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Sono sicura che Gesù capisce il mio dolore per un figlio non nato

Renan Marks / Flickr / CC
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Per la festa della Candelora non ho nessuna voglia di andare alla Messa solenne. Mi sceglierò una Chiesetta nascosta...

Oggi è la festa della Presentazione di Gesù al tempio, la Candelora, ed io come da un po’ di anni a questa parte non ho nessuna voglia di andare alla Messa solenne. Mi sceglierò una Chiesetta nascosta, con una cerimonia semplice, dove nessuna donna in attesa o madre gioiosa voglia portare i propri pargoletti per la benedizione di rito. La mia carne si ribella a tanta festante umanità ed il Dio in cui credo che si è fatto carne, corpo e sangue, mi nutrirà nel nascondimento di una Messa di tutti i giorni.

Sono sicura che Gesù capisce il mio dolore. E non solo perché è l’Onnipotente e l’Onnisciente, ma perché ha avuto una nonna, Anna, che ha aspettato per anni una figlia (e che figlia!) e una cugina, Elisabetta, il cui figlio è arrivato fuori tempo massimo, nella tacita incredulità del marito.

E dire che un figlio l’ho avuto anche io, dieci settimane di vita, un pallino pulsante per i miei occhi, prima ed ultima fotografia di un compleanno mai stato.

So che ci sono delle mamme e dei papà che sentono fortemente la presenza dei propri bambini non nati, come nel racconto di Giovannino Guareschi (Ci) scritto negli anni di prigionia in un lager nazista.

E Ci – non nato – visse. E fu sempre con suo padre, e anche ora è qui con lui, e nessuno lo sa. Il tempo passa per gli altri suoi figli, ed essi invecchiano minuto per minuto: ma per Ci il tempo non esiste, ed egli eterna la sua giovinezza. Ha tre figli: due sono il legame fra lui e la vita; Ci è il legame fra lui e la morte. Due gli fanno dolce la vita; Ci gli fa dolce la morte.

Meraviglia! Non è così per me, io non mi sento così. Ma una delle novità più grandi che ho scoperto dal mio padre spiritale è che non ci dobbiamo fidare di quello che sentiamo, che il sentire, l’emozione, il fremito non sono l’unica chiave di lettura delle cose, inevitabilmente passano.

Questo bambino, dunque, non lo sento, ma so quanto l’esperienza della sua perdita mi abbia colpito profondamente. Le lacrime delle prime gocce di sangue, anticamera dell’abbandono di quel pezzo di carne che ero io e non ero io, le gambe tremanti, e non in senso metaforico, ogni volta che salivo su una sedia da ginecologo. Scoprire che non si è immuni al dolore e che anche se lo si conosce, ci sono momenti in cui non gli si può più sfuggire e l’unica cosa da fare è aprire le braccia ed offrire.

E tutto questo soffrire, offrire, soffrire ed offrire, all’interno dell’amore per il mio sposo, ha fatto sì che prendessi profondamente possesso della mia femminilità, nel cuore della mia femminilità, in quel ventre ferito, veramente tagliato, che accoglie in potenza la vita. Quanta inconsapevolezza in tanti rapporti d’amore non vissuti in pienezza. Quanta bellezza nell’amore anche fisico tra due sposi.

Ebbene non sento quel figlio non nato, ma ci sono persone in carne ed ossa nella mia quotidianità per le quali so di essere madre di gesti, attenzioni, ascolto, parole. Quanto possiamo essere padri e madri in quel corpo di Cristo che è la Chiesa, in cui siamo tralci tagliati, ma per portare frutto. Ed il frutto è il figlio della pianta, mi sembra. Chiedo al Signore questa pienezza di maternità, così come lui con la consacrazione la dona ai suoi sacerdoti e alle sue suore.

Così nella festa della Candelora, la festa della Luce di Cristo che illumina le genti, chiederò per loro le benedizioni di Dio Padre, ringraziando di avere un padre non biologico che le chiede per me ogni giorno.

QUI L'ORIGINALE

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