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Rinunciare alle caramelle gommose? Un buon esercizio per il Paradiso

© Public Domain

Il Timone - pubblicato il 09/02/15

Si può scegliere la povertà? E cosa vuol dire esattamente per un cristiano?

di John Clark

Tra i fraintendimenti spirituali della modernità, uno dei principali riguarda la povertà. In parte è dovuto al fatto che alla povertà sono associati significati differenti. Essa può riferirsi alla mancanza di mezzi per il sostentamento materiale – Benedetto XVI si è riferito a questa come a una «povertà da combattere» – ma la parola povertà può riferirsi anche a una libera decisione, a una povertà volontaria, che come tale è considerata una virtù.

Il cuore della virtù della povertà sta nel distacco dai beni materiali e in questo senso, nell’andare oltre il nostro eccessivo attaccamento alle cose, tutti i cristiani sono chiamati ad esercitarla. 

Ciò ovviamente non significa che non si debbano possedere dei beni. Al contrario, il nostro stato di vita può imporci di possederne. Per esempio, in condizioni normali i genitori non possono fare voto di povertà, perché per loro la proprietà privata è necessaria al mantenimento e alla crescita dei figli. Ma anche in queste condizioni la povertà va in qualche modo esercitata. Povertà intesa come “avere meno bisogno di” più che “possedere meno”. 
La povertà è un nutriente essenziale nella dieta spirituale cristiana. Senza di essa possiamo soccombere alla fame di materialismo e mettere un cuneo tra noi e la vita eterna. 

Ma come sviluppare una capacità di distacco? Come iniziare? La mia è una proposta che può sembrare strana: rinunciare ai marshmallow per il resto della vita.

Scusandomi con i produttori di marshmallow ovunque essi siano, mi spiego. Anche se si tratta di una cosa di scarsa importanza, fa sempre un po’ paura l’idea di rinunciarvi per sempre. Quando rinunciamo a qualcosa, sacrifichiamo un bene sulla Terra perché crediamo in un bene più grande in Cielo. E per andare in Cielo non dobbiamo attaccarci troppo a qualsiasi cosa di terreno. Rinunciare ai marshmallow è un piccolo passo verso questa povertà virtuosa.

Uno potrebbe pensare che rinunciare ai marshmallow per tutta la vita sia senza senso, ma io credo di no. Nel distacco dai marshmallow ciò che è importante non sono i marshmallow in sé quanto il distacco. Un attaccamento disordinato ai beni materiali ci impedisce di entrare in Paradiso, la casa che Dio ha creato per noi. Al contrario, la povertà segna il distacco dai beni materiali e rende la nostra casa celeste più attraente. 

San Francesco d’Assisi lo dice molto chiaramente: 

«La povertà è quella virtù celeste per la quale viene calpestato tutto ciò che è terreno e transitorio; è quella virtù per cui vengono tolti gli impedimenti, affinché lo spirito umano si possa unire liberamente con l’eterno Iddio. Essa fa che l’anima, ancora pellegrina sulla terra, conversi con gli angeli nel cielo e nel momento della morte sciolta da ogni vincolo se ne vada a Cristo». 

La povertà e il distacco indicano il giusto orientamento dello spirito verso la carne.

Il distacco ha i suoi “critici” anche fra i cattolici. L’argomento addotto è che Dio ci ha dato un meraviglioso mondo di cui godere. Da cui la domanda: Dio non vuole quindi che godiamo anche dei marshmallow?

Certo che lo vuole. Voleva anche che godessimo del giardino dell’Eden. Ma l’uomo è caduto e ha iniziato a credere che le realtà terrene fossero le migliori. Non lo sono. Quelle celesti sono le migliori. Ovvero, i marshmallow in Paradiso sono migliori di quelli sulla Terra. E io non sto suggerendo di rinunciare ai marshmallow per sempre: solo per il resto della vita terrena.

Non c’è bisogno che siano marshmallow, si può rinunciare anche ad altro. L’importante è capire che questo gesto così piccolo può fare una grande differenza nella vita spirituale. Il distacco da qualcosa di piccolo e l’attaccamento a qualcosa di ben più grande e meraviglioso.

QUI L’ORIGINALE

Tags:
poverta evangelica
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