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“Uccideteli ovunque li incontrate”: cosa dicono i versetti dello scandalo nel Corano?

© ASHRAF SHAZLY / AFP
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Il Corano spinge i musulmani alla violenza?

di Ömer Özsoy*

Il Corano è stato rivelato in un periodo di più di ventidue anni – a pezzi e in relazione ai più diversi avvenimenti o alle più diverse circostanze del periodo della rivelazione (610-632). Per questo vi troviamo tracce di quasi tutti gli avvenimenti di quel tempo: degli aspetti della vita quotidiana e rituale, dei rapporti pacifici o bellici, del diritto e della religione. Si occupa di questi temi non in maniera astratta, ma in contesti specifici e sempre in trasformazione, in base a casi precedenti. Lo stesso succede in relazione al tema “libertà religiosa e violenza”.

Lo vorrei mostrare sulla base di due versetti del Corano altamente contraddittori. Entrambi oggi vengono letti frequentemente in maniera diversa rispetto a quanto corrisponde alla loro intenzione originaria. Questo riguarda da un lato il famoso versetto della tolleranza nella Sura 109 – originariamente un invito all'allontanamento dai politeisti -, e dall'altro i cosiddetti versetti dello scandalo nella Sura 2, 191-193, che in origine contengono aspetti di libertà religiosa. Nel famoso brano del versetto della tolleranza nella Sura 9, 6, si dice: “Voi avete la vostra religione, e io ho la mia religione”. Questo versetto viene spesso citato, dove l'islam deve essere presentato come una religione tollerante. Anche in molte prediche nelle moschee o in discorsi televisivi nel mondo islamico questo versetto viene presentato come la prova più chiara del fatto l'islam è la religione che per prima ha insegnato libertà religiosa e tolleranza. Questo approccio si fa accogliere nel complesso come conforme al Corano.

Ciò che appare tollerante, non lo è
Un'osservazione più attenta del versetto mostra però che in esso deve essere letto non un invito alla tolleranza, ma un invito ad una resistenza ostinata contro i nemici.

Considerata storicamente, la dichiarazione “Voi avete la vostra religione, e io ho la mia religione” non è un ordine alla tolleranza. Il versetto è da leggere piuttosto nel senso dell'organizzazione di un contrasto: si tratta di una resistenza senza compromessi contro i pagani della Mecca, come anche testimoniano i primi commentatori del Corano. Questa Sura, sia secondo la tradizione islamica, sia anche secondo la ricerca coranica occidentale sulla cronologia del Corano, rientra tra i primissimi brani della manifestazione coranica. Deriva dai tempi in cui i musulmani dovettero sopportare i più duri tormenti e le più forti repressioni. Erano anni nei quali era assolutamente possibile che alcune delle giovani comunità islamiche sotto continua e violenta oppressione si dessero per vinte o addirittura fossero uccise. Alla comunità veniva quindi ordinato di cercare conforto, in ogni caso veniva però assolutamente ricordato loro il loro compito sulla terra. In un contesto storico quindi, nel quale i musulmani non erano dominatori ma oppressi, non avrebbero potuto essere soggetti della tolleranza nei confronti dei non-credenti dominanti, ma solo oggetti della tolleranza dei connazionali pagani. Di quella tolleranza però non c'era traccia, dato che il Profeta come guida ed esempio della comunità veniva invitato ad esigere in maniera radicale la libertà religiosa per la sua comunità: “In nome di Dio compassionevole e misericordioso, parla: O voi non-credenti! Io non adoro ciò che voi adorate, e voi non adorate ciò che io adoro. (…) Voi avete la vostra religione, e io ho la mia religione” (Sura 109). È interessante notare come vada perso uno degli aspetti più importanti relativi alla libertà religiosa del Corano tramite una interpretazione eccessiva di questo brano per amore della tolleranza: e cioè l'invito ad opporre resistenza contro l'oppressione e ad insistere sulla libertà di fede.

Ciò che appare brutale non lo è
Se si osserva più da vicino il Corano da un punto di vista storico, si può stabilire che in determinati punti del Corano, che a causa del loro contenuto bellicistico vengono preferibilmente ignorati da molti musulmani moderni, sta invece proprio l'atteggiamento di libertà nei confronti della differenza di fede e di opinione. Tra questi punti del Corano si annoverano soprattutto i cosiddetti versetti dello scandalo, che sono stati inviati negli ultimi anni della manifestazione a Medina. Nella Sura 2, 191- 193 si dice: “E uccideteli (indica gli oppositori pagani) su qualsiasi campo di battaglia li incontrate, e scacciateli da dove (cioè dalla Mecca) essi hanno scacciato voi! Infatti l'oppressione (fitna) è peggiore dell'uccisione. Però non combattete presso il luogo santo del culto (presso la Kasba) contro di loro, fintanto che essi non combattono là contro di voi! Ma se essi combattono là contro di voi, allora combattete contro di loro! Di modo che questa sia la lode degli ingrati. Se però smettono (di fare guerra), Dio è misericordioso e pronto a perdonare. E lottate contro di loro finché non c'è più oppressione e fino a che il giudizio (non appartenga a nessun uomo, ma) appartenga solo a Dio! Se però essi smettono (l'oppressione), non ci deve essere nessuna trasgressione, tranne che per i violenti”.

La parola chiave di questo brano è fitna: “E combatteteli fino a che non c'è più alcuna fitna”. La parola significa originariamente “oppressione, “tortura” e “prova”. Il filologo e studioso di islam Rudi Paret la interpreta come “seduzione” e la intende come un “tentativo di sedurre i credenti all'apostasia dall'islam”. In molti commenti del Corano fitna viene intesa come “agitazione” o “rivolta” e interpretata come “miscredenza”, “idolatria” ed “eresia”. L'affermazione che si riferiva originariamente all'oppressione dei musulmani in posizione di debolezza da parte dei pagani della Mecca dominanti ricevette successivamente un significato con il quale si poteva giustificare il fatto di opprimere o perseguitare i non musulmani o i musulmani che la pensavano diversamente, considerandoli “sobillatori”. Infatti proprio questo testo è soggetto per questo motivo ad ampie interpretazioni eccessive: “Lottate contro di loro finché più nessuno provochi disordine”, “… finché nessuno è più miscredente”, “… finché nessuno più pensi diversamente”, ecc.

L'obiettivo è la libertà di opinione
Il versetto originariamente non parla di un contrasto con coloro che non credono o che credono diversamente, ma dei contrasti bellici di quel periodo con gli abitanti pagani della Mecca che esercitavano violenza contro i musulmani allora deboli per convincerli ad abbandonare la loro fede. Visto in questo modo, in queste affermazioni coraniche si tratta solo di difendersi contro la persecuzione. L'oppressione è perciò, secondo la visione del mondo del Corano, anche un motivo che legittima la guerra, o addirittura la trasforma in un dovere: “L'oppressione è peggio dell'uccisione”. Da non dimenticare: dal punto di vista storico, gli oppressi erano in questo caso i primi musulmani.

Da questo brano si può trarre però un principio generale – e in questo caso non importa chi sono gli oppressi e a che cosa credono. Questo principio generale lo si può scoprire anche sulla base di altri brani del Corano. Comincio con la Sura 42,42: “Procedere si può solo contro coloro che violano (commettono un sacrilegio contro) gli uomini e (ovunque) nel paese compiono atti di violenza ingiustificatamente. Essi hanno (in futuro) da aspettarsi una punizione dolorosa”.

Analogamente la Sura 4,75 afferma: “Perché non volete lottare per amore di Dio e degli oppressi, quegli uomini, donne e bambini che dicono: Signore! Portaci fuori da questa città, i cui abitanti sono sacrileghi, e procuraci tu un amico ed un soccorritore?” E poi c'è anche la Sura 22,39, che dice: “A coloro che vengono avversati è stato concesso il permesso (di lottare), perché a loro (in precedenza) era stato fatto torto – Dio ha il potere di aiutarli”. L'obiettivo della lotta deve essere secondo il Corano l'assoluta libertà di opinione, non l'obbligo di accogliere l'islam. La Sura 10,99 dice: “E se il tuo Signore avesse voluto, tutti coloro che sono sulla terra sarebbero diventati credenti. Ora tu vuoi costringere le persone a credere?”

Una cosa simile la troviamo nella Sura 18,29: “E dì: è la verità che viene dal vostro Signore. Ora, chi vuole, possa credere e chi vuole, possa non credere!”Da quanto esposto dovrebbe essere chiaro che il Corano non esige dai musulmani alcuna azione missionaria nel senso di esercitare imposizioni obbligatorie di qualsiasi tipo, tanto meno esige la guerra in nome della fede. Infatti il Corano non esprime in fondo nessuna pretesa di assolutezza per l'islam. Piuttosto critica – Sura 2,111 – gli ebrei e i cristiani del tempo per il loro atteggiamento monopolistico: “Dicono: 'Solo ebrei e cristiani possono entrare nel giardino del paradiso'. Questi sono però solo i loro desideri…”.

[In “www.publik-forum.de” del 30 gennaio 2015 (traduzione: http://www.finesettimana.org)]

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*Ömer Özsoy è nato in Turchia nel 1963, insegna Esegesi coranica alla Goethe-Universität a Francoforte sul Meno. Ha studiato ad Ankara Teologia e filosofia islamica ed è diventato docente e poi professore in quella città. Dal 2006 al 2012 ha occupato a Francoforte la cattedra “Stiftungprofessur für islamische Religion". Dal 2012 è professore di Esegesi coranica.

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