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Perché prima della Comunione diciamo «Non sono degno...»?

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Toscana Oggi - pubblicato il 04/02/15

Perché quelle parole del centurione romano di Cafarnao?

Domando il motivo storico e liturgico perché alla Messa, prima  di accostarci a prendere l’eucarestia diciamo: «Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato».
Fernando Berti

Risponde don Roberto Gulino, docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

La formula citata dal nostro amico lettore fa parte dei riti di comunione della celebrazione eucaristica e costituisce la preparazione ultima prima di ricevere sacramentalmente il corpo ed il sangue di Cristo nella Messa.

Il contesto è chiaro per tutti: subito dopo la preghiera eucaristica, con la presenza di Gesù sull’altare, ci rivolgiamo insieme a Dio chiamandolo Padre; poi riceviamo e ci scambiamo il dono della pace, primo dono del Risorto; dopo avviene la frazione del pane eucaristico accompagnata dal canto dell’Agnello di Dio; infine arriviamo alle parole, recitate prima dal solo sacerdote poi insieme con i fedeli, durante l’ostensione dell’ostia consacrata spezzata: «Beati gli invitati alla cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo. – O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato».

L’Ordinamento Generale del Messale Romano, parlando dei riti di comunione, al numero 84 indica il senso preciso di queste parole «…il sacerdote mostra ai fedeli il pane eucaristico… li invita al banchetto di Cristo… insieme con loro esprime sentimenti di umiltà, servendosi delle prescritte parole evangeliche».

La Chiesa ha scelto, come ultimo momento in preparazione al ricevimento dell’eucaristia, di riprendere le parole del centurione romano di Cafarnao quando chiese a Gesù di guarire il suo servo fedele, purtroppo paralizzato e molto sofferente: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8).




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L’atteggiamento di estrema umiltà e di profonda fiducia che caratterizzò la domanda di questo ufficiale pagano nel richiedere l’intervento salvifico di Cristo nella sua casa – una vera e propria professione di fede – vuole e deve essere l’atteggiamento di tutti noi, sacerdoti e fedeli (queste parole sono da dirsi insieme!) nel momento in cui stiamo per ricevere il Signore nel nostro cuore. Di sicuro nessuno di noi è «degno» di Gesù, della sua presenza e del suo amore, ma sappiamo nella fede che ci basta anche solo un suo cenno, una parola, un solo sguardo ed Egli ci può salvare.

Formule simili, immediatamente prima della comunione, appaiono già dal X secolo; gradualmente si afferma, dall’XI secolo in poi – anche se con diverse varianti – la preghiera del centurione romano, solitamente recitata tre volte. Dopo la riforma liturgica, il Messale di Paolo VI del 1970 ha conservato queste parole, ma pronunciandole una sola volta ed omettendo la percussione del petto ed il segno di croce con l’ostia, gesti usati sicuramente dal XV secolo.

Ancora oggi, dopo tantissimo tempo, tutti noi ci affidiamo alle parole evangeliche di quest’uomo per rinnovare il nostro atteggiamento di umiltà e di fiducia sperando di poter ottenere, come lui, il miracolo della salvezza.

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