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Una teologia della pace più matura, via per un annuncio più coerente di Cristo

© Laurent LARCHER / CIRIC
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Un libro di Giancarlo Zizola ripercorre l'atteggiamento della Chiesa sulla guerra nel Novecento

Negli anni Venti del Novecento, il tema dell'eliminabilità della guerra dal sistema giuridico delle relazioni tra i popoli fu quasi simultaneamente riproposto dal Patto Briand-Kellogg sul piano dei trattati internazionali, dalla teoria politica di don Luigi Sturzo nell’esilio londinese sull'“abolizione totale del diritto di guerra” e dal movimento ispirato all’idea indù della nonviolenza di Gandhi.

Questa convergenza prefigurava il ritorno non occasionale del tema della pace alla lezione religiosa delle origini, cioè alla pace come bene supremo universale e partita comune dell’intera umanità, per una convivenza umana degna di questo nome in una società mondiale divenuta complessa.

Ancorandosi a questo postulato, “La spada spezzata. Chiesa, guerra e 'scontro di civiltà' nel Novecento” (Ancora Editore), del vaticanista Giancarlo Zizola, scomparso nel 2011, compie il tentativo di introdurre la visione religiosa della pace come fattore critico nell’analisi del complesso apparato mitico, culturale, politico e strategico della guerra nelle sue molteplici incarnazioni storiche nel Novecento fino allo “scontro di civiltà” e all’aggressione americana all’Iraq all’alba del XXI secolo.

Grazie a chiavi di lettura che attingono insieme a fonti di matrice ecclesiastica e laica, di fatto convergenti benché di taglio assai diverso, si affrontano le questioni supreme del fenomeno del terrorismo globale dopo l’11 settembre, della produzione sociale della paura, della complessa struttura del fondamentalismo e dei ricorrenti ritorni virali dell’antisemitismo.

Le varie pandemie politiche che devastano l’età della globalizzazione vengono esaminate come prodotti subculturali della disperata e fallimentare ambizione di affermare e imporre in modo
totalitario e autosufficiente l’antica e sempre travestita ideologia della verità unica, concepita politicamente e perseguita in modo violento, per la quale si elaborano giustificazioni anche religiose, più o meno strumentali.

Anche i sistemi ancorati alle verita religiose sono coinvolti in questo processo, nel quale un papa dalla vista profetica come Giovanni XXIII aveva intravisto nel 1962 una tappa del disegno provvidenziale dell’unità del genere umano. Il dato emergente, che aveva dettato a quel pontefice l’enciclica Pacem in terris, era l’esclusione in età atomica della possibilità di una “guerra totale giusta”, anche soltanto difensiva.

Non si trattava solo di un’esigenza fondata su istanze religiose, ma anche di una convinzione etica e razionale condivisa da fisici atomici, giuristi e responsabili politici, interessati alla sopravvivenza del genere umano. Un fine così impegnativo richiede di investire ogni risorsa (religiosa, culturale, politica) nell’elaborazione di un nuovo contratto sociale fondato sull’interdipendenza tra i popoli, il cui strumento primario è l’eliminazione della guerra dal sistema.

Rispetto a questi sviluppi spirituali e a queste confluenze culturali, tuttavia, la Chiesa cattolica dava l’impressione di rimanere ancora prigioniera di schemi politico-ideologici in ragione dei quali gli approfondimenti dottrinali e religiosi in corso nelle diverse aree culturali del mondo rimanevano tenuti a distanza.

Nel libro si seguono quindi le vicende faticose del tema dell’abrogazione della guerra nei lavori del Concilio Vaticano II e nelle opzioni politiche di papa Paolo VI di rifiutare ogni legittimazione alla guerra americana in Vietnam, ma anche nella maturazione della cultura della pace nell’agorà ecumenica, nelle associazioni, nelle teologie e nelle Chiese locali e continentali.

Allo sviluppo di questa cultura, sottolineava Zizola, ha contribuito ampiamente Giovanni Paolo II, da un lato con la sua ferma opposizione alla guerra del Golfo e a quella all’Iraq, dall’altro con il vero e proprio magistero dell’autocritica penitenziale della Chiesa per le violenze prodotte nel servizio della verità, accompagnato dall’accentuazione del dialogo fra le religioni nella dottrina e nella testimonianza. Non si è trattato di un pacifismo esangue, ma di una opzione fondata su una organica dottrina dell’interdipendenza fra i popoli e del valore dell’Altro.

Il percorso che il libro compie lungo i tracciati spesso ambivalenti della vicenda della Chiesa cattolica a ridosso delle guerre del XX secolo individua lo sforzo compiuto da alcuni papi, in particolare da Benedetto XV, di anteporre gli interessi dell’internazionalismo e della collaborazione fra popoli, tradizioni, culture e ideologie diverse al tradizionale schema della supremazia dell’ordine cristiano confessionalmente interpretato.

L'impresa è ben lungi dall’essere compiuta, e il fatto che una parte del mondo cattolico si sia prestata a fiancheggiare la nuova “crociata”, disertando il no inequivocabile di Giovanni Paolo II contro la guerra preventiva di G.W. Bush, non ha fatto che riproporre in modo urgente la questione di una più matura teologia della pace che permetta di illuminare un programma di rieducazione alla pace e produrre una linea magisteriale e una prassi più coerenti nella politica internazionale della Santa Sede.

Certamente il fatto di conoscere la storia non basta a illuminare su quello che occorre fare o evitare, ma è un passo se si vuole che la storia della violenza religiosa abbia un giorno fine. E ciò, si sottolinea nel testo, “aiuterebbe la Chiesa a far ripartire dalle sue viscere un nuovo soffio di riforma, il solo che potrebbe renderla piu degna, in quanto istituzione, di annunciare credibilmente e profeticamente la pace di Cristo ad un mondo in delirio”.
 


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pace
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