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Mons. Romero, martire di una Chiesa povera per i poveri

© Jose CABEZAS / AFP
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Paglia: “c’è stato chi era decisamente contro la beatificazione ma la verità ha avuto la sua vittoria”

La data non si sa ancora, ma è certo il luogo: mons. Oscar Arnulfo Romero sarà beatificato a San Salvador, tra la gente che ha difeso dall’ingiustizia e dalla violenza e per cui ha dato la vita. Il postulatore della causa di beatificazione e presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, mons. Vincenzo Paglia, ha affermato in conferenza stampa che avverrà sicuramente entro il 2015 e il prima possibile, in relazione agli impegni della Chiesa locale. Il segretario personale di mons. Romero e curatore della fase diocesana del processo di beatificazione, mons. Jesus Delgado, azzarda un periodo compreso tra il 24 marzo prossimo, data nella quale si ricorda l’assassinio del vescovo martire di San Salvador nel 1980 e il 15 agosto, giorno della sua nascita e festa dell’Assunzione. “E’ probabile – afferma – che avvenga in una festa mariana”.
 
Mons. Paglia coltiva il desiderio che la festa liturgica di Romero, il giorno da indicare per la venerazione di tutta la Chiesa Cattolica, possa coincidere proprio con il 24 marzo. D’altra parte il 24 marzo è già diventato, per decisione della Conferenza episcopale italiana, “Giornata di preghiera per i missionari martiri” e le Nazioni Unite hanno proclamato quel giorno “International day to the Truth Concerning Gross Human Rights and for the dignity of victims” (Giornata internazionale per la verità sui diritti umani e la dignità delle vittime".
 
“Romero – afferma – diviene come il primo della lunga schiera di martiri contemporanei”. Non per niente il riconoscimento del martirio per figure come padre Massimiliano Kolbe, don Pino Puglisi e lo stesso Romero ha influito “sul concetto stesso di martirio in odium fidei, che non è più solo quello inflitto dal non credente o dal seguace di un’altra religione in odio alla fede cattolica, ma anche quello inflitto da un credente in odio alle ragioni della giustizia o della pace”.
 
UNA CAUSA LUNGA 18 ANNI
 
Sulle ragioni che hanno allungato per 18 anni l’iter di beatificazione di una figura immediatamente santa nella considerazione della sua gente e di molti nel mondo, Paglia risponde che “occorreva trovare risposte ‘robuste’ per chi avanzava riserve e opposizioni di varia natura. A quei tempi arrivavano in Vaticano ‘chili’ di documenti che accusavano Romero di non avere sicura dottrina, di essere un seguace della teologia della liberazione – “sì, rispondeva lo stesso Romero, ma quella di Paolo VI” – di avere squilibri caratteriali”. “E’ chiaro – afferma Paglia rispondendo alle domande sui nomi degli oppositori comparsi oggi sui media tra cui il cardinale colombiano Lopez Trujillo che riteneva Romero ‘troppo marxisteggiante’ – che c’è stato chi era decisamente contro, in buona o cattiva fede, ma la verità ha avuto la sua vittoria”.
 
GIOVANNI PAOLO II E BENEDETTO XVI
 
Tra quelli “contro” non c’era, secondo il postulatore, Giovanni Paolo II: “è vero che nel primo incontro che ebbe con Romero, ci furono delle incomprensioni, proprio a causa delle informazioni in senso univoco che arrivavano a Roma. Più tardi, però, il papa capì e quando andò in Salvador, contro il parere delle autorità, volle recarsi in cattedrale per pregare sulla sua tomba. Dovette aspettare 10 minuti perché la cattedrale era chiusa. A me ha detto più volte: ‘Romero è della Chiesa’”.
 
Ed è stato Benedetto XVI, poco più di un mese prima della sua rinuncia, a “sbloccare” la situazione della causa di beatificazione che era ferma presso la Congregazione per la dottrina della fede a causa delle contestazioni sulla “sana dottrina” di Romero: “era arrivato il momento che passasse alla Congregazione per le cause dei santi dove poi ha concluso il suo iter ottenendo l’unanimità dei pareri sia della commissione cardinalizia che della commissione dei teologi che ha confermato il martirio in odium fidei”.
 
Nel lungo itinerario che ha portato il 2 febbraio 2015 al decreto che apre alla beatificazione di Romero, Paglia vede una volontà provvidenziale: “non è senza significato che la sua beatificazione avvenga proprio mentre sulla cattedra di Pietro vi è, per la prima volta nella storia, un papa latinoamericano che vuole una Chiesa povera per i poveri”. Con l’apertura della causa di beatificazione del gesuita Rutilio Grande, grande amico di Romero e vittima anch’egli degli squadroni della morte, “si allarga lo sguardo sui martiri dell’America latina, un continente segnato da tante convulsioni, ma il primo ad accogliere con pienezza il Concilio Vaticano II”.
 
L’ARCIVESCOVO SAPEVA DI DOVER MORIRE
 
L’assassinio di Romero, spiega lo storico Roberto Morozzo della Rocca, deve essere inteso proprio nel contesto della persecuzione di una chiesa, quella salvadoregna che “in coerenza con il Concilio Vaticano II e i documenti di Puebla si occupava delle enormi masse dei poveri del paese. La classe oligarchica scambiava la sensibilità sociale dei cattolici per comunismo. Anche la crescita di una guerriglia di tipo castrista veniva imputata alla chiesa perché tra le sue fila c’erano molti cattolici ma in realtà, all’epoca, nel paese erano tutti di tradizione cattolica”. Romero era critico verso i guerriglieri e “chiedeva ai ricchi di compartir, di condividere le ricchezze anche per evitare la rivolta sociale. Chiedeva giustizia in nome del Vangelo”. L’arcivescovo sapeva di dover morire, “confidava che non sapeva se lo avrebbe ucciso l’estrema destra o l’estrema sinistra”, ma nonostante la paura era fedele al suo mandato “era un pastore e il buon pastore non abbandona le sue pecore, tanto più quando sono nel pericolo”. Non pensava però ad una “morte eroica che facesse la storia” ma pensava alla sua morte secondo la tradizione della Chiesa, per la quale, conclude Morozzo della Rocca “il martire non è una bandiera contro, non è un atto d’accusa verso il persecutore, ma un testimone della fede”. 
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