non si interessa del colore degli occhi del suo eroe -, ma quasi sempre stilizzati e raffigurati solo con quello che serve a rendere lo svolgimento dell’azione.

Lo sostiene Leonard Sax, il medico autore di Why gender matters, uno studio sull’educazione in base al sesso.

Leggendone qualche estratto ho concluso che se mai avessi nutrito qualche dubbio al riguardo, i due esemplari maschio e i due femmina che abbiamo generato sono esattamente modelli tipo (ho scatole piene di disegni con ammazzamenti sanguinolenti e scene da fine di mondo, e poi un altro pacco che è tutto un trionfare di pizzi e languidi occhi blu e signorine con in mano dei fiori e dichiarazioni di amore eterno ad amichette di asilo o baby sitter passeggere di cui s’è persa memoria). I maschi, prosegue il dottore, hanno bisogno di un tono di voce più elevato delle femmine, almeno tre decibel dice lo studio (questo spiega perché la mia frase più ricorrente dopo “spegni quel telefono” è “puoi abbassare per favore?” detta all’indirizzo dei miei tre maschi che tengono tutto a volume 27 – a me già 6 sembra esagerato, quando sono sola la tv sta a 1…).

Ci sono molti, moltissimi studi come quelli del dottor Leonard Sax, per esempio quelli del pedagogista spagnolo Garcìa Hoz, e tantissimi dati scientifici contribuiscono a confermare l’idea che maschi e femmine non solo hanno cervelli profondamente diversi – ci voleva la scienza? -, ma che anche il loro apprendimento procede per vie diverse.
Ci sono scuole che si basano su questa idea di fondo, e il risultato è sorprendente: maschi e femmine se educati separatamente tendono a uscire da certi stereotipi di genere, e a sviluppare autonomamente la propria personalità. Cioè, paradossalmente, “costringendo” i bambini e le bambine a stare insieme sin dagli anni in cui sono completamente disinteressati gli uni agli altri, tenderanno ad affermarsi in opposizione gli uni agli altri (non so voi ma i miei figli alle elementari tendono a parlare con un certo ribrezzo dei compagni dell’altro sesso). E quindi il modo per non cadere negli stereotipi ma per incoraggiare ogni bambino a sviluppare davvero la propria personalità è più utile separare maschi e femmine fino all’adolescenza. Non si tratta solo, e non tanto, di proporre attività o materie diverse, ma di proporle con un diverso metodo, per personalizzare l’apprendimento, mettendo al centro i bambini.

Siccome l’argomento mi sta molto a cuore, sono andata a ficcare il naso nelle scuole che ho saputo applicare questi metodi: a Roma per esempio ci sono la Petranova International per le femmine, e la Iunior International per i maschi, e davvero sono rimasta colpita dalla passione e dalla cura con cui gli insegnanti e i dirigenti tifano per i bambini e i ragazzi, e soprattutto cercano di stringere un’alleanza con i genitori, perché il principio è che la famiglia e la scuola lavorino insieme per lo stesso obiettivo.

Lo ammetto, sarebbe bellissimo pensare che le cose che cerchiamo di insegnare ai nostri figli venissero confermate anche a scuola, e non ci toccasse spiegare perché alcune cose che dicono loro a scuola sono bugie venute dall’ideologia dominante, quindi anticattolica, progressista vagamente di sinistra e politicamente correttissima. Sarebbe riposante pensare che non li porteranno a vedere film figli dell’ideologia lgbt, o che non insegneranno loro come mettere il preservativo a 13 anni. Sarebbe bello essere sempre alleati con gli insegnanti (noi a dire il vero con alcuni siamo stati fortunati, con altri molto meno). Sarebbe bello sapere di poter trovare sempre una porta aperta per parlare con il preside, o addirittura, fantascienza, che fosse lui a venire a chiedere la nostra opinione.

I nostri figli vanno alla scuola pubblica, queste alternative le abbiamo scoperte tardi, e non so neanche se ce le saremmo potute permettere (ci sarebbe un bel capitolo da aprire sulla libertà educativa: quella che viene fornita gratis è una scuola tutt’altro che neutra e non ideologizzata, come se la cultura potesse mai non esserlo), anche se un’altra bella notizia è che lì si aiutano le famiglie che hanno avuto il coraggio di mettere al mondo più di un figlio. Il problema più immediato al momento è che noi abitiamo lontanissimi (a Roma alle 8 di mattina sette chilometri possono diventare un’epopea, un viaggio avventurosissimo da intraprendere col pranzo al sacco, bevande calde e una coperta, nel caso il semaforo fosse rosso), ma da quando ho visto il sorriso della dirigente, la mia amica Annalisa, ho cominciato a valutare l’opzione elicottero…

QUI L’ORIGINALE

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