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La nullità “gratuita” è davvero una “chance”?

© Mincemeat/SHUTTERSTOCK
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E se invece di essere gratuito il prezzo del processo venisse raddoppiato?

di Andrea Grillo

Anche nel recente discorso rivolto alla Sacra Rota dello scorso 23 gennaio, papa Francesco è tornato su un punto che attraversa il dibattito intersinodale: ossia la modifica delle procedure e delle condizioni del processo canonico di accertamento della nullità del vincolo matrimoniale. Non vi è dubbio circa l’intenzione e la direzione verso cui tendono le parole del papa: egli vuole superare una visione “sofistica” e “giuridicistica” del processo canonico, legata sia a procedure lunghe e imperscrutabili, sia a richieste economiche insostenibili da parte dei battezzati meno facoltosi. Per questo egli esorta i giudici a «non chiudere la salvezza delle persone dentro le strettoie del giuridicismo. La funzione del diritto è orientata alla salus animarum a condizione che, evitando sofismi lontani dalla carne viva delle persone in difficoltà, aiuti a stabilire la verità nel momento consensuale: se cioè fu fedele a Cristo o alla mendace mentalità mondana».

Una soluzione discutibile
In ogni caso, occorre domandarsi se l’istituto della dichiarazione di nullità del vincolo in quanto tale, per come è nato e si è sviluppato, possa davvero sopportare una rilettura come quella proposta da papa Francesco. In altri termini, la questione che negli ultimi decenni si è aperta non è tanto quella dell’uso del processo, ma del suo abuso. E non si può negare che l’abuso non dipenda né dalla procedura troppo complessa, né dall’eccessiva onerosità. L’abuso è costituito dal fatto che questo procedimento eccezionale ha assunto, negli ultimi decenni, un ruolo sempre maggiore nel “venire incontro” alle esperienze di fallimento. Ma proprio qui sta il punto. Il percorso del sinodo, finora, ha mostrato con lucidità l’esigenza che la Chiesa sente di dover “andare incontro” alle famiglie ferite. Per farlo, essa deve leggere con grande profondità la ricchezza della propria tradizione, evitando di cadere in una lettura esclusivamente “contrattuale” del matrimonio e lasciando maggiore spazio ad una lettura pastorale e sacramentale. Ma una riforma del processo canonico nei termini configurati, da sola non è in grado di provvedere a ciò di cui la Chiesa e le famiglie hanno oggi bisogno. Noi dobbiamo darci degli strumenti giuridici diversi, per leggere in modo onesto e corretto le “storie di vita” delle famiglie infelici. Non potremmo sopportare, in nessun modo, di limitarci a costruire finzioni giuridiche ancora più grandi di quelle che ora già viviamo con sofferenza, se non vogliamo indossare definitivamente panni clericali. Perché, se domani avessimo una Rota Romana, gratuita e rapida, che possa “riconoscere nulli” i matrimoni con maggiore facilità, avremo sicuramente uno strumento per “riabilitare i soggetti”, ma sarebbe un mezzo del tutto inadeguato per leggere onestamente i vissuti dei soggetti stessi.

Il matrimonio, secondo la recente disciplina prevalente, può solo esserci fin dall’origine, e in tal caso è necessariamente “per sempre”, oppure, se incontra difficoltà, deve essere considerato inesistente ab initio, “da sempre”. Questo modo di ragionare, che per ora è comunque marginale, se diventasse strutturale grazie alle liberalizzazioni ipotizzate, costringerebbe tutti ad una profonda distorsione dello sguardo e dell’esperienza. Sarebbe una sorta di alleanza tra massimalismo e opportunismo. Forse, la provocazione di papa Francesco ha soltanto il senso di stimolare la discussione e la riflessione ecclesiale. Forse, nello stesso senso, e con ancor maggior vigore, una provocazione analoga potrebbe essere questa: perché mai, per incentivare una seria riflessione ecclesiale, non si propone di “raddoppiare” il prezzo del processo di nullità? Forse solo così potremmo dotare la Chiesa di uno strumento di gestione dei “fallimenti” che non costringa tutti a retrodatare le questioni. Cosa che, invece, un’improvvisa gratuità potrebbe irreparabilmente incentivare.

Il fine e i mezzi
Su questo punto, io credo, occorre controllare adeguatamente la relazione tra il fine da perseguire e il mezzo per conseguirlo. Il “mezzo” della dichiarazione di nullità è tradizionale, ma risulta molto rischioso, se incentivato e liberalizzato: rischia di produrre un effetto incontrollabile e anche un esito di “divorzio” inconfessato. Una seria considerazione dei “fallimenti” richiede una comprensione nuova e profonda delle forme di vita e delle coscienze dei soggetti, che non può essere assicurata da uno strumento come la “dichiarazione di nullità”. Solo con una diversa impostazione potremo salvaguardare l’indissolubilità del vincolo insieme alla libertà dei soggetti. Dopo Dignitatis humanae il sacramento del matrimonio non può più essere compreso da categorie premoderne, che vengono da un mondo che non c’è più. Costruire la “comunione coniugale” non solo è dono di Dio, ma anche compito dell’uomo e della donna. Quando essi scoprono amaramente di non essere all’altezza del compito che hanno assunto, è vana ogni pura resistenza giuridica o ontologica.

Non vale né un “dovere” né un “essere” contro una coscienza costretta a dover riconoscere la fine del proprio vincolo coniugale. Ogni forma di forzata “retrodatazione” della crisi è un modo di negare che il matrimonio valido possa entrare in crisi. Questa, tuttavia, risulterebbe una finzione priva di ogni veridicità. Non si aiutano le famiglie ferite negando le crisi che hanno vissuto e riducendole ad un “vizio del consenso” originario. Una Chiesa “in uscita” non può farsi rassicurare da logiche formalistiche, ma deve affrontare con coraggio l’impatto duro tra libertà e comunione. Nel mondo contemporaneo ogni tentativo di salvare la comunione aggirando la libertà di coscienza è destinato a creare problemi più gravi di quelli che intende risolvere. Per questo, pur acquisendo come una positiva provocazione la richiesta di “gratuità” che papa Francesco ha rivendicato per il processo canonico, io direi che, per ottenere una vera conversione ecclesiale di fronte alle famiglie allargate, occorrerebbe invertire la provocazione, per porre un freno al fenomeno dell’uso distorto di istituti classici. Direi pertanto: processo non gratuito, ma a prezzo raddoppiato! Solo così potremo ridimensionarne le pretese e intraprendere percorsi realmente alternativi, più fedeli alla realtà storica e irreversibile dei soggetti e più rispettosi del cammino di gioie e di dolori delle famiglie ferite. 

[Tratto da “Settimana” n. 6 dell'8 febbraio 2015]

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