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​La prima volta di un Papa al Congresso degli Stati Uniti

© Lawrence Jackson
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Grande attesa per la visita di papa Francesco che si recherà a Washington, New York e Filadelfia

La notizia è ufficiale – papa Francesco parlerà al Congresso degli Stati Uniti il prossimo 24 settembre – ed è storica, perché prima di lui nessun pontefice ha mai parlato a un'assemblea congiunta di deputati e senatori americani.

Bergoglio ha accettato l’invito formale arrivatogli a marzo scorso, dopo la visita del presidente Obama in Vaticano, da parte dei leader della maggioranza repubblicana della Camera, John Boehner, e della minoranza democratica, l’italoamericana Nancy Pelosi, entrambi cattolici.

E’ stato proprio John Boehner a dare l’annuncio: “Siamo commossi che abbia accettato – ha detto lo speaker della Camera -. In un momento di sconvolgimento globale, il messaggio di compassione e della dignità umana del Santo Padre ha commosso persone di tutte le fedi e origini. I suoi insegnamenti, le preghiere e il grande esempio ci riportano alle benedizioni di cose semplici e dei nostri obblighi reciproci”.

Washington sarà la prima tappa del viaggio che porterà il pontefice a Filadelfia per il congresso mondiale delle famiglie: prevista anche la visita a New York con un discorso al Palazzo di vetro dell’Onu e l’omaggio alle vittime di Ground Zero.

All’Assemblea delle Nazioni Unite si sono già rivolti di persona 3 pontefici: Paolo VI nel 1964, Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995 e Benedetto XVI nel 2008.

Un discorso al Congresso degli States rappresenta invece, fino ad oggi, un unicum. Come è stato ricordato, in precedenza, le visite di un Papa a un Parlamento sono state solo tre e tutte motivate con ragioni “di patria”: Wojtyla parlò al Parlamento polacco nel 1999 e al Parlamento italiano nel 2002 (Italia come sua “nuova Patria”), Ratzinger a quello tedesco nel 2011 (Corriere della Sera, 6 febbraio). Anche John Boehner nel formulare l’invito al Papa argentino lo ha motivato in quanto “primo Papa delle Americhe”.

In ogni caso, negli Stati Uniti, dove la maggior parte dei cattolici è latinoamericana proprio come il papa, c’è molta attenzione per Bergoglio. Per prima cosa per il ruolo fondamentale che sta giocando per la pace nel mondo, a cominciare dal “cortile di casa” degli Stati Uniti con l’annuncio – il 20 gennaio scorso – del disgelo delle relazioni Usa-Cuba e l’imminente fine dell’embargo, vicenda nella quale è stata determinante la mediazione del Vaticano e di Francesco, riconosciuta esplicitamente da entrambi i leader Obama e Raul Castro.

Ma papa Francesco piace molto anche agli ambientalisti: prima dell’incontro tra Obama e Francesco in Vaticano, una petizione sul sito “We the People” della Casa Bianca chiedeva che i due leader parlassero della protezione del Creato e dei progressi nella salvaguardia dell’ambiente affinché questo diventi un tema centrale dell’azione politica. Molta attesa crea, inoltre, l’enciclica sul tema annunciata da papa Francesco e che dovrebbe essere pubblicata a giugno prima della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, “ultima chance” secondo molti esperti per un’inversione di rotta in tema di inquinamento del pianeta.

Forse provocano reazioni più discordanti gli appelli del pontefice per un’economia meno rapace e capace di avere al centro la persona e l’invito all’accoglienza fraterna dei migranti.

Il vescovo texano di El Paso, monsignor Mark Joseph Seitz, insieme a quelli messicani di Ciudad, monsignor  Juárez Renato Ascensio, e de Las Cruces, monsignor  Óscar Cantú, hanno recapitato un invito speciale a Francesco perché in occasione del suo viaggio negli Stati Uniti si rechi alla frontiera con il Messico dove tanti migranti latinoamericani tentano la sorte per cercare lavoro e fortuna oltre confine, trovandovi spesso la morte (Famiglia cristiana 26 novembre 2014). L’hanno definita “l’altra Lampedusa”, dove ogni anno passano illegalmente 400 mila immigrati secondo le ong, 150 mila per il Governo messicano.

Dai dettagli del viaggio finora emersi sembra escluso che Bergoglio abbia la possibilità di accettare l’invito, ma di certo non mancherà di farvi attenzione. Come ha sottolineato nel discorso al Parlamento europeo il 25 novembre 2014,  alla questione migratoria si potrà far fronte efficacemente solo se “si saprà adottare politiche corrette, coraggiose e concrete che aiutino i Paesi di origine dei migranti nello sviluppo socio-politico e nel superamento dei conflitti interni, invece delle politiche di interesse che aumentano e alimentano tali conflitti. È necessario agire sulle cause e non solo sugli effetti.

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