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L’adolescenza: età incerta, non malattia

© James Stewart
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L’apatia del desiderio sono i reali nemici da scongiurare in un adolescente. Genitori e insegnanti aiutateli a superare la paura del vivere!

di Sabrina Corsello
 
“L’adolescenza non più come età critica da risolvere, ma come una fase del ciclo vitale da riscoprire e da valorizzare per il suo alto potenziale creativo” così ce ne parla nel suo L’età incerta Silvia Vegetti Finzi, secondo la quale gli adolescenti, troppo spesso, sono giudicati piuttosto che compresi. Il discorso educativo su questo tema andrebbe dunque rivolto prioritariamente agli adulti, nel loro ruolo di genitori e di insegnanti, prima ancora che ai figli e agli allievi.

Mai come in questi anni gli adolescenti sono privi di modelli, di punti di riferimento. Non ci sono più né santi, né eroi, ma loro per crescere hanno bisogno di modelli, di testimonianze. Il compito delle famiglie è di dare testimonianza di ciò che per loro conta. Io credo che un figlio adolescente sia un’ottima occasione anche per gli stessi genitori che, attraverso i loro figli, possono trovare l’opportunità di chiedersi cosa vogliono e in quali valori ancora credono.” Queste le parole della nota psicologa che incontriamo a Palermo, in occasione di una sua conferenza nell’ambito del Master formativo “Educare oggi. Famiglia, scuola e società”.

Contro una società in cui tutto sembra a disposizione, senza ostacoli e divieti, la Vegettirivendica la necessità di limiti ben precisi, atti ad imporre impossibilità esterne,capaci di funzionare come ammortizzatori di quelle ineludibili impossibilità interne, con cui ogni adolescente si trova a dover fare i conti. Infatti è proprio la richiesta pressante di prestazioni precoci e premature a generare ansia e la conseguente fuga dalla realtà, propria dei giovani di oggi. Questi, ben diversamente, andrebbero protetti interponendo fra loro e la realtà quei divieti necessari, atti a differire il confronto con esperienze premature e non desiderate. Non è un caso che la permissività familiare e sociale abbia determinato, negli ultimi anni, il ridimensionamento della sessualità piuttosto che la sua enfasi, al punto che “l’esperienza sessuale appare come un’esperienza sempre più ritardata, quasi temuta.”

D’altro canto la scuola non sempre riesce a comprendere e a sostenere i ragazzi in questa loro delicata fase. Infatti la maggior parte degli insegnanti ritiene di doversi limitare a istruire, rivolgendosi esclusivamente alla capacità di apprendimento dell’allievo e coinvolgendolo prevalentemente, se non esclusivamente, nelle sue funzioni cognitive, senza mirare a cogliere e a coinvolgere l’adolescente nella complessità dei suoi stati affettivi ed emotivi. Proprio su questo coinvolgimento dovrebbe invece puntare ogni insegnante perché, come dice la Vegetti “solo quando un docente è capace di porsi in relazione con un soggetto e non solo con un oggetto in cui travasare informazioni e competenze, quando sa riferirsi alla classe oltre che ai singoli componenti, tutto cambia e l’adolescenza rivela le sue straordinarie potenzialità”.

Purtroppo, invece, ciò che per lo più sembra contare sono le prestazioni, i buoni voti e nessun peso viene dato a quella componente essenziale in termini motivazionali che è la trasmissione del desiderio la quale, nella fattispecie, dovrebbe tradursi nella capacità di tramettere il piacere di imparare. “L’insegnante per prima cosa deve essere una persona competente, conoscere bene la sua materia e soprattutto amarla. Quando questo accade, i ragazzi vengono immediatamente appassionati a quella disciplina. Non studieranno più per il voto, ma perché la loro curiosità viene accesa e la spinta a procedere nei meandri di quel sapere viene ad essere spontanea. In questo modo non c’è alcun bisogno di fare il terrorismo dei voti e della bocciatura. Gli insegnanti non dovrebbero accontentarsi di studenti capaci di stare seduti sui banchi, in silenzio, ad ascoltare, l’insegnante oggi dovrebbe mirare più in alto e la sua stessa presenza dovrebbe essere una spinta per l’adolescente ad essere e a comprendere se stesso. Ma perché ciò sia reso possibile occorre che l’adolescente sia riconosciuto ed accettato nella sua complessità di adolescente. Bisogna che la scuola impari a consideralo parte attiva del suo progetto educativo perché oggi, più che mai, i ragazzi hanno bisogno di essere considerati come soggetti e non solo come oggetti dei progetti scolastici.”

Nel suo libro sugli adolescenti – rispetto ai quali l’autrice dichiara apertamente una grande simpatia e un grande interesse –  il tema educativo della libertà viene affrontato non solo in relazione al limite e ai divieti, ma anche in relazione al tema della responsabilità, la quale, secondo l’autrice, non può essere intesa alla stessa stregua di un dato fisiologico che segua in automatico con l’avanzare dell’età, ma se mai come uno stato che va perseguito attraverso le scelte, i dilemmi morali, dinanzi a cui gradualmente ogni giovane dovrebbe essere posto. In ballo c’è dunque la capacità dell’adulto, prima ancora che del ragazzo, di gestire l’ansia determinata dalla possibilità dell’errore. E’ necessario affinché i ragazzi diventino membri attivi della collettività, anche a costo di incontrare delusioni e di registrare fallimenti, perché questi, in ogni caso, sono da considerarsi preferibili alla stagnazione e all’apatia. L’apatia del desiderio, la demotivazione sono infatti i reali nemici da scongiurare. A tal fine è importante che l’adulto impari a non fornire risposte a domande mai state poste, ed eviti l’eccesso di gratificazioni. L’adolescente infatti, dal canto suo, non chiede all’adulto di essere in grado di esaudire ogni suo desiderio, se mai di essere in grado di riconoscerlo. Solo attraverso il riconoscimento del desiderio suo proprio, l’adolescente sarà infatti capace di transitare all’età adulta, superando il livello elementare di quei bisogni che pretendono immediato soddisfacimento e che dunque precludono il manifestarsi del desiderio.

 L’obiettivo educativo primario diviene dunque quello di mantenere viva la tensione desiderante: Direi che il desiderio è la forza della nostra vita, è la vitalità, la spinta. Senza di esso vivremmo semplicemente in risposta ai nostri bisogni elementari, come gli animali: sete, fame, riproduzione. Il desiderio è tipicamente umano, nasce quando i bisogni primari sono stati soddisfatti. Il desiderio è quella forza progettuale che crea il futuro. Il futuro non c’è, il futuro va creato con una gettata di intenzionalità, di fiducia… è la speranza che lo fa esistere, che lo fa attendere e che infine finisce per realizzarlo. Per prima cosa bisogna dunque creare la prospettiva del futuro, in antiteti alla paura, la quale, al contrario, inibisce, frena, non soltanto i comportamenti ma persino i pensieri. Se noi spaventiamo un bambino o un adolescente, gli impediamo di progettare, di guardare avanti, di buttarsi verso il futuro e di affrontare i necessari rischi, perché senza rischio non si cresce. Noi adulti vorremmo, nella società delle assicurazioni, che un figlio crescesse senza alcun pericolo, protetto da tutto e da tutti…ma bisogna rischiare di essere infelici per poter essere felici!”.

Ma per riuscire a vivere quel “vuoto acrobatico” tra ciò che non c’è più – l’infanzia – e ciò che non c’è ancora – la maturità – per l’adolescente è indispensabile ricevere il sostegno affettivo di chi sa riporre in lui fiducia e donare speranza. Purtroppo la nostra epoca è caratterizzata più che dalla speranza, dalla paura, la quale rende ancora più difficile prefigurarsi un futuro possibile. Proprio la paura spinge molto spesso i ragazzi a cercare rifugio nella realtà virtuale, che viene così a sostituire la realtà oggettiva e i rapporti sociali. Da qui il luogo comune che l’adolescenza sia principalmente una condizione di crisi e di incomunicabilità, piuttosto che un’opportunità preziosa da utilizzare e da promuovere come via d’accesso alla vita attiva. Ben diversamente per la Vegetti, secondo la quale“L’adolescenza è un’età carica di positività, di rinnovamento di forza. E’ la fase che vede l’attivarsi della sessualità e che apre uno sguardo nuovo sul mondo. La domanda che in questa età ogni ragazzo si pone, “chi sono io?” è ricca di infinite potenzialità. Noi adulti, con le nostre paure, spesso rischiamo di soffocarne lo slancio vitale, invece di sostenere l’esplicitazione di tutte la ricchezza delle domande e anche delle risposte…sì perché l’adolescente ha tutte le carte in regola per farsi delle domande, ma anche per darsi le risposte, se noi sapremo aiutarli. In fondo ogni generazione ha avuto le sue difficoltà, chi è uscito dalla guerra sa che in che condizioni è cresciuto. Al di là elle difficoltà, ciò che è veramente essenziale è la forza di procedere e la certezza di un futuro desiderabile e spetta a noi adulti, attraverso le nostre vite, riuscire a trasmetterle a loro.”

Agli adulti il compito dunque di riconoscere questo alto potenziale di crescita, superando i soliti schemi mentali giudicanti e imparando piuttosto a reggere le incertezze dell’adolescenza, sospendendo il giudizio ed evitando l’intervento sostitutivo. A tal fine ogni genitore dovrebbe imparare a tollerare ragionevoli margini di rischio e di errore. Occorre comprendere infatti che, oggi più che mai, il vero rischio, in parte purtroppo già in atto, è l’inattività, il ritirarsi dal gioco della vita, l’isolamento e la caduta del desiderio, in ultima analisi la paura di vivere.

Il vero antidoto alla “paura di vivere” non consiste certo nel folle tentativo di saturare ogni possibile desiderio – possibile e non reale nella misura in cui non è stato dato nemmeno il tempo necessario affinché esso potesse emergere – ma in una graduale e progressiva concessione di fiducia, stima e libertà-responsabilità.  L’esortazione è dunque quella di “cedere ai giovani quote di futuro, animando soprattutto il loro desiderio e stimolando la giusta e necessaria dose di fantasia che spinge a prefigurarsi il futuro ancora come possibile e soprattutto desiderabile”.

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